Una lunga conversazione con Beatrice Pediconi, in occasione della sua  mostra personale   9′ / Unlimited alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia. Con lei ho visto e attraversato i tre momenti della mostra: la prima sala dove sono esposte una serie di polaroid, un ambiente più intimo dove ‘entrare’ nel suo libro d’artista e, dopo aver attraversato un lungo corridoio, l’ambiente ‘immersivo’ della sala con quattro proiezioni video.

ATP: Mi ha incuriosito, nella descrizione della tua pratica pittorica, la definizione di ‘pittura mutante’. Mi introduci al tuo modo di lavorare?

Beatrice Pediconi: Il concetto di ‘pittura mutante’ nasce dall’atto del dipingere sull’acqua, elemento che inevitabilmente si muove. La pittura nasce nei momenti di attesa, che possono anche essere molto lunghi. In pratica prendo delle grandi bacinelle d’acqua e ci dipingo sopra e dopo scatto delle polaroid. Non sempre le immagini riprendono l’esatto momento del dipingere. Molte volte aspetto di vedere l’evoluzione.

C’è una stretta relazione tra il mutare della pittura sull’acqua e la mia volontà di fermarla attraverso delle immagini. Questo tipo di processo fotografico, molto istantaneo, mi permette di bloccare l’istante che voglio. Se non fosse stato fissato, l’istante si sarebbe evoluto. Nel caso del video in mostra, si vede e capisce il processo di cui parlo. E’ come se l’azione di questo tipo di pittura non avesse mai fine e continuasse a mutare. Non è un caso, infatti, che i miei lavori video siano sempre in loop. Non ci sono degli esatti momenti di inizio e fine, bensì è come se la narrazione si sviluppasse in modo circolare e continuo.  Nella sala video i visitatori possono entrare quando vogliono e osservare il video per un tempo a loro discrezione. Hanno la possibilità di vedere il video come se fosse un quadro: ognuno può decidere di guardarlo a proprio piacimento. Non c’è una vera e propria storia.  Nella sala dove ho installato la serie di polaroid racconto, per ‘stazioni’, quello che è stato il percorso, se vogliamo, della realizzazione del video.

ATP: Il tuo percorso di formazione parte dalla laurea in architettura. In seguito ti sei specializzata in fotografia. Come ha inciso questa esperienza, anche a livello tecnico, sulle opere che hai realizzato negli ultimi anni?

B.P.: Non ho mai esercitato la professione di architetto, però ho lavorato molto come fotografa di architettura. In seguito ho fatto molta sperimentazione con la fotografia. In realtà, accanto al percorso fotografico, ho sempre portato avanti anche il discorso pittorico. Ho sempre dipinto e disegnato, anche quando studiavo architettura. Colori e varie sostanze ce li ho sempre avuti attorno.  

ATP: Dunque sei cresciuta, si può dire, in mezzo a colori, pennelli, sostanze come trielina e oli per dipingere. Ma non solo, dall’ambito dell’architettura avrai sempre maneggiato materiali per costruire modelli e oggetti. Quanto ti è pesata la forma mentis dell’architettura sulla tecnica che utilizzi per realizzare i tuoi video?

B.P: Per quanto riguarda la tecnica, nelle mie prime sperimentazioni con la fotografia, riprendevo delle immagini che non avevano nulla a che fare con la realtà, se non la realtà stessa delle forme. Molte di questi studi sulle forme, rivedendoli dopo molto tempo, avevano in nuce molte delle ricerche che sto facendo adesso, anche se allora non utilizzavo l’acqua. Usavo una serie di oggetti che avevo in studio, ci proiettavo la luce per creare delle ombre che, a loro volta, proiettavo su diverse superfici. Se dovessi tracciare un parallelo tra queste opere, che risalgono a molti anni fa, e questi lavori alla Collezione Maramotti, lo individuerei a partire dalla mobilità delle ombre, nelle prime opere, e dell’acqua in queste ultime. C’è in entrambe l’idea di movimento. Non ho mai fotografo qualcosa che esiste, ma all’epoca costruivo una sorta di set scultorei; prendevo degli oggetti e costruivo una ‘situazione’ assolutamente irreale. Ora, invece, la dipingo con e nell’acqua questa ‘situazione’.

