Chiara FumaiFollow This You Bitches

30 / 01 – 24 / 02 –  Futura – Centre for Contemporary Art, Praga

Testo di Francesco Urbano e Francesco Ragazzi

La prima volta che abbiamo detto qualcosa a proposito di Follow This You Bitches, la personale di Chiara Fumai negli spazi di Futura a Praga, è stato attraverso il testo curatoriale che abbiamo scritto. In quell’occasione, ci siamo limitati a citare alcuni stralci dal manuale sulla possessione del nobilhomo Francesco Urbano Ragazzi. La seconda volta, per la verità, non abbiamo proferito parola: assieme al direttore dell’istituzione ceca, eravamo stesi a terra ai piedi di Chiara che – anche lei orizzontale ma su un divano – faceva diventare performativo il suo intervento per un servizio tv. In entrambi i casi, sia noi che Chiara, non abbiamo cercato di commentare o classificare delle opere, ma di corrispondere col loro senso: di trovare delle rispondenze. La terza volta che ci troviamo nell’occasione di parlare della mostra è questa qui e lo facciamo in forma di intervista all’artista.

Si suppone, di solito, che le interviste dicano qualcosa di vero su qualcuno attraverso un’autonarrazione. Vorremmo invece avvisare il lettore che anche questa, a suo modo, è una finzione letteraria. Il che non è di per sé un male: “sii te stesso” è il peggior oracolo che sia stato inventato in questi anni tautologici.

Prima di cominciare diremo solo che nella mostra sono esposte, assieme a cinque collages, le installazioni La Donna Delinquente [2011], dedicata alla medium Eusapia Palladino e Chiara Fumai Reads Valerie Solanas [2013]. Entrambe le installazioni sono state concepite per la partecipazione a dei premi (rispettivamente Lum e Furla): sono quindi delle vere e proprie celebrazioni, oltre che degli statement. A trionfare sono donne che hanno vinto – a loro modo – una battaglia nel proprio presente, perdendo però la guerra con la Storia. Un po’ come Cher, evocata nel titolo di questa mostra: popstar rifattissima e attivista gay, con tanto di figlia transessuale, che ha dovuto soccombere alla rivale Madonna.

Sono forse, tutte queste, donne molto antipatiche. Ma in fin dei conti, il diritto all’antipatia è per le donne, sul piano estetico, quello che il suffragio universale è stato per loro sul piano politico. Nel caso di Chiara Fumai e del suo lavoro, l’antipatia ci sembra essere più che altro una tecnica o una strategia interne all’arte. Nel caso di questa mostra, Chiara ipersessualizza la neutralità, l’assenza di empatia caratteristica dell’approccio concettuale, trasformando la freddezza dell’idea nel sadismo della Venere in pelliccia. Intravediamo per esempio la scrittura automatica di Hanne Darboven citata in un collage (lo studio preparatorio per la performance di dOCUMENTA (13) ), così come pensiamo allo schematismo di Lawrence Weiner quando siamo davanti al murales di Valerie Solanas.

La neutralità e la piattezza diventano frontalità: posizione per affrontare ed essere affrontati. Che poi è la stessa frontalità tenuta dal dotto medievale durante la lectio – lettura pubblica con commento di testi sacri o eruditi, appunto – ma anche quella del dj che sa condizionare i sentimenti di chi si agita sotto di lui. Di lei.

Francesco Urbano Ragazzi: Con ‘Chiara Fumai reads Valerie Solanas’, hai suscitato – diciamo così – un certo scalpore per aver inneggiato allo sterminio del genere maschile: molti uomini non l’hanno presa bene. Nelle due occasioni in cui hai esposto l’opera però, hai accettato di collaborare con dei curatori che posseggono cromosomi XY nel loro DNA. Perché?

Chiara Fumai: L’opera d’arte sta alla realtà’ come l’erotismo alla psicopatia. Essa ha la funzione di esorcizzare un impulso generato dalla cultura, senza pero’ esprimere un giudizio morale, o provando a inglobarli tutti. La questione della performance, quindi, non e’ sospesa tra vero e falso, bensì’ tra la semplicità’ e la complessità’ che inevitabilmente scaturiscono da qualsiasi presa di posizione radicale. Se si presta attenzione alla fonte dell’opera (SCUM Manifesto di Valerie Solanas), non serve un quoziente di intelligenza superiore per capire che si tratta di una critica – tanto cinica quanto ironica – alla rappresentazione femminile prodotta dal modello culturale corrente e non di un attacco al genere maschile. Il conflitto non e’ tra maschi e femmine, ma tra quelle che Solanas chiama le “femmine complete” (coloro che sviluppano una posizione originale rispetto alla cultura) e le “figlie di papà'” (donne che accettano, senza discutere, un’identità’ stabilita da altri). In sintesi si tratta di un problema relativo alla cultura e al linguaggio, non ai costumi sessuali o a un momento storico – come del resto la repressione dei pensieri femministi vuole farci credere da tanto tempo.

