Ho incontrato i ragazzi che hanno ottenuto, dalla storica fondazione veneziana, l’opportunità di usufruire per un anno di un atelier. Gli studi si dividono tra due luoghi affascinanti, l’ultimo piano di Palazzo Carminati, che sovrasta i tetti di Venezia con una vista che spazia dalle bocche di porto a San Marco, e il complesso dei Santi Cosma e Damiano nell’Isola della Giudecca, immerso nella quiete e nel verde. Durante quest’anno i giovani artisti hanno la preziosa opportunità di avere uno studio e di confrontarsi con una serie di progetti, il premio Stonefly (assegnato a Caterina Erica Shanta, menzione speciale a Graziano Meneghin & Jacopo Trabona), un progetto con Moleskine e vari incontri con curatori e giornalisti da tutto il mondo. Insomma le prove generali per una luminosa carriera.

Ho passato con loro due giorni e ve li presenterò attraverso il loro statement, un paio di domande e le immagini di ciò che stanno producendo. Teneteli d’occhio, sono certa che ne sentiremo parlare…

Federica Tattoli

Prima parte: Giuseppe Abate,   ANEMOI (Daniela Da Silva Ferreira, Laura Di Nicolantonio, Maria Elena Fantoni e Nataša Vasiljevi ?), Eleonora Sovrani, Fabio Roncato, Fabrizio Perghem e GLI IMPRESARI (Edoardo Aruta, Marco Di Giuseppe, Rosario Sorbello)

A – Come state vivendo l’opportunità di poter usufruire di uno studio e in che modo pensate stia influendo sulla vostra pratica artistica?

B – La presenza in atelier vi mette a confronto con delle vere e proprie committenze, come vi state rapportando ai vari progetti in corso (Moleskine, Stone Fly, mostra finale) e cosa presenterete?

GIUSEPPE ABATE | BLM Scimmie

GIUSEPPE ABATE | BLM Scimmie

GIUSEPPE ABATE | BLM

Statement: ‘’La prospettiva centrale di Brunelleschi non è altro che una sorta di errore di rappresentazione della realtà, la terra è  piatta, la forza di gravità è solo una comoda teoria per non volare via mentre guardiamo la televisione e non è impossibile che un topo, una salsiccia e un uccellino siano amici’’.

Il mio lavoro inizia in questo modo. Cerco di vagliare ogni possibile alternativa a quello che so, ho imparato o sto vivendo. Non che io non rispetti le straordinarie scoperte dei geni del passato, o non gradisca non volare via dal mio divano , ma trovo interessante (quanto umano e naturale) continuare a porsi delle domande; dare risposte è straordinariamente difficile: le risposte, dal mio punto di vista, rappresentano un bisogno coevo al periodo storico che si vive, non per questo quindi esistono risposte reali in un lasso di tempo molto esteso.

Oggi esiste la materia oscura, l’energia oscura, addirittura la materia grigia, trovo che queste definizioni di ‘’qualcosa’’ siano bellissime: gli scienziati e i fisici stessi ammettono indirettamente che esiste l’ignoto, siamo di nuovo nel medioevo. Che forma potrebbe avere quello che non vediamo?

Naturalmente è impossibile per me  non rielaborare la mia quotidianità, che inevitabilmente si fonde con il mio passato e le vite degli altri. Attraverso la quotidianità il lavoro assume credibilità, diventa sincero, autentico. Le mie immagini, che vengano tradotte in dipinti, disegni o installazioni si modificano sensibilmente a seconda del luogo in cui sto lavorando. Se i mobili sono disposti in maniera diversa, se vivo al terzo piano o in un sottoscala o la mia alimentazione cambia anche le opere cambiano. Permane sempre comunque quel fattore di straniamento, talvolta anche completamente diverso dal primo strato di ‘’realtà quotidiana’’, anzi spesso porta quella realtà proprio a sopperire o addirittura quasi a sparire nascosta sotto un ulteriore strato di colori e forme diverse. Secondo me non esiste un solo punto di fuga, e infinite linee non si incontreranno mai, soprattutto mentre l’energia oscura si trascina tutto chissà dove, intanto alla radio passano nuove canzoni di Lana del Rey e notizie di animali che scappano dallo zoo, il mio amico è nell’altra stanza  che fa rumorosamente sesso con la sua ragazza mentre io consumo una triste scatola di sardine in cucina ; ora, stratifico tutto e cerco di capire come io possa riuscire a farne sortire un lavoro che riesca a convincere e sorprendere in primo luogo me stesso.