ATP: Che percorso ti interessa rilevare in questa mostra?

B.P.: Mi interessava, al di là di presentare i lavori che mi hanno portato a fare il video, mettere in evidenza la scelta delle varie sostanze che ho utilizzato – all’inizio provo varie sostanze differenti e poi le immortalo con delle polaroid, per vedere che effetto ottengo… tempera nera, tempera bianca, olii o molte altre sostanze –  quindi questi scatti sono una sorta di tappe del percorso che mi ha portato alla realizzazione del video.  In questa mostra ho evitato di produrre delle grandi stampe, con misure di oltre un metro, e passare all’istantaneità delle polaroid con il loro formato piccolo. Le loro ridotte dimensioni, le fanno apparire come delle miniature a cui il visitatore si deve avvicinare molto per apprezzarne i dettagli. Mi piaceva questa dimensione ravvicinata con il lavoro, che è opposta alla sala immersiva dove ci sono le proiezioni video. Da un parte dunque la scelta del visitatore di avvicinarsi all’opera e dall’altra, un’atmosfera dove i visitatori sono obbligati, quasi, a subire l’opera; ne sono investiti. Le polaroid in mostra sono un processo fondamentale dell’intero progetto. Utilizzando molte sostante, girando e mutando punto di vista attorno alle vasche piene d’acque che utilizzo, l’istantaneità della polaroid mi è utile non solo per documentare ma anche per memorizzare il mutare delle sostanze tra loro. Non riuscirei mai a ricordarmi tutto ciò che succede mentre dipingo.

Beatrice Pediconi,   9' / Unlimited,   veduta della mostra / exhibition view Collezione Maramotti,   Reggio Emilia © Beatrice Pediconi Ph. C. Dario Lasagni

Beatrice Pediconi, 9′ / Unlimited, veduta della mostra / exhibition view Collezione Maramotti, Reggio Emilia © Beatrice Pediconi Ph. C. Dario Lasagni

ATP: Cosa utilizzi per ottenere i tanti effetti che vediamo sia nelle fotografie che nel video?

B.P.: Utilizzo pennelli, siringhe, spatoline. A volte lascio cadere delle cose direttamente dalle mani. Tutti gli strumenti che utilizzo non si vedono mai, né nel video né nelle fotografie. Non voglio che si vedano perché vorrei mantenere un forte effetto di irrealtà. Vedere le mani o altri strumenti, significherebbe portare l’esperienza su un piano di realtà… ed è quello che cerco di evitare. La parte che mi diverte di più è che modifico sempre il modo di dipingere sull’acqua. Mi affascina il fatto che, compiendo gli stessi gesti e utilizzando le stesse sostanze, non si otterranno mai gli stessi risultati. C’è, infatti, una gran parte di aleatorietà e incontrollabilità nel mio lavoro.  Ogni volta è un’esperienza diversa. Resto, io per prima, sorpresa nel vedere ciò che accade.

ATP: Perché hai scelto proprio l’acqua come elemento cardine della mostra?

B.P.: Ho una passione infinita per l’acqua, sia come elemento con cui interagire che come ‘luogo’ in cui immergersi. Per molti versi ho creato, con l’opera video, uno spazio ‘immersivo’: una dimensione in un altro mondo, un’atmosfera di distacco e fuga dalla realtà.  Senza contare che, come si nota nel video, la dimensione dell’acqua e del suo moto (o immoto), è legata alla dimensione del tempo. Nell’installare i quattro video che compongono  ‘9’/ Unlimited’, si può notare una leggere asincronia tra un video e l’altro. Ho giocato con il montaggio fuori sincrono dei 4 video… ma non voglio spiegare troppo. La piccola differenza tra un video e l’altro crea l’effetto di moto apparente, come se ci fosse una consequenzialità tra una proiezione e l’altra, ma questo effetto è puramente illusorio. Non esiste in realtà… l’effetto è quello di un tempo ‘strano’ che scorre.