FUR: Il rapporto con la verità è uno dei cardini su cui si fonda il tuo lavoro. All’ingresso della mostra da Futura celebri il genio di Eusapia Palladino, medium pugliese che con trucchi da prestigiatore è riuscita a suggestionare numerosi luminari della sua epoca: Cesare Lombroso è tra questi. La tua installazione a lei dedicata sembra costruita con gli stessi stratagemmi, ma in questo caso i trucchi sono ostentati agli occhi dello spettatore. Ci parli di questa dinamica di occultamento e svelamento della verità che è sempre presente nel tuo lavoro?

CF: Questa e’ una strategia surrealista. Non credo nella divisione tra vero e falso. Credo piuttosto nel fatto che il pensiero logocentrico e materialista tenda a ridurre a poverissime categorie scientifiche tante esperienze estetiche sovversive, e che lo faccia esclusivamente ai fini della propria supremazia.
Nell’installazione La Donna Delinquente, i fantasmi di alcuni grandi uomini di scienza discutono ininterrottamente perché’ non sono ancora in grado di creare le categorie necessarie a inquadrare il fenomeno Eusapia Palladino (cameriera analfabeta che nell’800 divenne la medium dello Zar di Russia, convertendo alla metafisica anche tanti scienziati e antropologi, tra cui spicca Cesare Lombroso) e performano una seduta spiritica in cui Eusapia viene descritta come un’isterica, un’imbrogliona, altre volte come una mistica dai poteri paranormali, senza mai giungere a una conclusione definitiva. La scelta di utilizzare un display che mostri gli artifici di Eusapia, con fili trasparenti e gimmick per la levitazione, serve a trasmettere l’originalità’ e la genialità’ di questa figura straordinaria in relazione alla cultura dominante, facendo si’ che nel contesto della mia mostra le sue capacita’ — medianiche e non — vengano riconosciute come quelle di una grande artista con tanta ironia e sensibilità’, non di una ciarlatana.

FUR: Una delle conseguenze principali di questa battaglia attorno alla verità è che non è mai chiaro quale sia il genere a cui le tue opere appartengono. Se da una parte utilizzi spessissimo l’imitazione, che è una forma del comico, le situazioni che crei durante le performance sono di disagio o di imbarazzo. Tu come le vivi?

CF: Le vivo entrambe e in modo bipolare, ma con una certa disciplina. Esse sono la stessa cosa, appartengono alla stessa categoria, perché’ la verità’ – come del resto tutti i pianeti – e’ sferica, non bidimensionale.

FUR: Negli ultimi anni, il dibattito politico che ha riguardato le donne si è concentrato quasi esclusivamente sui temi della violenza maschile. Nuove parole, ad esempio “femminicidio”, hanno ottenuto una grande rilevanza mediatica. Molte filosofe ritengono al contrario che questo uso del linguaggio stia riportando la riflessione pubblica a una visione vittimistica della donna. Luisa Muraro ad esempio si è chiesta se non esista per le donne una via di accesso giusta alla forza e alla violenza.

Tu sembri in cerca di questa via. Durante le tue performance hai spesso utilizzato invettive e minacce: Valerie Solanas fa una dichiarazione di guerra, interrompendo qualsiasi tipo di dialettica o contratto sessuale, così come faceva Carla Lonzi alla fine del suo Sputiamo su Hegel. Che posto ha l’esibizione della violenza nel tuo lavoro?

CF: A morte i collaborazionisti. L’inconscio che viene stimolato dalla rappresentazione non e’ in grado di distinguere autonomamente tra gli opposti, poiché’ questa divisione, questo discernimento, appartiene alla logica razionale, non esiste a priori nella nostra mente. In questo contesto la dialettica servo-padrone (master and slave) non costituisce un’eccezione alla regola, ma una continua conferma delle parti. “I servi serviranno”, come diceva il buon vecchio Aleister Crowley. Mi interessa cannibalizzare il carnefice per far si’ che gli spettatori (intelligenti) smettano di osservare e inizino a slavorare. E se non fosse possibile, mi interessa che gli spettatori vivano e manifestino intensamente la frustrazione suscitata da questo specchio riflesso, anche contro di me. Questo e’ il mio unico augurio. Ma se invece avete intenzione di dormire tutto il giorno allora andate a fare in culo brutti figli di puttana.

FUR: Nell’economia della mostra, si passa dal tavolo in semi-levitazione di Eusapia Palladino a quello da cui Valerie Solanas declama il suo SCUM Manifesto. Dalla voce allo schermo. Ci stai parlando di un passaggio dal potere medianico al potere mediatico?

Il Medium, anzi, la Medium e’ il Messaggio. Esattamente.

