Ceal Floyer,   Museion 2014,   exhibition view. Foto Luca Meneghel © Ceal Floyer und VG-Bildkunst

Ceal Floyer, Museion 2014, exhibition view. Foto Luca Meneghel © Ceal Floyer und VG-Bildkunst

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Nello spazio non c’è che il vuoto. Molto poco, il quasi nulla. Trasparenza, luminosità, fasci di luce, rumore di passi, spazio, tantissimo spazio. Soprattutto quello che c’è tra noi e le immagini del bellissimo paesaggio inquadrate dalle grandi vetrate del Museion. Il vuoto che domina nella bella mostra di Ceal Floyer è denso di aspettativa, di logiche inverse, di imprevedibili concetti e ragionamenti resi forme, sensazioni.

La mostra, inaugurata pochi giorni fa a Bolzano, si apre con un lavoro che rasenta l’invisibilità. Nel foyer del museo, al piano terra, ci accoglie ‘Do not remove’ (2011): un cartello con la scritta ‘non rimuovere’ appeso all’altezza di un paio di metri. Un visitatore distratto potrebbe non accorgersi di questo sottile gesto ironico dell’artista. Attorno al cartello, una lunga fila ordinata di fori (oltre 1600, mi appunto), che coincidono con quelli utili ad appendere il cartello. Le opzioni sono due: o l’opera si esaurisce con la rimozione continua del cartello, seguendo i buchi intorno o, sempre in quei fori prima d’ora erano appesi altrettanti cartelli che però sono stati rimossi. Cortocircuito paradossale, quest’opera è l’ottimo incipit che ci dispone (perché questa mostra obbliga una particolare predisposizione) a sintonizzarci con la dimensione ‘Ceal Floyer’.

La ricerca dell’artista, infatti, nella sua lunga carriera che l’ha vista toccare tappe importantissime quali la Biennale di Venezia – come dimenticare l’opera “Overgrowth”, l’immagine di un bonsai proiettata come se l’albero fosse in scala 1:1 -, dOCUMENTA (13) – l’incantevole melodia diffusa nelle sale del  Fridericianum, ‘Til I get it Right (2005) -, ma anche la Biennale di Singapore e mostre nei musei più importanti di tutto il mondo.

Quasi sempre monocrome, incorporee, invisibili, le sue installazioni ci chiedono di sbarazzarci dei nostri complessati punti di riferimento per costruirne di nuovi, più autentici. Ci mette alla prova ogni qualvolta ci prestiamo a comprendere le sue astuzie ‘artistiche’, i suoi ironici componimenti. Uno di questi è “Blick” (‘Sguardo’), l’opera pensata appositamente per la grande sala vetrata al quarto piano del museo. L’artista si confronta con l’incantevole paesaggio della città di Bolzano, ora ancora più turisticamente attraente viste le stupende montagne innevate. L’artista ha pensato di applicare dei minuscoli angoli adesivi per foto nei singoli vetri delle facciate. Durante l’opening, i visitatori più coinvolti e curiosi si prestavano a cercare il lieve intervento. Floyer punta il dito e dunque dirige la nostra attenzione su ciò che è bello, grandioso e romanticamente coinvolgente: il paesaggio.

Poco oltre, una scala, una lampadina, un paio di bicchieri.

O meglio il rumore di passi nell’opera ‘Scale’ (2007) – una serie di 24 casse acustiche installate come fossero i gradini una scala, che emettono quello che sembra il rumore di alcuni passi  -, la lampadina gigante dell’installazione ‘Overhead Projection’ (2006) – la proiezione di una lampadina vera appoggiata su un proiettore per lucidi -, due fotografie quasi identiche di due diversi  bicchieri riempiti a metà con dell’acqua. Il titolo? Half Full (1999) e Half Empy (1999). Che siano giochi linguistici o sillogismi semantici, le opere della Floyer coinvolgono come fossero dei rebus da decifrare o dei rompicapo da risolvere.

