Basilica Palladiana a Vicenza

Basilica Palladiana a Vicenza

Farà da cornice alla rassegna video  ARType, fino al 25 agosto,  la Basilica Palladiana: edificio  che affaccia su Piazza dei Signori a Vicenza e che prende nome dall’architetto rinascimentale Andrea Palladio.

La rassegna video è a cura di Guido Bartorelli, Paolo Granata, Silvia Grandi, Fabiola Naldi e Stefania Portinari, docenti nelle università di Bologna, Padova e Venezia.

Artisti:  Rebecca Agnes, Yuri Ancarani, Karin Andersen, Sergia Avveduti, Bianco Valente, Basmati, Riccardo Benassi, Filippo Berta, Botto & Bruno, Enrico Bressan, Alessandra Caccia, Stefano Cagol, Silvia Camporesi, T-Yong Chung, Luca Coclite, Audrey Coïaniz, Michael Fliri, Michela Formenti, Aldo Giannotti & Markus Hofer, Kensuke Koike, Giovanni Kronenberg, Marcantonio Lunardi, Marco Morandi, Virginia Mori, Bruno Muzzolini, Massimiliano Nazzi, Christian Niccoli, Gabriele Picco, Giovanna Ricotta, Donato Sansone, Angelo Sarleti, Natalia Saurin, Danilo Torre, Virgilio Villoresi, Debora Vrizzi, Diego Zuelli

Alcune domande alla curatrice Fabiola Naldi.

ATP: Un po’ di numeri su questa mostra: 5 curatori,   36 artisti, 6 archetipi. “ARType – Archetipi della videoarte contemporanea” si presenta come una panoramica della video-arte italiana. C’è un aspetto che più di altri incuriosisce, la suddivisione in ‘archetipi’. Mi spieghi come nasce questa divisione?

Fabiola Naldi: La suddivisione in archetipi parte dalla volontà collettiva dei curatori di rimanere in un territorio puramente critico concettuale in cui evidenziare o individuare ipotetiche categorie che potessero accompagnare lo spettatore in un viaggio “particolare” entro gli spazi della mostra.  Ovviamente sono stati scelti da noi alla luce dei video che in parte avevamo già in mente di inserire nella scelta. Quindi potremmo dire che uno specifico archetipo ed anche molti dei video che sono stati “chiamati” a partecipare sono arrivati quasi contemporaneamente.

ATP: Vista la suddivisione in 6 ‘archetipi’- il rito, il gioco, il territorio, il gesto, il viaggio, il sé – mi fai sei esempi di opere che, più di altre, raccontano questa ripartizione?

F.N.: Devo ammettere che risulta per me molto difficile isolarne 6 che, a loro volta, possono diventare i 6 archetipi degli archetipi individuati. Posso solo dirti che come per la mia singola sezione i video presenti possono tutti insieme essere realmente i portavoce di questo tipo di categorizzazione.

ATP: Perchè avete deciso di partire proprio da un taglio antropologico? Cosa racconta, nella sua complessità, questa rassegna?

F.N.: Più che un taglio antropologico lo definirei un “taglio” tipicamente culturologico in cui le stesse 6 categorie degli archetipi divengono “box” di omologie ipertestuali in grado di ridare vita alla singola opera in modo differente. Detto questo se dovessi tracciare l’ipotesi di un racconto (con tanto di inizio, svolgimento e fine) direi che la complessa varietà delle opere selezionate appartiene alla strutturata realtà che tutti noi stiamo vivendo. Gli artisti ne fanno parte e non credo proprio che si possano esimere da portarne in evidenza, sempre con una necessaria traslazione, un frammento.

ATP: A tuo parere, come sta la ‘scena della video-arte oggi’? Quale direzione sta prendendo? 

F.N.: Domanda molto difficile e quasi impossibile da completare in uno spazio ristretto come quello dell’intervista. La scena della video arte oggi sta benone se si pensa a come si sono rese più semplici le possibilità di realizzare un prodotto che solo 5 anni fa richiedeva molti più sforzi. Ma questo è solo una parte del discorso. La parte più dolorosa riguarda la scena in generale che produce moltissimo ma filtra altrettanto. Vale a dire che poi su larga scala (intendo a livello espositivo nelle grandi manifestazioni internazionali) ne passano sempre meno e forse, aggiungo io, anche quelli più scontati. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda ecco un classico errore che dovrebbe sempre essere evitato: il critico ha il dovere di evidenziare, raccogliere più informazioni, “scansionarne” le varie parti ma solo ed esclusivamente a favore del presente, allargando il più possibile i proprio orizzonti di ricerca. Il critico non deve e non dovrebbe avere la presunzione di ipotizzare una scena futura: quello è compito delle opere e degli artisti che, attraverso le proprie ricerche, quando davvero ne vale la pena, riescono anche a modificare il presente e quindi l’immediato futuro. Detto questo potrei aggiungere una piccola riflessione: una sola direzione non c’è mai stata e non credo ci sarà proprio ora che siamo in vortice di multitasking culturale particolarmente schizofrenico.

ATP: Nell’ultimo decennio, abbiamo visto la crescita esponenziale di un canale video online come youtube. Quanto questi network, con la loro intrinseca logica dell’accumulo casuale di musica, video ‘fai da te’, cinema ecc. ha condizionato il linguaggio della video–arte?

Mi verrebbe da dire quanto il linguaggio delle video arte, all’inizio, ha condizionato questi canali, ma anche in questo caso il tempo a mia disposizione è molto breve quindi posso solo aggiungere che vi è stato nel corso degli ultimi anni una completa quanto parassitaria collaborazione fra i vari contesti permettendo più un ipotesi di contenitore dove trovare o recuperare piuttosto che scoprire qualcosa di appetitoso. Il video “fai da te” è fin dai suoi albori utile in un primo momento a delineare un’attitudine, un atteggiamento direttamente proporzionale alla normalizzazione tecnologica con cui ciascuno di noi ha dovuto, positivamente intendo, fare i conti. Ti direi invece che molti di queste piattaforme sottolineano una bulimia di registrazione, documentazione, archiviazione che ha caratterizzato fin dall’inizio del Novecento lo sviluppo di certe soluzioni tecnologiche e culturali. Siamo solo arrivati ad una saturazione di questa necessità, di un desiderio che sta alla base di molte ricerche artistiche del secolo passato. Non siamo ancora ad un’inversione di tendenza; siamo più rivolti, direi, a un allargamento, sebbene molto più sofisticato, delle più antiche necessità umane. Serve uno stravolgimento tecnologico più sconvolgente di quello accaduto fino ad ora e un suo corrispettivo culturale per far si che qualcosa di diverso realmente accada.

Gabriele Picco

Gabriele Picco

Donato Sansone

Donato Sansone

Biancovalente

Biancovalente

Marco Morandi - We move lightly (2011)

Marco Morandi – We move lightly (2011)

Filippo Berta

Filippo Berta