ATP: Acqua, luce, aria: elementi eterei, inafferrabili, a comunque molto importanti per determinati effetti visivi. Se penso all’acqua e alla sua non-forma, è già di per sé altamente pittorica e spazialmente stratificata. Un dipinto è piatto, bidimensionale e siamo noi con la pittura che creiamo profondità. Nel tuo lavoro, invece, c’è già profondità in quanto dipingi su un volume. Nelle tue opere è come se sintetizzassi pittura e scultura (volume) assieme.

B.P.: Alcune volte l’acqua scompare, altre volte resta visibile. Quando la pittura si mischia all’acqua diventa densa, l’acqua non è più percepibile. Ritorna a diventare una superficie opaca, quasi bidimensionale. Senza contare che alcune sostanze non ‘entrano’ nell’acqua. In alcune polaroid si notano ad esempio delle polveri di rame o d’argento. Le polveri resistano sulla superficie e poi piano piano vanno a fondo.

ATP: Perché hai optato per questo tipo di soluzione per installare le polaroid?

B.P.:La scelta della cornice trasparente è motivata dal fatto che volevo riportare nelle immagini una sensazione di sospensione. Si vedono solo le foto ed è azzerato tutto il resto. Volevo mantenere, per certi versi, una dimensione effimera, di qualcosa che può scomparire in qualsiasi momento. Le polaroid, registrando qualcosa che accade in pochissimo tempo, mantengono una memoria molto densa di ciò che accade… hanno un che di molto malinconico.

ATP: Quando parli di pigmento, a cosa ti riferisci, a polveri o a qualcosa di liquido?

B.P.:Ho usato per queste foto sia frammenti di argento che di bronzo. Sono dei sottili fogli che poi ho tagliato in piccolo frammenti. Nei mie esperimenti in generale, si può dire, che ho mischiato qualsiasi cosa. L’importante è la fase di sperimentazione che da origine al lavoro. In una serie precedente ho usato una serie di cibi e di sostanze commestibili. L’effetto finale era di una sostanza organica informe.  

ATP: La bellezza di queste immagini, a mio parere, nasce proprio dall’ambiguità delle forme create dalle varie sostanze. Senza contare che molti scatti sembrano immortalare dei paesaggi lunari, altri sembrano galassie, altre ancora sembrano superfici polverose immortalate da molto vicino.

B.P.: E’ quello che mi piace di questo lavoro, che mantiene un’alta dose di ambiguità e qualcosa di misterioso, inspiegabile. Ovviamente c’è anche della narrazione, dei trapassi di luce e buio .. la materia scura che entra in quella chiara. Come la luce si interseca con il buio. L’aspetto ritmico per me è molto importante: è parte integrante di una superficie in movimento.. si crea un ritmo anche involontario. Installando le foto con un certo ritmo, a gruppi di due o tre immagini, ho voluto accentuare la sensazione di leggerezza e sospensione che si creano mentre realizzo i video.  A guardarle dal centro della stanza,  le polaroid sembrano seguire il linguaggio morse.

Beatrice Pediconi,   9' / Unlimited,   Collezione Maramotti,   Reggio Emilia

Beatrice Pediconi, 9′ / Unlimited, Collezione Maramotti, Reggio Emilia

ATP: Come nasce il libro d’artista che hai realizzato in occasione della mostra alla Collezione Maramotti?

