La mostra da poco inaugurata alla Strozzina CCC di Firenze, sembra aver come incipit una frase di Dürer, “Ma che cosa sia la bellezza, non lo so”. Come Sant’Agostino a proposito del tempo – “Se nessuno me lo chiede, lo so; se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede,  non lo so.” – anche il Dürer, all’apice della sua carriera, scrisse questa frase. Secoli e fiumi di parole sono state spese per dare una definizione ad un concetto che – e qui sta il suo ‘bello’ – non cessa di affascinare. Come il tempo, l’amore, la fede, anche la bellezza è bene che rimanga nell’olimpo dei concetti misteriosi.

La mostra fiorentina ‘Un’idea di Bellezza’  accarezza allora l’ambizione di dare visione a tante forme e intensità di bellezza; una sorta di vademecum illuminante su molte forme di sensibilità e consapevolezze. Già dalle prime parole della curatrice Franziska Nori, si intuisce che gli otto artisti selezionati sono una sorta di ‘tentativi’ per fare luce, sono ‘sinonimi’ discrezionali e umorali per capire e approfondire un concetto sfuggevole e complesso come la bellezza.

Il filosofo Sergio Givone, presente alla presentazione della mostra, cita Rainer Maria Rilke, che definisce il bello come nient’altro che l’inizio del terribile. Ecco allora che bellezza è anche strumento per far luce sul misterioso sull’orrore, sull’orrendo. Ma si può fare a meno della bellezza? Perché ne abbiamo così bisogno?

Quando tutte le nostre scelte sembrano (erroneamente) essere guidate dalla ricerca della bellezza (spesso stereotipata e massificata),  una mostra come questa ospitata alla Strozzina, ci fa senz’altro riflettere. Perché? Perché la bellezza che ci rivela ha dell’inquietante ed enigmatico: un porcile, delle carcasse di animali, dei busti di donne spezzati, delle tremolanti forme di uccelli in volo, dei fili aggrovigliati, dei soldati mentre compiono esercizio per la lotta corpo a corpo, delle lampade accese e spese…

Descritto in poche parole, molti dei soggetti in mostra lasciano perplessi, quando non ci spingono a rivalutare e riordinare regole, riformulare codici e andare oltre le logiche rassicuranti a cui siamo abituati. Non è un caso che Franziska Nori parli sin dall’inizio della necessità di una ‘rottura dei canoni’ per far si che l’arte si sintonizzi sul reale e diventi dunque ‘contemporanea’.

Nello scorrere le tante stanze dedicate agli otto artisti – Vanessa Beecroft, Chiara Camoni, Andreas Gefeller, Alicja Kwade, Jean-Luc Mylayne, Isabel Rocamora, Anri Sala e Wilhelm Sasnal – si ha la sensazione che ognuno abbia cercato di trovare, con la propria pratica artistica dei sinonimi della bellezza, di trovare dei tòpoi – argomenti dialettici o retorici – per rendere questo concetto comprensibile, esperibile e, non ultimo, condivisibile.

Nella sua pittura, Wilhelm Sasnal riduce sensazioni, ambienti, emozioni, atmosfere, in sintetiche superfici pittoriche dove, tolti o semplificati i dettagli, resta l’essenziale. Parco e diretto, Sasnal ci mostra realtà ‘silenziose’ ma altamente assordanti: un esempio su tutti il grande quadro ‘Pigsty’ (Porcile) che mostra enormi capannoni dove, come se fosse già carne in scatola, si allevano i maiali. Forma di bellezza crudele, dove le pennellate – come affilati rasoi – traducono la chiassosità di un porcile in un ambiente ovattato, tanto silenzioso quanto inquietante. Fa da pendant a questa grande tela, un piccolo quadretto dove il silenzio è assoluto:  una tela bianca è posta tra noi e il fondo. Paesaggio esistenziale e muto.

Analitica e scientifica l’intensa e ‘pericolosa’ stanza della giovane Alicja Kwade. 11 lampade sono state installate con perfezione certosina per darci l’illusoria impressione di attraversare lo spazio quasi totalmente illuminato. In realtà, delle 11 lampade presenti solo 3 sono accese, mentre le altre  non sono che i riflessi di queste. Attenta a riattivare lo stupore e, perché no, la magia delle illusioni, l’artista ci lascia perplessi davanti all’ingannevole e, al tempo stessa giocosa, ineffabilità delle nostre sensazioni.