A – Il mio lavoro si modella in base allo spazio che può riempire. Avere uno studio, grande come questo, significa riempire più spazio; significa lavorare di più, avere la possibilità di confrontarsi con diversi materiali e proporzioni.

Credo che la cosa più importante che capiti qui sia quella del vedere il proprio percorso lavorativo svilupparsi con una maggiore rapidità, in vista di quella occasione che permette di lavorare a tempo pieno.

B – intanto ho dovuto comprare un’ agenda, e di conseguenza stare più attento a date e scadenze. Non è sempre facilissimo lavorare su commissione-progetto; è come andare al mare quando si vuole, in costume da bagno, oppure mettersi in mutande appena qualcuno te lo chiede, dovunque tu sia! In realtà è interessante lavorare in questo modo, e ammetto che sotto pressione in genere lavoro meglio. Non saprei dire cosa presenterò alla fine, non sono un amante dei ”trailer”. Trovo che creino delle aspettative troppo alte o troppo basse, in ogni caso rovinano il film.

ANEMOI | BLM

ANEMOI | BLM

ANEMOI (Daniela Da Silva Ferreira, Laura Di Nicolantonio, Maria Elena Fantoni e Nataša Vasiljevi ?) | BLM

Statement: L’attività del gruppo nasce a distanza, tra Venezia e Londra, come risposta alla comune urgenza di traslare la ricerca artistica sulla realtà circostante, ripensando i valori di astrazione, rappresentazione e narrazione. Anemoi ha come interesse principale quello di innestare delle aperture nella continuità del reale, che agiscano come intersezioni decisive tra il poetico e il possibile. Il lavoro del gruppo opera una critica sistematica di quegli elementi del quotidiano che attivano silenzio e passività e interpreta queste aperture come micro-rivoluzioni, spazi di respiro, possibilità e creazione.

A – Avere uno studio è un aspetto importante per il nostro lavoro condiviso. Anemoi è un gruppo, pertanto avere un quartier generale a cui fare riferimento è senz’altro una condizione ideale per poter lavorare insieme. Le pareti dello studio funzionano per noi come una vera e propria billboard per idee da sviluppare o su cui riflettere!

B – Il lavoro rispetto alle committenze è piuttosto intenso: in principio è stato difficile stare dietro a tutto, ma col tempo abbiamo acquisito un buon ritmo. Siamo felici che questa esperienza ci abitui a ritmi di lavoro professionali e serrati. Per Stonefly abbiamo presentato il lavoro ‘Animismo Industriale’, una serie di termografiche indaga sui passaggi di calore tra essere vivente e pelle di animale trattata per la produzione industriale. Per Moleskine presenteremo una serie di frasi udite per le calli veneziane, proposte come un flusso, rimescolato e rimescolabile. Per la mostra finale lavoreremo su queste stesse frasi su un piano performativo, proponendo una sorta di esecuzione a più voci.

Caterina Erica Shanta BLM

Caterina Erica Shanta BLM

CATERINA ERICA SHANTA | BLM 

Statement:Attraverso una ricerca d’archivio e i racconti delle persone, indago la capacità che hanno le immagini di costituire Storia, memoria e ricordi. Inevitabilmente in questo processo, tali immagini e racconti diventano parte della mia esperienza seppur da un punto di vista diverso. Quest’attitudine diviene pratica artistica nella mia ricerca, illustrando come le immagini divengano parte delle persone, ne costituiscono gli spazi interiori, con narrazioni spesso contraddittorie. Il documentario è lo strumento privilegiato per indagare i linguaggi del cinema e dell’arte: come essi divengono filtro rispetto alla percezione della realtà per entrare nella dimensione del racconto.

A – La dimensione dello studio mi ha permesso di ragionare sullo spazio architettonico, mentale, filmico, stabilendo una relazione tra le parti. E tra il dentro e il fuori: l’architettura dello studio comparato agli spazi urbani, lo spazio mentale e la dimensione del racconto singolo e collettivo, lo spazio filmico come tappeto di immagini su cui camminare. Nello studio ho avuto la possibilità di creare un ambiente costellato da immagini, che mi permette di realizzare molteplici connessioni visive, narrative, che sfociano nella scrittura.

