Prende le distanze e, con tono confidenziale, motiva in modo informale una certa vaghezza di obiettivi: “Questo testo è per voi che avete già varcato le porte della galleria Zero. Anche se ha la forma di un comunicato stampa, questo testo è diverso. (…) Raccogliendo informazioni qua e là, ecco alcune note su una mostra che sembra essere non tanto una mostra collettiva quanto piuttosto la creazione di una situazione di creazione collettiva: sarete in grado di distinguere le opere le une dalle altre?”

 Questo è l’esordio del testo di Edouard Montassut che accompagna la mostra nello spazio milanese, che raccoglie le opere di Neïl Beloufa, Jonathan Binet e Mohamed Bourouissa.

Ebbene l’autore del testo (suo malgrado), ci chiede già dopo poche righe se saremo in grado di distinguere le opere le une dalle altre. Dove inizia un’installazione, un pensiero, un’intenzione dall’altra. Consegnandoci una riflessione di questo tipo, passa dunque in secondo grado l’importanza della mostra nel suo complesso. A meno che io non abbia varcato la soglia della galleria per comprare – dunque nella speranza di entrare in possesso di un’opera che mi piace e/o mi soddisfa per tot ragioni) – tutti i motivi che mi hanno spinto a entrare nei panni dell’osservatore (si spera motivato) sono da tenere non solo presenti, ma sbandierarli come unica possibilità di successo per una mostra che altrimenti sarebbe fallimentare nel suo principio di esistenza.

In mostra posso cercare storie, stili, racconti, provocazioni, bellezza, bassezza… ecc. Insomma cerco obiettivi (bersagli) da contemplare e su cui riflettere. Cerco di misurare la temperatura di una certa ricerca artistica, certo di afferrare modi per formalizzare delle idee e dei comportamenti.  

Dunque, fregandomene su chi ha fatto cosa (non cado nel trabocchetto giocoso dell’ ‘indovina chi’), cerco proprio quel progetto a sei mani indistinto – creazione collettiva  – e giudico ciò che vedo anche a prescindere dal luogo (visto che ultimamente, per questioni di luci, di atmosfera o ‘quel certo non so che’, l’ambiente della Zero… mi induce a piallare tutte le mostre alla stessa cromia e ritmo).

C’è l’energica pittura di Jonathan Binet, che sembra misurare lo spazio con il proprio corpo lasciando appunto segni gestuali che si trasformano in pittura. Composta da ampie campiture omogenee (potrebbero essere la coscienza delle pareti), le sue tele accolgono volumi aggettanti, come, appunto, il muro forzasse lo spazio, ne animasse la mole. Tensioni, buchi, segni, forzature. Binet racconta di una pittura spontanea che si trova un po’ dappertutto: in strada, in casa, nei musei, nelle teste.

Mettere tutto allo stesso livello (un po’ come si fa mentre si chatta, si legge un quotidiano, si guardano delle foto di un viaggio, si sente musica, si fa tutto allo stesso tempo e con la stessa dedizione).

“Neïl Beloufa affronta problematiche simili (a Jonathan Binet  ) affermando che oggi ogni informazione – di qualsiasi tipo e origine – si trova allo stesso livello. Un?immagine incollata di fianco a una presa della corrente ha la stessa forza di un video, lo stesso ‘status’. Non si tratta più di medium diversi. Occorre vedere le sue opere come degli insiemi anti-autonomi nutriti da riferimenti diversi, il cui contenuto viene amplificato dal continuo passaggio per diversi supporti.” I suoi tentativi per scovare sempre nuove e imprevedibili ‘forme di rappresentazione’ suggeriscono ancora una volta (ricordate la personale di un paio di anni fa ‘Changes of administrations’, sempre alla galleria Zero..), un continuo tentativo di informare (dare forma) a concetti, idee e , come in questo caso, collaborazione.

Le sue non sculture – ‘sculpturovnis’ – raccontano allora di stratificazioni, meta-testi, meta-linguaggi e, perché no, anche di meta-fisiche atmosfere quotidiane, quando non fantascientifiche. 

Di Mohamed Bourouissa un intervento che più di altri tramortisce: scritte aggressive, volgari, disconnesse e sgrammaticate che, per frammenti, raccontano dell’acredine  (ne so qualcosa) di commentatori anonimi a proposito di un video rap postato su youtube. “Non è che se sei negro ti devi offendere; Ragazzi ascoltate bene, abbiamo qui presente il nuovo Adolf Hitler complimenti; Muori merda… però a tua madre gli piace il nero; fottiti figlio di puttana scimmia to mare morta; Preparate i camion ragazzi. E’ ora di deportare ‘ste mezze scimmie”

Violento e ‘sporco’, il suo intervento punta il dito sull’autorialità della testimonianza registrata dal linguaggio fotografico e video.

L’istinto sembra guidare i tre artisti che si ‘incastrano’ sia per contenuto che per stile l’uno dentro l’altro.

Per sapere di chi è cosa, basta scorrere la didascali nel sito della galleria. http://galleriazero.it/

Neïl Beloufa "Nice seats and projection" People?s passion,   lifestyle,   beautiful wine,   gigantic glass tower,   all surrounded by water 2013 (video: 2011) video installazione / video installation video: 10’ loop HD

Neïl Beloufa “Nice seats and projection” People?s passion, lifestyle, beautiful wine, gigantic glass tower, all surrounded by water 2013 (video: 2011) video installazione / video installation video: 10’ loop HD

Neïl Beloufa,   Wedding of a macho,   2013

Neïl Beloufa, Wedding of a macho, 2013

Neïl Beloufa,   Jonathan Binet e Mohamed Bourouissa,   Installation view,   Galleria Zero…

Neïl Beloufa, Jonathan Binet e Mohamed Bourouissa, Installation view, Galleria Zero…