Davide Bertocchi - Fasi di produzione per contemporary locus 7,   Bergamo - Courtesy l’artista e contemporary  locus

Davide Bertocchi – Fasi di produzione per contemporary locus 7, Bergamo – Courtesy l’artista e contemporary locus

In occasione della settima edizione di Contemporary Locus, da sabato 28 marzo alla Porta di Sant’Alessandro a Bergamo, incontriamo artisti e curatrice.

contemporary locus , a cura di Paola Tognon , inaugura sabato 28 marzo il suo nuovo progetto che vede protagonisti un luogo ricco di storia e mai svelato al pubblico quale la bergamasca Porta di Sant’Alessandro e due artisti che sono intervenuti site-specific per disvelare e sottolineare questo antico edifico, Davide Bertocchi ed Heimo Zobernig.

Abbiamo chiesto ad artisti e curatrice di condividere con noi i loro punti di vista sul progetto. Iniziamo con Davide Bertocchi (Modena 1969), ormai da anni residente a Parigi, dopo periodi ad Utrecth, New York, Nantes e Milano, che per contemporary locus 7 ha preparato un opera sonora volta a trasformare l’antico edificio in un vero e proprio strumento musicale.

Federica Tattoli: Mi descriveresti in breve il lavoro che hai preparato in occasione di Contemporary Locus 7?

Davide Bertocchi: È un progetto specifico per la città di Bergamo e per il luogo: la porta Porta Sant’Alessandro. Molto schematicamente, ho voluto trasformare l’architettura dell’edificio in uno strumento musicale aleatorio attivato dai passanti. L’idea è di riuscire ad innescare, tramite l’opera e la partecipazione dei cittadini, una forma di memoria storica latente che la città ha in qualche modo rimosso. Infatti, in quel luogo un tempo sorgeva l’antica cattedrale paleocristiana dedicata al patrono della città e anche numerose abitazioni che furono demolite nel 1561 dai veneziani per costruire proprio l’attuale porta e le sue mura di fortificazione. Le cronache del tempo ne parlano come un evento molto traumatico per la popolazione…

FT: Come ha preso vita il progetto?

Innanzitutto, come direbbe Kabakov, ho cercato di cogliere lo « spirito del luogo ».

Diciamo che avevo anche molte costrizioni che, come sempre per me, si rivelano molto stimolanti. Il limite principale era legato alla forte presenza visiva dell’opera di Heimo che è sicuramente di grande impatto. Quindi da subito mi sono imposto di occupare un’altro spettro sensoriale, quello sonoro, che è anche parte integrante di tanti miei lavori. Inoltre per me era fondamentale prendere in considerazione la natura di questa architettura, ovvero il fatto che si trattasse di una porta, un passaggio, e che fosse costantemente attraversata da flussi: di gente, di veicoli ma anche flussi di vento e correnti d’aria. Esattamente come uno strumento musicale aerofono. Da questo presupposto sono arrivato al suono dell’organo Serassi della basilica che inoltre rimanda alla memoria storica legata al luogo della porta. Abbiamo quindi registrato i singoli suoni dell’organo che in totale possiede una variazione incredibile di tonalità (non a caso la complessità dell’organo è spesso associata alla creazione divina).

In quello strumento straordinario ci sono circa 5000 canne distribuite in vere e proprie stanze dedicate e normalmente inaccessibili ai visitatori. C’e voluto un lungo lavoro di preparazione antecedente e anche durante la registrazione. Quindi, succede questo: ogni volta che qualcosa o qualcuno attraversa la porta Sant’Alessandro sulla strada inconsapevolmente attiva un suono dell’organo che viene diffuso sopra nella grande stanza superiore (tramite un sensore e un dispositivo tecnico abbastanza complesso). I suoni sono attivati in sequenza aleatoria e possono variare tra tre tipologie diverse: note singole, accordi o brevissimi fraseggi. In questo modo si crea una sorprendente polifonia proprio come se l’architettura diventasse uno strumento musicale « suonato » da chi passa anche casualmente attraverso la porta per andare a fare la spesa o per mangiare un gelato…

FT: E’ la prima volta che hai l’occasione di lavorare site-specific con un luogo così antico e carico di storia? L’hai trovato stimolante?