Questo sta cambiando radicalmente la mia pratica artistica, poiché mi permette di riflettere e criticare la figura dell’artista e dell’autore: a mio avviso la soggettività della visione proposta è frutto di un processo a sua volta soggettivo e coinvolge tutte le fasi del lavoro per la sua realizzazione. Questo tocca inevitabilmente anche l’altro, destinatario o creatore del primo racconto. Il tutto è inserito in un processo complesso per la genesi della cosa, che non appartiene più solamente al suo autore, ma anche a tutti gli altri che vi partecipano. Facendo un passo indietro, appare che la definizione del processo nei suoi limiti umani, seppur impossibile, fa parte integrante del lavoro per la sua esistenza. Dato questo punto di vista credo che il processo soggettivo per la realizzazione dell’opera, essendo parte del lavoro, deve acquistare la sua visibilità, essere evidente.

Per il progetto documentario Bevilacqua sto riflettendo molto su questo aspetto, maturando l’idea che la mia visione sul passato della guerra a Venezia è telescopica, distorta e priva dell’esperienza: le uniche esperienze visive che ho sono immagini giunte sino ad oggi, racconti delle persone e libri di storia. Mi rendo conto che è insensato voler ricreare un tempo, quello che posso fare è creare ambienti immaginari e immaginati attraverso le fotografie ed i materiali che ho a disposizione. Inevitabilmente questo porta a riflettere sulla ricerca, sulla fragilità della struttura creata, sulla fragilità del punto di vista soggettivo sempre sull’orlo della sua dissoluzione.

B – Lavorare per una committenza è interessante perché mi permette di ragionare sull’istituzione, sulle sue specificità visibili o meno. Questo mi aiuta a ragionare sulla versatilità del mezzo che utilizzo (principalmente video, ma spessissimo anche la fotografia) permettendomi anche di riflettere sui suoi modi di esistenza. Ad esempio per Stonefly ho cercato di capire, nella tradizione cinematografica del lavoro di fabbrica, come un video possa intersecarsi con lo stabilimento ed i suoi lavoratori. E’ emersa una relazione sintomatica, le cui immagini sono membrana tra le parti in gioco (io che filmo il lavoratore, il lavoratore che lavora, qualcuno che filma me mentre lavoro). Questo in un passaggio successivo mi ha permesso di ragionare sull’idea di montaggio classicamente lineare secondo una visione fordista nella visione della fabbrica (che segue l’oggetto, non la persona), ma che in questo caso viene stravolto dalla compresenza dei lavori in atto. Per la mostra finale ho parzialmente risposto nella domanda precedente, comunque un documentario sulla seconda guerra mondiale a Venezia, con un occhio specifico a due realtà opposte: quella dell’ipervisibilità mancata del cinema di Salò, e quella del nascondimento visibile dei rifugi antiaerei costruiti tra le calli delle isole veneziane.

Eleonora Sovrani | BLM

Eleonora Sovrani | BLM

ELEONORA SOVRANI | BLM

[…] une beauté qui s’engendre dans la relation entre le paysage urbain et le dériveur lui-même dont la vie varie en permanence […]

[…] una bellezza che si genera nella relazione tra il paesaggio urbano ed colui che si abbandona alla deriva, la cui la vita varia continuamente […]

Patrick Marcolini, Le mouvement Situationniste, une histoire intellectuelle 

Muoversi a piedi è un modo per abbandonarsi alle scelte del caso e per aumentare le possibilità della scoperta. Spesso, camminando, trovo gli indizi di qualcosa che ho già vissuto in un’altra forma, e che si materializza attraverso associazioni impreviste.  L’immagine virtuale è sempre più presente nella realtà tanto da confondersi con essa, e addirittura modificarla a sua immagine e somiglianza. In questo sfasamento disorientante, camminare è anche un modo per riaffermare ad ogni passo la relazione concreta del proprio corpo con lo spazio.

Attraverso la tecnologia, gli orizzonti e le prospettive si moltiplicano, e creano nuovi scenari. La mia indagine si muove attraverso questi paesaggi sconosciuti, attratta dalle contraddizioni e zone d’ombra che questi inevitabilmente creano.

A – Nella mia pratica artistica dedico molto tempo all’indagine sul campo e alla ricerca in rete, ma allo stesso tempo trovo molto utile avere uno spazio fisico in cui raccogliere e riordinare le idee, i reperti, le immagini. Questo mi permette, ad esempio, di trasferire su un supporto fisico ed esporre quelle immagini digitali, che, in caso contrario, rimarrebbero probabilmente relegate al formato digitale, sfuggendo molto più facilmente alla vista. Il fatto di avere la stessa immagine sotto osservazione, invece, permette di ritornarvi, quasi inconsciamente, con il pensiero e sviluppare una lettura più approfondita della stessa.