A suo modo ingannevole anche la stanza di Jean-Luc Mylayne. La bellezze delle sue immagini non risiede nella composizione, nella luce calibrata, nei soggetti. La bellezza delle sue foto è espressa nel tempo.  Jean-Luc Mylayne ha trascorso con gli uccelli che immortala lunghe giornate, mesi interi per coglierne la naturale quotidianità. L’amorevole attenzione e dedizione con cui ha circuito gli uccelli, diventa in queste grandi foto totale e incondizionata bellezza. Il fotografo è diventato parte del paesaggio, l’ha fatto proprio e compreso nella sua essenza.

Tutt’altro registro il (bellissimo) video di Isabel Rocamora. Per quasi venti minuti di non storia, siamo testimoni dell’ambiguità del corpo in movimento, dell’instabilità di un concetto solido e violento come la ‘guerra’. Confusi dalla bellezza delle inquadrature e rapiti da una coinvolgente musica, assistiamo a quelle che, senza indugio, definirei forme dell’amore in movimento. I corpi muscolosi, prepotenti e aggressivi di  alcuni soldati, diventano, attraverso l’occhio di Isabel Rocamora, corpi che si abbracciano, che si muovono con eleganza tanto da far sembrare azioni irruenti delle delicate pose di danza. Commovente bellezza e fragilità umana.

Nella stanza di Chiara Camoni, le forme e direzioni della bellezza si fanno complesse e ramificate: la bellezza è il gesto tanto inconsapevole quanto meccanico del picchiettare un foglio di carta con la punta della matita. L’artista mi racconta che, subito dopo la gravidanza, nelle ore di sonno di suo figlio, lei passava lunghi momenti a tracciare sottili tratti in un foglio. Il risultato è un cielo nero e profondo che racconta di ipotetici viaggi onirici, di inquietudini, ma anche di oblio. Nella grande installazione un-monumental, un mosaico di ex pavimenti, ex davanzali, ex-statue, compone una geografica anti-storica. Quest’opera, raccontando di negazione, sottrazione, rifiuto, descrive la bellezza di un paesaggio casuale attraversato da lunghe passeggiate contemplative. Commuovono le due serie di opere eseguite dalla nonna dell’artista Ines Bassanetti. La Camoni ha chiesto alla nonna di disegnare famose opere d’arte come la Gioconda di Leonardo o il Canestro di Caravaggio. Intensa la parete coperta di piccoli fogli di quaderno su cui Ines a trascritto parti da ‘Il Concetto di tempo’  di Martin Heidegger. Decadente la bellezza del video Mefite, dove l’artista documenta con lentezza e pittoricità, la morte di piccoli animali selvatici nei pressi di Irpinia, nella Valle d’Ansanto. Qui, una miscela letale di carbonio e anidride solforosa, ha compiuto l’inevitabile e toccante moria creando una ‘terra desolata’ tanto bella quanto angosciate.

Anche nel paesaggio umano di Vanessa Beecroft, la vita sembra spirare piano dalle tante donne che, cancellate dal denso colore nero che le ricopre totalmente, sembrano trasformarsi lentamente in materia inorganica. In molte immagini del video in mostra, i corpi reali si confondano con le forme marmoree o di gesso che l’artista ha disseminato nel suggestivo mercato ittico di Napoli. Echeggiando Ercolano e Pompei, questo tableaux vivants  sembra un inno alla fallimentare ambizione dell’uomo di farsi eterno: finitezza del corpo vs sculture di marmo.

Fantomatica la bellezza delle immagini di Andreas Gefeller, che legge nella quotidiana immagine di alcuni pali della luce, una forma archetipa di scrittura. Con maniacale precisione, il fotografo riesce a immortalare una visione degli intricati ammassi di fili, restituendo un’immagine tanto affascinante quanto impossibile.

