Breathing as a  revolutionary message - Studio +++ Firenze 2014

Breathing as a revolutionary message – Studio +++ Firenze 2014

Martedi 23 Settembre Studio ++ (Fabio Ciaravella,  Umberto Daina, Vincenzo Fiore) presenta  Breathing as a revolutionary message, a cura di Pietro Gaglianò.

Il progetto, teso a esplorare il rapporto tra intimità e dimensione pubblica e a mettere in discussione la percezione che i cittadini hanno dello spazio urbano, viene presentato in un allestimento site specific pensato appositamente per lo spazio di Palazzo Vecchio.

Nel corso dei mesi estivi gli artisti del collettivo hanno registrato 80 video di durata 30 secondi in cui i cittadini di Firenze vengono ripresi nell’atto di compiere una semplice azione: respirare, ma amplificando il proprio respiro attraverso un megafono.

Le riprese sono state realizzate in luoghi emblematici del centro storico, tra cui Piazza della Signoria, Ponte Vecchio, San Lorenzo, così come in altri quartieri e spazi di aggregazione della città, dal polo universitario di Novoli alla piazza di Gavinana, dalle Cure a Varlungo.

Abbiamo fatto alcune domande a Studio ++.

ATP: Partiamo dalla genesi di ‘Breathing as a revolutionary message’: dove e come nasce l’idea per questo progetto?

Studio ++: L’idea alla base del progetto fa parte di una ricerca più ampia sulle relazioni tra il linguaggi dell’arte e l’analisi, la comprensione dello spazio pubblico. Lavoriamo su questo tema con costanza da ormai tre anni cercando confronti a qualsiasi livello.

Questa ricerca è poi arrivata negli Stati Uniti quando Fabio stava passando un periodo di studio del suo dottorato al MIT di Boston, e li si è condensata nelle prime riprese, i primi esperimenti e le discussioni che ci hanno poi portato a capire l’essenza dialogica del lavoro. In quel momento i confronti con docenti e studenti  tra il MIT ed Harvard ci hanno aiutato a inquadrare la dimensione teorica, chiarire ad esempio i legami con l’idea di Cultural Intimacy o Public Intimacy, o anche il rapporto tra tecnologie arte e responsabilità sociale che è una tradizione profonda dell’ACT, il dipartimento dove Fabio ha lavorato. Facevamo respirare la gente che andava di fretta nei laboratori del campus del MIT, la mattina presto di solito, e quel minuto che ci dedicavano era veramente intenso, sembrava cambiasse completamente il ritmo dello spazio pubblico, creava una dimensione destabilizzante della routine.

Poi Fabio ne discuteva con la gente che frequentava quotidianamente, artisti, architetti, biologi, economisti, archeologi ed ingegneri e tutti, a proprio modo, erano  pronti a fare domande sullo spazio pubblico, sulla dimensione politica dell’arte e su quella poetica. Questo ci ha fatto capire che il progetto doveva essere concepito come una base di discussione, una sorta di amplificatore di domande sopite. Quindi il come ed il dove sono molto legati tra loro e continuano ad esserlo. Ed è per questo che stiamo già cercando di realizzare il lavoro in giro per l’Europa, dove cercheremo altri confronti, con contesti differenti, usando il progetto come base di discussione.

ATP: La realizzazione degli 80 video è avvenuta in luogo molto specifici di Firenze. In base a quali criteri li avete scelti?

S++: Nel caso di Firenze, che è una città identitaria per il nostro percorso, abbiamo scelto principalmente i luoghi della nostra esperienza, dove sapevamo di trovare una relazione tra immagine dello spazio e vita urbana che desse un significato all’esperienza di respirare dentro un megafono e che allo stesso tempo fosse in grado di creare un cortocircuito nella routine.

Abbiamo ovviamente calibrato centro e periferie stando attenti a rimanere dentro i limiti amministrativi della città, in ragione del luogo dove poi l’avremmo esposto. Ne sono emerse delle considerazioni interessanti sull’uso della città in cui si capisce ad esempio come l’intreccio di luoghi, momenti della giornata, attività prevalenti di uno spazio è tanto complesso quanto fondamentale per capire uno spazio pubblico. Nelle altre città proveremo ad attivare invece un percorso di confronto per scegliere con altri, preferibilmente gente del luogo, gli spazi giusti dove raccogliere respiri.