Ovunque mi trovi l’orientamento, la vista e la luce che caratterizzano lo spazio, incidono inevitabilmente sul mio stato d’animo, e di conseguenza sulla mia pratica artistica. L’atelier che occupo attualmente ha un lucernaio e tre finestre, si trova al quarto piano di palazzo Carminati, nell’angolo rivolto verso Marghera, la zona del porto e il tramonto del sole. Quindi, data questa disposizione, sarò spinta a scavalcare con lo sguardo cupole campanili e tetti, per soffermarmi sull’immagine straniante visibile sullo sfondo, dove i colossi da crociera, più alti di quasi tutti i campanili attorno, modificano lo skyline ad ogni partenza e ad ogni arrivo.

B- I progetti che sto sviluppando sono accomunati dall’attenzione verso quegli oggetti, dati e immagini, che passano facilmente inosservati. Uno di questi, riguarda gli oggetti smarriti e abbandonati a Venezia, e riflette in particolare sulla labile differenza tra oggetto smarrito e oggetto-rifiuto. Trovo interessante questo punto, soprattutto in relazione ad una città come Venezia, poiché qui il servizio rifiuti avviene a piedi, e i netturbini si trovano a distinguere di volta in volta lo status degli oggetti che trovano sulla strada. Un’altra ricerca riguarda invece le webcam che catturano immagini degli spazi pubblici: anche in questo caso, si tratta di dispositivi di cui spesso ignoriamo la presenza, poiché questa è difficilmente individuabile. Al tempo stesso però, molte di queste webcam ci riprendono e fanno circolare la nostra immagine (benché poco riconoscibile) in rete, a nostra insaputa. Il progetto che sto sviluppando intende porre l’accento sulla loro posizione, per dare la possibilità a chi è ripreso, di esserne consapevole e agire di conseguenza. Inoltre, da circa due anni, sto conducendo insieme ad Andrea Buran, un’indagine riguardo all’influenza della cronologia web dell’utente, sul risultato delle sue ricerche di immagini in rete. Inizialmente abbiamo confrontato le immagini risultanti dalla ricerca web di dieci utenti diversi, relativamente alla stessa parola chiave su Google. In seguito abbiamo preso in considerazione dieci motori di ricerca, e la stessa parola chiave dream.

In questo caso abbiamo rilevato differenze sostanziali tra le immagini risultanti dei dieci motori di ricerca, e delineato le caratteristiche delle loro differenti “personalità”, che dirigono in maniera invisibile ogni risultato di ricerca. Parallelamente stiamo elaborando un motore di ricerca umano. Solitamente i risultati dei motori di ricerca rispondono ad una richiesta da parte dell’utente. In questo motore di ricerca umano agli utenti è richiesto di restituire elementi in risposta ad una domanda: questo cambio di prospettiva sovverte così l’usuale processo dall’alto verso il basso, trasformandolo in un processo dal basso verso ­l’alto.

Fabio Roncato,   BLM

Fabio Roncato,  Telescopio – BLM 2014

FABIO RONCATO | BLM

Il mio operare è fortemente influenzato dal fascino estetico e dalla forza espressiva potente che risiede nel semplice processo di trasformazione e come questi possano rivelarsi attraverso l’azione artistica. Ho lavorato spesso in territori che mi sono familiari per studiare questi processi anche attraverso la memoria del paesaggio e di chi l’ha vissuto. Negli ultimi anni mi sono soffermato principalmente nel territorio settentrionale italiano e fra le comunità agricole del nord est, tessendo relazioni fra i lavoratori e acquisendo le conoscenze necessarie per realizzare le mie opere.

Recentemente ho aperto una stretta collaborazione con l’ingegnere astrofilo Giampiero Favaro, con l’obiettivo di indagare il territorio partendo dai processi che l’hanno generato e che risiedono nella memoria della materia, cercando quelle tracce che descrivono gli equilibri e le forze che governano la natura.

A – In uno studio condiviso si stabiliscono delle alchimie particolari fra le persone che lo abitano, dunque è sempre un incognita. In questo caso è andata molto bene. Personalmente da questa esperienza sto imparando molto.

B – Il lavoro con una committenza nel mio caso è molto utile. Vivo nel costante tentativo di non essere disordinato e avere delle scadenze e dei limiti imposti da un azienda aiuta… e comunque è divertente.