FUR: In tutta la tua opera la dimensione vocale è predominante, direi principale. Quando porti un testo scritto all’oralità che per natura gli era tolta – come nel caso di Valerie Solanas o di Carla Lonzi a dOCUMENTA(13) – che differenza pensi si produca?

CF: Nell’essere parlato, il verbo diventa Anti-logos e deculturalizza. Esso agisce sul pubblico dal vivo, disintegra l’ego della performer, si manifesta come inafferrabile, molteplice, dialetticamente scorretto, trascendente ed estremamente violento. Questo meccanismo destabilizza molte regole condivise e dilata la dimensione spazio-temporale, spesso anche in maniera traumatica (e con questo penso alle persone che sono svenute assistendo al mio show di cento giorni a documenta). Mi dedico molto al contesto in cui questi fenomeni avvengono, facendo di tutto per non farli appartenere alla tradizione e alle regole espositive dell’arte contemporanea (lo spazio bianco, l’inizio e la fine, la pacca sulla spalla, la toccata e fuga). Piuttosto studio altri display legati all’oralità che potrebbero essere a volte cosi’ pertinenti da confondere lo spettatore sul fatto che si tratti di un’opera fino all’esperienza diretta, altre volte inaccettabili. Cerco di imitare gli altri contesti con ironia, così da creare una prima fase di incertezza, e delineare un orizzonte per il pubblico più attento. Non ho niente contro lo spazio dell’arte contemporanea, semplicemente amo colpire lo spettatore alle spalle. La mia perversione e’ la mia urgenza.

FUR: La galleria o il museo, lo spazio dell’arte in generale, ti sono sufficienti come campi di azione?

CF: In termini di spazio fisico sì, perché credo sia giusto delimitare i campi di battaglia per poi minarli. Si tratta di un gesto di correttezza. Il lavoro immateriale trascende questa dimensione e genera ulteriori spazi performativi legati alla trasmissione orale da parte del pubblico, i quali possono essere manipolati ulteriormente. Questa è la parte più interessante di tutto il processo, ma obbedisce a regole che non sempre possono essere previste o dirette da un singolo soggetto. Il motivo per il quale ho scelto questo modo di presentare, o piuttosto di curare, le performance spiritiche di Eusapia Palladino, attraverso le descrizioni non convergenti dei suoi spettatori è proprio questo. E’ un’opera legata al presente e al futuro. Lo spazio della performance immateriale serve a mostrare i limiti dell’approccio sistematico e l’inizio di un autentico spazio critico.

FUR: Eusapia Palladino, Valerie Solanas, Carla Lonzi e le altre non fanno solo parte di un’immaginario omogeneo di potenza femminile, ma partecipano a una storia che è fata di evoluzioni e divergenze. Il femminismo della differenza come lo conosciamo in Italia o in Francia è stato riletto in chiave post-strutturalista e queer negli Stati Uniti, senza contare l’ingresso in campo delle teoriche e delle artiste provenienti da territori colonizzati, giusto per citare le posizioni ormai canonizzate. Oggi in che direzione va la politica delle donne e in che direzione vai tu?

CF: Non posso risponderti a nome delle donne. Dovrei interpretarle tutte, una alla volta, nelle loro differenze, nelle loro manie, metterle d’accordo e poi darti una risposta. Per ora sono solo a meno di una decina… ma mi piace anche slavorare sulle differenze con figure maschili, androgini, coppie, freaks. Quest’armata e’ evidentemente l’apologia del queer e del post-post-femmismo, ma io la chiamo volutamente femminismo perché’ si manifesta in ambienti già’ decostruiti. Talvolta anche le peggiori criminali sanno essere delle figlie riconoscenti.

Chiara Fumai,   The criminal woman. Installation,   detail. Chiara Fumai 2011. courtesy of the artist and A Palazzo gallery

Chiara Fumai, The criminal woman. Installation, detail. Chiara Fumai 2011. courtesy of the artist and A Palazzo gallery

Chiara Fumai,   “We spit on Hegel” (Performance preliminary sketch for dOCUMENTA13) Anno: 2012 collage on paper (book “Studies in Hegel”,   Tulane University,   New Orleans,   1960),   29×28,  5cm. Chiara Fumai 2012. Courtesy of the artist and A Palazzo Gallery

Chiara Fumai, “We spit on Hegel” (Performance preliminary sketch for dOCUMENTA13) Anno: 2012 collage on paper (book “Studies in Hegel”, Tulane University, New Orleans, 1960), 29×28, 5cm. Chiara Fumai 2012. Courtesy of the artist and A Palazzo Gallery Photo: Michal Novotný

Chiara Fumai,   Follow this you bitches,   Chiara Fumai,   interview by G. Zannol,   Artycoktv.

Chiara Fumai, Follow this you bitches, Chiara Fumai, interview by G. Zannol, Artycoktv.