L’opera ‘Meeting Point’, per esempio, altro non è che una sottile provocazione: cinque frecce rosse in vinile posate a terra. Indicano senza nessuna certezza che ‘siamo proprio qui’, non possiamo perderci, ma, al tempo stesso, non possiamo trovarci, non abbiamo un appuntamento e soprattutto non abbiamo una mappa che ci indichi che il ‘proprio qui’ sia un luogo specifico. Questo piccolo e quasi inosservato ‘punto d’incontro’ può, a mio avviso, considerarsi come una sorta di raggiro da parte dell’artista nei nostri confronti o, peggio, un prendersi gioco della stessa istituzione museale.

La chiave di volta dell’opera della Floyer può trovarsi in un’opera come ‘Order’ (2007), dove l’artista, ordinando formalmente delle schede di classificazione per ordine alfabetico, crea un ordine nuovo. Seguendo quello che per semplicità mi verrebbe da definire un originale ‘pensiero parallelo’, ha dato ad un oggetto comune non solo una diversa forma, ma ne ha creato anche un diverso ordine e rigore formale.

Anche nel video ‘Untitled Credit Roll (AIW)’ (2013), l’artista manomette la messa a fuoco – leggi anche ‘ordine’ o l’aspettato – dei titoli di coda di un film (lettere bianche su sfondo nero), realizzando così una sorta di continuo e infinito quadro astratto in movimento.

Opposto e tutto a fuoco il punto di vista nel video ‘Drop’ (2013), che mostra in primo piano delle gocce in procinto di cadere, mentre nello sfondo si vede un paesaggio invernale, degli alberi. Per oltre 11 minuti non accade praticamente nulla e restiamo in attesa per vedere se la goccia cadrà o meno. Non ho guardato il video fino alla fine, spazientita, ho proseguito a caccia di altri trabocchetti, altre ammalianti soluzioni formali. Mi hanno assicurato che la goccia, alla fine, cade. Crederci? Parte dell’opera, ho la sensazione, riguarda proprio questa ambigua certezza.

Artista del ‘levare’ – formalmente e concettualemente parlando -, artista dalle solide ambiguità e dalla sottile ironia, Ceal Floyer ha creato al Museion un labirinto invisibile dove – complici lo spazio, l’architettura, la luce – perdersi in opere di indubitabile e cristallina ‘bellezza’.

Ceal Floyer,   Order,   2007,   Installation view at Museion,   2014. Courtesy Andrea Thuile and Heinz Peter Hager,   © Ceal Floyer und VG-Bildkunst

Ceal Floyer, Order, 2007, Installation view at Museion, 2014. Courtesy Andrea Thuile and Heinz Peter Hager, © Ceal Floyer und VG-Bildkunst

Museion opens its 2014 programme with a solo exhibition by Ceal Floyer. The British artist, class of ’68, who has made Berlin her home, has been exhibiting in museums, shows and galleries all over the world since the mid 1990s. Highlights include the Venice Biennale (2009), the Singapore Biennale in2011, and dOCUMENTA (13) in 2012. In 2009 she was awarded the Nam June Paik Art Center Prize, while in 2007 she received the Preis der Nationalgalerie für junge Kunst, Berlin.
With their characteristic simplicity, wry irony and keen sense of the absurd, Ceal Floyer’s  works destabilise our perception of apparently familiar objects and situations. Her precise interventions on simple everyday items and situations subvert our initial expectations and highlight the unexpected interstices between sight, reality, language and perception. The artist, who took part in the exhibition “Light Lab” in Museion’s previous venue in 2005, now tackles the vast area on the fourth floor of the new building with a solo show. On show are twelve works, including video, installation and photography, from public and private collections, and a new site-specific piece,  “Blick”.
The vast transparent architecture of the museum and the breathtaking landscapes that surround it are an imposing presence that might appear to invite artistic projects of great impact, as other artists have presented in the past. Not Ceal Floyer. Floyer tackles this grandiose space with the imperceptibly light touch and ironic approach that her work is known for, playing with the apparent clarity and directnessof visual perception.
The artist responds to the impressive landscape on the other side of the glass with a subtle, imperceptible, almost secret intervention in the shape of the paradoxical new work “Blick”, 2014, (view). For the work she has applied self-adhesive photo corners– the kind you might find in any photo album – to every corner of each pane of Museion’s giant windows: a simple gesture that actually, ironically hijacks the very act of viewing itself.
“A narrative tug of war between the works of art and the space”, is how Sergio Edelsztein puts it in his essay in the exhibition catalogue. Floyer also challenges the natural light that floods the space on the fourth floor, in the installation Overhead Projection (2006) from the Museion collection: the illuminated image of the light bulb, which lies on the surface of the overhead projector, is thrown into its rightful overhead position in the exhibition space.