DB: Lavorare site-specific è la cosa che mi entusiasma maggiormente perché implica una forte relazione con un luogo particolare, la sua storia, i suoi limiti che ci costringono a risolvere nuovi problemi, e la partecipazione con il pubblico, ecc. Quindi, riuscire a convogliare tutti gli elementi e le energie che incontro durante le mie ricerche, in un’opera specifica è sempre una grande sfida. Ma penso che tutto ciò debba far parte dell’operare dell’artista, é una forma di responsabilità. Mi è già capitato di avere questo tipo di committenze sopratutto all’estero ma in luoghi forse meno saturi di storia. In ogni caso ogni luogo ha la sua storia e l’opera deve cercare di confrontarsi con essa e con la realtà della vita.

FT: Cosa pensi del portare l’arte contemporanea in spazi altri?

DB: Mi sembra una cosa naturale. L’arte non può esistere o essere percepita soltanto in spazi limitati e protetti. Sopratutto oggi perché nelle giovani generazioni sento che c’é sempre più reticenza ad uscire allo scoperto, lontano dal formato rassicurante galleria-museo. Ed è un grande paradosso visto che oggi l’opera d’arte tende in ogni modo verso l’esterno, e la famosa dimensione pubblica…

FT: Il lavoro che presenti, a livello tecnico produttivo, è molto complesso ed è stato supportato da Marsèll, a cui sei legato da tempo. In che modo avete fattivamente cooperato per questo lavoro e come nasce e si è sviluppata la vostra collaborazione?

DB: Quella con Marsèll è una collaborazione di lunga data nata già con progetti precedenti che si è concretizzata, anche in questa occasione, in modo molto naturale e di totale intesa sul piano dell’idea prima ancora che prendesse una forma precisa. Considera che la realizzazione della mia opera Polyphonic Door è suddivisa in varie fasi, una fase di registrazione dei suoni che è stata realizzata precedentemente, con non poche difficoltà, dentro la basilica di Santa Maria Maggiore, poi una fase di post-produzione dei suoni a Modena e infine una parte di programmazione digitale a Lille in Francia. Inoltre c’e il materiale tecnico per la gestione e diffusione dei suoni nell’installazione. Quindi, un’idea “semplice” ma tecnicamente complessa da realizzare, e sopratutto che coinvolge varie personalità. Marsèll ha garantito un supporto costante su tutte le fasi e insieme al super team di Locus, e ai vari miei collaboratori, ha semplicemente reso possibile la realizzazione del progetto… e tutto ciò, visto in prospettiva, ha quasi del miracoloso.

FT: Quale tipo di interazione ci sarà tra il tuo lavoro e quello di Heimo Zobernig?

DB: Temo che a questa domanda potrò risponderti solo dopo l’inaugurazione, a cose fatte… Molti aspetti di questo lavoro sono imprevedibili. Non so bene come funzionerà e come occuperà lo spazio. Tutto dipende dalla frequenza di passaggio della gente attraverso la porta. Infatti i suoni attivati convivono per qualche istante; hanno lunghezze diverse e formano così una sorta di cacofonia. Se nessuno passa c’e solo silenzio. Penso comunque che i due lavori siano complementari in quanto su binari paralleli, uno visivo e l’altro sonoro. Ma spero che, alla fine, anche Heimo la penserà come me…

Intervista di Federica Tattoli

Davide Bertocchi - Fasi di produzione per contemporary locus 7,   Bergamo - Courtesy l’artista e contemporary locus

Davide Bertocchi – Fasi di produzione per contemporary locus 7, Bergamo – Courtesy l’artista e contemporary locus

Davide Bertocchi - Fasi di produzione per contemporary locus 7,    Bergamo - Courtesy l’artista e contemporary locus

Davide Bertocchi – Fasi di produzione per contemporary locus 7, Bergamo – Courtesy l’artista e contemporary locus