Fabrizio Perghem,   Errare humanum est,   calcare oolitico,   Castello di Arco

Fabrizio Perghem, Errare humanum est, calcare oolitico, Castello di Arco

FABRIZIO PERGHEM | BLM

Realizzo installazioni site-specific, dove la materia é essenziale, ridotta al minimo, sino ad una sua profonda analisi ambientale, contestuale, ma soprattutto aperta e incorporante. La mia ricerca indaga esattamente quelle tensioni che determinano l’uomo nel suo paesaggio e il paesaggio in relazione all’uomo. Le azioni intraprese e il nuovo materiale visivo prodotto devono mirare non a creare un ulteriore luogo, ma a produrre delle interferenze che consentano di captare forze non immediatamente visibili in un ambiente.

A – L’opportunità di poter usufruire di uno studio a Venezia è un occasione eccezionale, il giusto contro-bilanciamento ai ritmi di Milano, dove da un paio d’anni, una volta tornato in Italia, ho stabilito il mio laboratorio più o meno stabile. Per me l’atelier è un luogo dove riflettere documentarmi e sperimentare, prima della realizzazione in-situ degl’interventi che sono soliti nella mia pratica. Inutile dire che il poter condividere spazi e confrontarsi è da sempre una gratificante risorsa di energie.

B – Un passo dopo l’altro, sono una persona scaramantica e non amo parlare dei miei progetti fino a quando non sono definiti, penso che si disperdano tensioni. Posso anticiparti i temi sul quale sto riflettendo, come la rappresentazione dello spazio attraverso le onde acustiche riflesse e rifratte in corrispondenza delle variazioni di impedenza e la necessità di appigli retinici nelle opere sonore.

In questi giorni invece sono andato a documentare un progetto che ho sviluppato per il Museo Segantini ad Arco, il quale si articolava tra una cava dismessa di calcare e la vasca di raccolta dell’acqua del castello, in un progetto che indaga l’intervento umano sul territorio attraverso la manipolazione della rete idrica della zona. Mentre ora sono alle prese con un progetto che esporrò in questi giorni presso la Galleria Civica di Trento, una ricerca che prende spunto dalla particolare frizione che si genera tra la bellezza del paesaggio, nelle immagini di documentazione della grande guerra in alta quota, in relazione all’atrocità del loro contenuto.

Gli Impresari - Pratica di fabricar scene e machine ne musei,   Tenuta di Sticciano,   Firenze

Gli Impresari – Pratica di fabricar scene e machine ne musei, Tenuta di Sticciano, Firenze

GLI IMPRESARI (Edoardo Aruta, Marco Di Giuseppe, Rosario Sorbello)

Gli Impresari (Edoardo Aruta, Marco Di Giuseppe, Rosario Sorbello) è un collettivo artistico impegnato in un lavoro di ricerca sulle forme del teatro barocco, sulla scenotecnica e le sue macchine teatrali. A partire da questa tradizione, Gli Impresari si interrogano sul concetto di meraviglia come strumento di propaganda.

impresari.tumblr.com

A. Il collettivo nasce nello stesso periodo dell’ingresso negli Atelierdella Fondazione Bevilacqua La Masa, è difficile dunque poter stabilire un cambiamento di rotta nella propria pratica di qualcosa che prima non c’era. Avere uno spazio fisico dove lavorare è stato comunque importante per il gruppo perché grazie ad esso, abbiamo potuto testare le potenzialità del nostro progetto, intrecciando le diverse sensibilità in un processo che spesso ha richiesto, e richiede, la massima fiducia l’uno dell’altro, specialmente quando è tempo di finalizzare un lavoro.

B. Lavorare su committenza fa parte della natura stessa del progetto che il collettivo porta avanti. Le macchine teatrali su cui lavoriamo fanno già parte di questa tradizione, storicamente infatti, erano tra gli elementi costitutivi di quel grande apparato di intrattenimento che erano le feste barocche; nascono quindi già in un clima di committenza tra artista e principe o cardinale. Questo aspetto è ciò che rende le macchine teatrali un affascinante oggetto di studio, perché strette tra lo statuto di opera e quello di strumento di propaganda.

Da buoni impresari comunque, siamo stati spesso noi a porci nel ruolodi committenti. Per l’anno prossimo contiamo di realizzare una messa in scena di una piéce scritta da Gian Lorenzo Bernini e mai rappresentata prima, che vede coinvolti una serie di professionisti letteralmente ingaggiati dal collettivo. Lavoriamo sempre quindi ibridando strategie imprenditoriali e artigianali, il che ci colloca

in un rapporto paradossale con il nostro lavoro, moltiplicando i punti di vista su ciò che facciamo. La mostra finale di gennaio vedrà dunque la presentazione della piéce attraverso una serie di materiali eterogenei. Quel momento sarà di certo interpretato come l’inizio di un nuovo capitolo del progetto e non solo come la fine di un’esperienza.