Documentaristico il piglio di Anri Sala che mostra la sua città, Tirana, investita da un’ ‘ondata’ di calore-colore. Grazie al sindaco ex-artista Edi Rama, la città albanese diventa terreno per uno strano e ‘irrisolto’ esperimento: può l’azione di ‘diffusione’ artistica, vivificare una città? Facendo convergere buono, bello e artistico in un centro complesso come una città, il documento testimonia che sì, l’arte può vivificare un luogo, partendo proprio dalla semplicità delle idee. Il video di Anri Sala, DAMMI I COLORI, documenta l’azione voluta dall’allora neo sindaco Edi Rama di dipingere tanta parte degli edifici della città con colori sgargianti. Forma di rottura in molti sensi, il video diventa testimonianza ‘storica’ del potere dell’arte.

‘Annotazione a bordo pagina’… un nicchia con un monitor che trasmette in loop pochi minuti del film di Sam Mendes, American Beauty. La bellezza è “una vita intera dietro alle cose”.

Wilhelm Sasnal Untitled 2012 Olio su tela / oil on canvas 45 x 60 cm Collection Andrew and Stephanie Hale Photo: Marek Gardulski

Wilhelm Sasnal Untitled 2012 Olio su tela / oil on canvas 45 x 60 cm Collection Andrew and Stephanie Hale Photo: Marek Gardulski

Alicja Kwade Teleportation (54° 55’ 24.524” N / 12° 10’ 33.132” E) 2011 Vetro,   lampade Kaiser-Idell / Glass,   Kaiser-Idell lamps Variable dimensions  Exhibition view “Die Gesamtheit aller Orte”,   Kunsthal 44 Moen,   Denmark,   2012 Courtesy the artist and Johann Konig,   Berlin

Alicja Kwade Teleportation (54° 55’ 24.524” N / 12° 10’ 33.132” E) 2011 Vetro, lampade Kaiser-Idell / Glass, Kaiser-Idell lamps Variable dimensions Exhibition view “Die Gesamtheit aller Orte”, Kunsthal 44 Moen, Denmark, 2012 Courtesy the artist and Johann Konig, Berlin

Isabel Rocamora Body of War 2010 Film S16 mm to HD  © The artist,   2010. Courtesy of Galeria SENDA

Isabel Rocamora Body of War 2010 Film S16 mm to HD © The artist, 2010. Courtesy of Galeria SENDA

Jean-Luc Mylayne No 428,   November-December 2007 2007 C-Print  123 x 153 cm Courtesy the artist and Sprüth Magers Berlin London and Gladstone Gallery,   New York,   Brussels © Jean-Luc Mylayne

Jean-Luc Mylayne No 428, November-December 2007 2007 C-Print 123 x 153 cm Courtesy the artist and Sprüth Magers Berlin London and Gladstone Gallery, New York, Brussels © Jean-Luc Mylayne

Chiara Camoni,   Amanuense,   ‘Il Concetto di tempo’  di Martin Heidegger,   2004,   Matita su carta,   Courtesy SpazioA,   Pistoia

Chiara Camoni, Amanuense, ‘Il Concetto di tempo’ di Martin Heidegger, 2004, Matita su carta, Courtesy SpazioA, Pistoia

Progetto ? LA MIA IDEA DI BELLEZZA

Come progetto collaterale alla mostra Un’idea di bellezza la Strozzina propone una domanda:

Qual è la tua idea della bellezza?

Si può iniviare  un’immagine e un breve testo di commento per condividere con molte altre persone il nostro punto di vista. Può essere un luogo, un oggetto, oppure anche un concetto astratto, un valore, una virtù, che per te siano appunto espressione del bello.

L’immagine e il testo che il museo riceve saranno utilizzati in una sala della mostra del CCC Strozzina. Già in questi giorni è possibile vedere l’inizio del puzzle di contributi.

Invia il tuo contributo a:   lamiaideadibellezza@strozzina.org

La Mia Idea di Bellezza - Un'idea di bellezza,   2013 - Foto: Martino Margheri -  Courtesy CCC Strozzina,   Firenze

La Mia Idea di Bellezza – Un’idea di bellezza, 2013 – Foto: Martino Margheri – Courtesy CCC Strozzina, Firenze