ATP: Perché vi siete concentrati proprio sull’atto del respirare?

S++: Perchè respirare è la cosa più profonda e più vera che condividiamo nello spazio pubblico, spesso dimenticandolo.

ATP: Il progetto ha come obiettivo quello di indagare il rapporto tra intimità e dimensione pubblica. Quali ‘tangenze’ avete rilevato tra queste due dimensioni?

S++: Dipende dal punto di vista. Ad esempio linguisticamente i due concetti sono un ossimoro, ciò comporta che razionalmente tendiamo ad allontanare le due cose. Invece se consideriamo l’esperienza dello spazio dobbiamo riconoscere che la percezione intima è fortemente legata alla dimensione pubblica, anzi di solito è la prima e più condizionante considerazione che facciamo. Quindi forse è anche la più vera. Se pensiamo invece da un punto di vista politico, questa coppia di significati, propone un modo di vedere il rapporto tra i singoli e la collettività rappresentativo del nostro tempo. Ovvero che la collettività non è un’entità astratta, ma un insieme di soggetti “respiranti” che decidono di unire o contrattare la posizione personale in gruppo. Facciamo così sulla rete ad esempio, lo facciamo con i nostri amici, nei rapporti di coppia, ma non lo consideriamo  nelle rivendicazioni dei diritti (tranne in pochi casi) e quindi a volte non sappiamo cosa chiedere.

Forse da questo punto di vista capire le relazioni tra intimità e dimensione pubblica ci aiuterebbe a costruire una serie di valori per la vita pubblica, per i quali non sappiamo bene dove cercare, e forse invece basta guardare dalla parte giusta.

ATP: Il progetto ha una dimensione corale e coinvolgente. Idealmente, quale è il messaggio ‘forte’ che vorreste venisse recepito dal pubblico?

S++: Dirlo a parole è quasi impossibile speriamo che il lavoro possa spiegarlo da solo. Ci sono però tre livelli in cui si trasmette un “messaggio” diverso nel progetto: il primo sta nell’esperienza che noi e chi respira viviamo al momento della registrazione, questa è un’esperienza sostanzialmente pura del gesto e di quello che per ognuno comporta; poi c’è il livello dell’esposizione in cui il messaggio sta nel dialogo tra i respiri e lo spazio in cui vengono esposti, questo messaggio è rivolto ai passanti dello spazio pubblico; ed infine l’ultimo che ancora non possiamo calibrare è quello dell’archivio, quando sarà pieno di molti altri respiri sarà un documento di uno degli aspetti più lievi dell’esistenza.

ATP: In fase di registrazione dei video, ci sono state degli episodi particolari che volete raccontarci? Magari qualcuno ha sollevato perplessità o dubbi…

S++: Ovviamente. E’ un lavoro difficilissimo. L’approccio  è spesso drammatico, ma altre volte ti lascia di stucco il bisogno della gente di dire qualcosa su quel gesto senza senso.

In America capitò che ci mandarono la polizia a chiedere quello che stavamo facendo, fu davvero esilarante sentire come il poliziotto descriveva il fatto alla centrale. Disse: è un artista, sta facendo respirare dentro ad un megafono…. si respirare. La diffidenza è invece sempre legata al gesto che si scopre davvero intimo e a volte imbarazzante, ma quando la gente inizia a respirare non si ferma più!

ATP: Avete già realizzato il progetto ‘Breathing as a revolutionary message’ negli Stati Uniti. Avete notato delle reazioni differenti rispetto all’Italia?

S++: In America abbiamo condotto la parte di ricerca quindi tutto era nuovo e non avevamo punti di riferimento. Quello che abbiamo potuto notare invece facendo la versione italiana, paradossalmente, è una maggiore diffidenza  verso la gente  che ti ferma per strada e ti chiede un minuto della tua vita. Andiamo tutti di fretta, abbiamo paura delle persone, non ci interessa ascoltare. Forse bisogna veramente abbassare il volume.

studioplusplus.com

Breathing as a revolutionary message / Firenze 2014 - Studio++

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