The projected image does not add any additional light to the setting,  but effectively conveys the issue of the abundance of light in an exhibition venue, where powerful lighting can make it difficult to preserve some kinds of works and can even prevent us from seeing other works properly.  Floyer’s works explore the interstices between sight, reality and language,  and from this point of view the titles are key to understanding and appreciating her creations. The objects she picks out, like Duchamp’s ready mades, take on a life of their own thanks to the titles she gives them. This is the case of the installation

“Scale” (2007) a place-specific piece that adapts to the setting where it is exhibited. This original “staircase” made of speakers emits a rhythmic sound scaling the ‘steps’, giving rise to a sort of ‘audiovisual onomatopoeia’, in which the shape of the work and the sounds produced invite us to imagine the repeated movement up and down a staircase. In parallel to that, this succession of sounds also suggests not only a ‘musical’ scale, but a sense of the ‘epic’.
Floyer’s works demand the visitor’s attention and concentration, and sometimes a good dose of patience too. This is the case in “Drop” (2013), being exhibited for the first time in Museion. The video shows a series of drops of water against landscape at dusk, which appear to be about to fall – the fact that this event seems imminent invites visitors to pause before the work: the ‘drop’ alluded to in the title may or may not manifest itself as action.

Sometimes Floyer’s works seem to be playing a game of hide and seek with visitors, presenting meanings and images,  thwarted expectations and denied certainties, which open up new ways of perceiving everyday objects and situations. The visitor is invited to play a part in attributing meaning to the works and how they behave in the setting – as Floyer observes: “There’s no need to create other works when it’s more interesting to make new exhibitions with the existing ones”.

The inattentive visitor might miss “Exit” 2006, a customary emergency exit sign applied by the door, or“Meeting Point”, 2013. The latter, like those in busy public buildings like stations and airports, might seem out of place in a contemporary art gallery, where crowding is not a great risk. The exhibition explores that indefinable mental space between sight, reality and perception, as exemplified by the “diptych” “Half Full and “Half Empty, 1999. The photographs, taken from two negatives of the same object, show the same glass in two separate works, which are displayed together but apart, creating a sort of ironic sense of déjà vu.

“In the transparent space of Museion, Ceal Floyer presents various pieces that add even more light to the setting, playing with one of her favourite elements as a metaphor for “shedding light” on how we perceive our everyday surroundings. The invitation to embrace an alternative approach to comprehension and perception is extended to all those visiting the exhibition, along with the opportunity to partake of the subtle aesthetic pleasures of the works of Ceal Floyer”, comments Letizia Ragaglia, director of Museion and curator of the exhibition.

Floyer (1968, lives and works in Berlin) has had solo exhibitions in museums all around the world, and has taken part in events including the Venice Biennale (2009) and dOCUMENTA (13) in 2012. In 2009 she was awarded the Nam June Paik Award, while in 2007 she won the Preis der Nationalgalerie für junge Kunst, Berlin.

Ceal Floyer,   Museion 2014,   exhibition view. Foto Luca Meneghel © Ceal Floyer und VG-Bildkunst

Ceal Floyer, Museion 2014, exhibition view. Foto Luca Meneghel © Ceal Floyer und VG-Bildkunst

Ceal Floyer,   Untitled Credit Roll (AIW),   2013,   Museion,   Foto Luca Meneghel. Courtesy 303 Gallery,   New York,   Lisson Gallery,   London and Esther Schipper,   Berlin. © Ceal Floyer und VG-Bildkunst

Ceal Floyer, Untitled Credit Roll (AIW), 2013, Museion, Foto Luca Meneghel. Courtesy 303 Gallery, New York, Lisson Gallery, London and Esther Schipper, Berlin. © Ceal Floyer und VG-Bildkunst