Christine Rebet,   Meltingsun - AlbumArt,   Roma 2014 - Foto: Sebastiano Luciano  Installation view

Christine Rebet, Meltingsun – AlbumArt, Roma 2014 – Foto: Sebastiano Luciano Installation view

Ha inaugurato martedì 7 ottobre in Via Flaminia 122 (Roma) il nuovo spazio dell’associazione AlbumArte che ospiterà fino al 13 dicembre Meltingsun, personale dell’artista francese Christine Rebet.

La mostra è il risultato di DUPLEX, progetto di AlbumArte e Francesco Urbano Ragazzi che prevede una residenza di due curatori e un’artista a Parigi e Roma. DUPLEX si svolge nell’ambito del programma di gemellaggio culturale Tandem Paris Rome 2014, in collaborazione con Mairie de Paris, Cité des Arts de Paris, Institut Français, Roma Capitale, Assessorato alla Cultura del Comune di Roma.

La mostra è stata curata da Francesco Urbano Ragazzi (tra le loro ultime attività la curatela, con Miltos Manetas, del Padiglione Internet per la Biennale di Venezia 2013) e Maria Rosa Sossai, direttore artistico di AlbumArte. Per l’occasione Urbano e Ragazzi si sono immersi personalmente nella scena artistica parigina, alla ricerca di un artista da presentare a Roma.

ATPdiary, in collaborazione con Clara Mazzoleni, ha posto ai curatori alcune domande.

ATP: Nel corso dei vostri studio visit, che si svolgevano secondo una dinamica piuttosto inusuale – era l’artista a venire nel vostro studio e non voi a visitare il suo – avrete avuto modo di ascoltare molti racconti. Vi sarete quindi fatti un’idea generale di come vive e lavora chi si occupa di arte contemporanea a Parigi. Alla luce di quest’idea, sapreste indicare qualche differenza tra la situazione parigina e quella romana a livello di limiti,  coraggio nella sperimentazione, organizzazione e rapporto con le istituzioni di chi lavora con l’arte?

FUR: Parigi resta una città di istituzioni. Tra musei, centri d’arte, fondations d’entreprise, frac, cnap, residenze in città e in banlieue, gli artisti sono molto supportati, se non incanalati, da un sistema estremamente ramificato in cui le politiche statali hanno un ruolo forte. Ci sono per esempio casi di artisti che pur confrontandosi poco o nulla con il mercato riescono a portare avanti la propria ricerca contando su una circuitazione attraverso le istituzioni. La situazione italiana è molto diversa, potremmo dire più disperata. Ma la disperazione è anche alla base di rare e a volte straordinarie forze inventive. 

ATP: Il ruolo del curatore, nella vostra ottica, non dev’essere quello di “stilare classifiche e fare compilation” nè di scegliere l’artista migliore, più rappresentativo o innovativo. Potreste spiegare quindi cosa vi ha fatto scegliere proprio Christine Rebet tra i tanti artisti che avete ospitato nel vostro studio e cosa intendete quando affermate di credere piuttosto nel “curatore curandero”?

FUR: In questa esperienza siamo partiti proprio da un principio curativo. Il nostro studio asettico nel Marais aveva già un che di terapeutico. Con Christine Rebet abbiamo da subito cominciato a riflettere su alcune questioni che stava affrontando nel suo lavoro e che ci sembravano dei nodi significativi del contemporaneo. I nostri incontri in maniera naturale si sono fatti sempre più ricorrenti e appassionati. A partire dal disegno -medium d’elezione dell’artista- abbiamo iniziato ad elaborare un discorso di spazializzazione e rianimazione. E di lì, in una modalità completamente nuova eppure del tutto affine all’artista, è nato il ciclo di sculture, la traccia sonora e la performance che abbiamo presentato a Roma.  Dopo aver lavorato in stretta connessione per mesi la mostra segna un po’ la fine del percorso. In un sentimento indefinito tra risolutezza e nuova confusione.

ATP: Le operazioni artistiche a cui avete dato vita si strutturano intorno alle esperienze, per voi fondamentali,  dell’ ascolto, del dono, dell’invito e della delega. Anche la residenza che ha dato vita a Meltingsun ha ruotato intorno a questi quattro gesti?

