Parte dal movimento nato negli anni ‘60/’70 dalle idee di Robert Morris –  l’Anti-Form –  la mostra inaugurata poche settimana fa alla galleria Brand New. La mostra, che ospita oltre trenta artisti, sembra sfidare non solo il passare del tempo, ma anche la velleità di molta arte contemporanea di farsi portatrice di grandi o piccoli concetti. Decenni fa l’obbiettivo era contestare la pretesa, di movimenti e artisti, di attribuire un significato accessorio a ciò che semplicemente rimaneva (e rimane) nient’altro che un oggetto. Togliendo allusioni e significati reconditi, si proclamava ‘La forma per la forma’. Piccole azioni sui materiali, spesso lasciati all’aleatorietà istintiva del gesto, dovevano sostanziare l’opera che, priva di ‘grandi pensieri’ doveva bastare a se stessa. Gli oggetti devono emergere da soli, all’interno del contesto espositivo ed è per questo che non è necessario un lavoro, una progettazione a priori da parte dell’artista; l’oggetto assumerà un’antiforma o meglio una forma propria, non stabilita dall’artista.

Da questa estrema e rigorosa eredità, parte la mostra ‘Beyond The Object’ che tenta di rinvigorire l’idea – in alcuni casi riuscendoci perfettamente – di un ritorno (si spera sano e autentico),   ad un “ruolo esperienziale dell’arte come strumento per suscitare nuove possibilità di percezione nello spettatore, disorientato nella propria interazione con l’opera.”

Vivere l’opera, adottarne il pensiero, cercare di capirla e interpretarla: tre azioni che, una mostra come ‘Beyond The Object’ sono solo stimola, ma anche richiedere, per auto legittimarsi come ‘macchina estetica e percettiva’.

Ma partiamo dagli ‘oggetti’.

Domina su tutta la mostra la grande installazione nella prima stanza di Oscar Tuazon, Untitled 2012. Acciaio e compensato formano un monumento al vuoto, lo disegnano o cercano inutilmente di disciplinarlo: dedica al lavoro sui materiali, ad un tavolo non più utilizzato, ad un credenza, ad un pezzo di prefabbricato. Non ci è dato sapere e limitare, così, un’opera dal forte e coinvolgente impatto scultoreo.

Alle pareti, ombre, colature, tracce, incisioni. Ho toccato più volte (non vista), i solchi indisciplinati nell’opera ‘Cylinder’ di Michael De Lucia: un grande pannello OSB dove profondi tagli e pigmenti azzurri e neri alludono alla forma illusoria di un cilindro. Le ombre di un telaio di David Ostrowski, formate da sporcizia e champagne su tela; nella tela di James Krone, invece, la pittura minimalista si fa parete con leggere escoriazioni, muffe, pallide sfumature che ricordano le imperfezioni di un vecchio muro.  Anche nel piccolo olio su lino di Daniel Lefcourt, il supporto pittorico si fa mimetico tanto da ricordare una superfice rocciosa incisa o della lava colata. Altri lievi segni impercettibile nei pannelli di camoscio sintetico di Sean Kennedy o, ancora più ridotte le lievi sfumature nelle tre opere in entrata di Michael Part: tre piccole panelli rettangolari di argento su ottone, ognuno dei quali vira nelle tonalità dell’oro, del bronzo e dell’argento. Come non pensare alle atmosfere di un Turner o alla pittura impressionista, quella dell’ultimo Monet. E’ quasi un azzardo citare correnti o artisti storici, di fronte a questi artisti (per lo più) giovani motivati dalla volontà di azzerare concetti e ridurre al minimo un significato ad un significante (l’opera) che dovrebbe esaurirsi nella sua sola forma. Visioni di oggetti immaginari (Artie Vierkant), le macchie gestuali di Robert Davis, i giochi geometrici scultorei nelle grandi fotografie di Barbara Kasten, la morbidezza accidentale della seta stampata e inscatolata nelle opere di Emily Wardill. Appoggiate per terra, due pannelli in cemento rinforzato trafitto da fili di vetro, rete d’acciaio, ma anche contrassegnati dall’aleatorietà del colore a spray di Davina Semo.

L’infinità delle tecniche, dei materiali, del loro utilizzo (o abuso), fa pensare alla totale dominanza del fare sull’attenzione concettuale. Tutto diventa allora superfice su qui proiettare, appunto, oggetti immaginari o immaginifici.

Pendant alla mostra collettiva la personale di Nazafarin Lotfi, ‘Love at last sight’: una raccolta di quasi trenta opere caratterizzate per lo più da un’insistente monocromia che si allontana di poco dal nero, con punte di grigio più o meno intenso. Anche nell’artista iraniana, come i tanti nella mostra collettiva, la sua ricerca si consuma in uno studio tutto intrinseco all’uso dei materiali: strisce, sovrapposizioni, graffiatura, colore steso o raschiato con una spatola, sgangherate geometrie, cupezza e ruvidità del pigmento… tutto sembra raccontare di paesaggi nascosti e frammenti di architetture scomparse o in via di demolizione.

Appunto, ‘Love as last sight’…

Artisti in mostra: Aaron Aujila, Andy Boot, Sophie Bueno-Boutellier, Sarah Crowner, Robert Davis, Michael DeLucia, Tomas Downes, Ed Fornieles, Raphael Hefti, Julian Hoeber, Parker Ito, Sachin Kaeley, Barbara Kasten, Sean Kennedy, Jason Kraus, James Krone, Daniel Lefcourt, Tony Lewis, Lloyd Corporation, Andrea Longacre-White, Marie Lund, Dave McDermott, Matthew Metzger, Carter Mull, David Ostrowski, Virginia Overton, Michael Part, Noam Rappaport, Davina Semo, Lucien Smith, Chris Succo, Mika Tajima, Artie Vierkant, Emily Wardill.

"Nazafarin

Beyond the object,   Installation view at Brand New Gallery,   Milan,   2013 Courtesy Brand New Gallery. Credits Pietro Scapin.

Beyond the object, Installation view at Brand New Gallery, Milan, 2013 Courtesy Brand New Gallery. Credits Pietro Scapin.

Beyond the object,   Installation view at Brand New Gallery,   Milan,   2013 Courtesy Brand New Gallery. Credits Pietro Scapin.

Beyond the object, Installation view at Brand New Gallery, Milan, 2013 Courtesy Brand New Gallery. Credits Pietro Scapin.