B.P.: Il libro nasce dalla richiesta di Luigi Maramotti di un libro d’artista che accompagnasse la mostra. Non avevo mai fatto un libro di questo tipo ed è stata una bella sfida. Ho fatto altri libri e catalogo ma niente di simile. Sono partita dall’idea di ‘scatola’, che in qualche modo richiamasse la ‘scatola’ più grande dove ci sono le quattro proiezioni video. Se noti, per accedere alla visione dei video, bisogna attraversa un percorso, un lungo corridoio. Volevo che la scatola-contenitore riprendesse il tragitto della mostra. Il primo passaggio raccoglie una poesia.  Per raccontare il progetto ho chiesto ad una poetessa giapponese Haiku, di dare una sua interpretazione. Lei si chiama  Momoko Kuroda ed è la più importante poetessa vivente di Haiku in Giappone. Gli ho mandato il rendering del video e lei ha scritto una poesia. Non volevo e non voglio spiegare troppo il mio lavoro e una poesia Haiku mi sembrava un modo per avvicinarsi alla mia opere senza svelare troppo. Di questi componimenti poetici, dove si utilizzano pochi versi, mi piace il fatto che consentano delle infinite interpretazioni. Vorrei che fosse così anche per il mio lavoro.  Nel concepire la scatola che raccoglie tre passaggi significativi del progetto alla Collezione Maramotti, volevo mantenere la suddivisione in tre parti. E’ come se le tre apertura della scatola simboleggiassero tre momenti diversi del mio lavoro.  Il secondo passo, prima di arrivare alla descrizione del video, è una formula chimica. Ho chiesto al chimico Andrew Lerwill (ingegnere inglese in scienze della conservazione; lavora al Getty alla conservazione dei pigmenti pittorici per il restauro dei dipinti), di scrivere la sua interpretazione del mio lavoro secondo la sua disciplina.  Lui era molto affascinato dai pigmenti e per come li utilizzo. La formula chimica che ha scritto, riguarda la trasformazione della melanina. Questo pigmento ha sia un lato benefico, ma anche un dark side.  La terza parte, che per me è quella più intensa e che sento più vicina, è quella che riguarda la fase della musica, del ritrmo. Ho chiesto ad un compositore italiano, Lucio Gregoretti, una composizione sonora, anche se la mostra in Collezione è assolutamente silenziosa. Volutamente ho deciso di non mettere il suono nel video.  Ho collaborato con varie musicisti ma qui, per una serie di motivi, ho scelto il silenzio. Il suono è dentro alle immagini, o per lo meno io lo percepisco. La consistenza delle sostanze che introduco nell’acqua è diversa: da cui la sensazione delle diverse velocità dei vari elementi. Alcune parti sembrano a rallenti, altre, invece sembrano andare molto più veloci. In realtà c’è sempre la stessa velocità di ripresa. E’ come se questi elementi conservassero dei suoni, delle musica silenziosa.  Dentro al libro c’è una selezione di frames che portano al passaggio tra il buio e la luce. Rappresentano per molti versi un ritmo. Ho lasciato al fotografo Dario Lasagni la libertà di interpretare le varie immagini video che scorrono durante i nove minuti.

Beatrice Pediconi Polaroid #3 polaroid 10 x 13 cm dalla serie / from the series 9’/Unlimited,   2013

Beatrice Pediconi Polaroid #3 polaroid 10 x 13 cm dalla serie / from the series 9’/Unlimited, 2013

Beatrice Pediconi 9’/Unlimited 2013 still Courtesy Beatrice Pediconi and Collezione Maramotti

Beatrice Pediconi 9’/Unlimited 2013 still Courtesy Beatrice Pediconi and Collezione Maramotti

Beatrice Pediconi,   9' / Unlimited,   veduta della mostra / exhibition view Collezione Maramotti,   Reggio Emilia © Beatrice Pediconi Ph. C. Dario Lasagni

Beatrice Pediconi, 9′ / Unlimited, veduta della mostra / exhibition view Collezione Maramotti, Reggio Emilia © Beatrice Pediconi Ph. C. Dario Lasagni