FUR: Sicuramente questi sono elementi su cui si fonda la nostra prassi. Ma forse più in generale la nostra idea di curatela. Il nostro scambio con Christine è stato molto intenso e aperto, in una commistione tra discorso critico, biografia e costruzione di un immaginario. In questo dialogo è entrata con grande naturalezza Maria Rosa Sossai ed è stato poi davvero importante che il lavoro ci portasse verso l’apertura del nuovo spazio di AlbumArte, con cui sentivamo e sentiamo di condividere una vocazione alla sperimentazione e ai processi collettivi. In questo mese romano abbiamo vissuto la produzione e la mostra in una maniera molto cinematografica. Abbiamo coinvolto diversi professionisti tra fotografi, scenografi e artisti nella realizzazione delle opere: una squadra sparpagliata nella città che abbiamo costruito giorno per giorno attraverso una rete di intese come in un casting itinerante. Tra questi personaggi, il più cinematografico di tutti è Marcello Figa: tecnico di scena con 40 anni di esperienza, specializzato in effetti speciali con particolare riferimento a piogge, incendi, inondazioni. Senza di lui Javary’s Pit non ci sarebbe.

ATP: Anche nella sua versione definitiva Meltingsun mantiene una forte componente progettuale e sembrerebbe voler mettere in mostra le varie fasi di un processo che si mantiene tuttavia misterioso, alchemico e non-finito. Questa processualità è soltanto simulata o i disegni esposti sono stati una reale base di partenza per la formulazione di ciò che vediamo?

FUR: Tutto parte dal disegno. Ma prima ancora c’è stata una fase di ricerca che ha portato l’artista nelle stanze di una maison de luxe: quella di Mellerio dits Meller. L’antica casa di gioielli, che veste da secoli le regine di tutto il mondo e ha uno stile inconfondibile nell’imitazione della natura, è stata sede di uno studio minuzioso attraverso cui l’artista ha analizzato e ricostruito la catena del gioiello dal progetto alla vetrina. La mostra è strutturata nello stesso modo, ma è allo stesso tempo una trasfigurazione. Da ornamentum ad armamentum, gli oggetti vengono spogliati e la boutique riporta alla luce l’atelier dell’artista.

ATP: Durante l’inaugurazione, due performer (tra cui l’artista) presentavano disegni, che rimanevano altrimenti nascosti, indossando guanti bianchi. Qual è il valore che una performance come questa aggiunge ad una mostra altrimenti piuttosto “statica” e tradizionale, con una conformazione quasi da museo etnografico?

FUR: Gli oggetti in mostra sono surreali, a tratti aberranti. Macchine, fusioni, armature si ripetono in forme differenti che ricorrono nello spazio come in un processo inconscio. Nel pensare l’allestimento ci interessava imitare i codici con cui le élite marcano la propria identità fino a renderli plateali. In questo senso la boutique si confonde col museo etnografico.  Il sonoro è il primo elemento di movimento e di ritmo. L’eco di una fusione artificiale viene interrotto minuto per minuto dalla voce dell’artista che scandisce i titoli dei 33 disegni presenti nella collezione di Meltingsun. A questo atto di nominazione corrisponde la performance: due commessi eseguono un défilé meccanico, attraversando tutte le sale della mostra per esibire -a ciascuna chiamata- un disegno diverso che altrimenti il pubblico non potrebbe vedere. Le opere vengono mobilitate verso lo spettatore in modo ambiguo. Se da un lato viene creata una vicinanza insolita, dall’altro i portantini descrivono una traiettoria e un’architettura prestabilita che non implica relazione. Ancora una volta a riemergere, in una forma cinetica, è il legame stretto tra disegno e dimensione spaziale.

Christine Rebet,   Chain,   digital photo,   2014

Christine Rebet, Chain, digital photo, 2014

Christine Rebet,   Meltingsun - AlbumArt,   Roma 2014 - Foto: Sebastiano Luciano  Installation view

Christine Rebet, Meltingsun – AlbumArt, Roma 2014 – Foto: Sebastiano Luciano Installation view

Christine Rebet,   Troops,   watercolour and ink on paper,   2014

Christine Rebet, Troops, watercolour and ink on paper, 2014