Art or Sound,   Fondazione Prada - Ca' della Regina Venezia 2014 - Installation View

Art or Sound, Fondazione Prada – Ca’ della Regina Venezia 2014 – Installation View

Apoteosi dei sensi e, di conseguenza, riscontro di una triste mancanza. Questa d’acchito la sensazione che si prova dopo pochi minuti nell’attraversare la bellissima mostra alla Fondazione PradaCa’ Corner della Regina a Venezia (fino al 3 novembre 2014).   “Art or Sound” ci rivela quanto, ai più assidui frequentatori delle mostre di arte contemporanea, abbiamo privilegiato il senso della vista (e dell’intelletto, naturalmente) a discapito di altri sensi, quello dell’udito e con esso dell’azione del toccare, del muoverci o, semplicemente, di stare stesi in contemplazione.

Curata da Germano Celant, questo progetto ambizioso raccoglie centinaia tra congegni musicali, oggetti sonori, opere d’arte che producono suoni, strumenti musicali che, muti, diventano, sculture. Un andirivieni concettuale, dunque, ci invita a rivedere e riconsiderare sotto una nuova luce (ma sarebbe più opportuno dire, ‘sotto un nuovo suono’) molti strumenti.

Ma andiamo per ordine. La base da cui si sviluppa la mostra è tessere il rapporto e l’incontro tra arte e suono, indagare gli aspetti iconici degli strumenti musicali, nonché approfondire il ruolo dell’artista musicista. Con oltre 180 elementi, datati dal ‘500 a oggi, l’esposizione si sviluppa sin da subito senza ordine cronologico, contenutistico o formale, lungo i due piani principali di Ca’ Corner della Regina. Lo spazio, già fortemente connotato, con la moltitudine di ‘strumenti’ diventa – come hanno già sottolineato da più parti – una Wunderkammer dedicata alla necessità di catalogare l’oggetto che produce suono o, ancora, allo strumento musicale deviato dalla norma, dalla funzione e dal suo statuto.

Fin da subito, dicevo, si ha la sensazione che l’azione più giusta da fare (finalmente) in un museo sia quella di toccare, di ‘dare fiato’ alla nostra necessità di interagire o influire con la staticità degli strumenti. Nonostante la gran parte degli strumenti non si possano né suonare né tanto meno toccare, ce ne sono altri con cui possiamo interagire. Penso al bellissimo oggetto-scultura-strumento ‘Marble Sonic Table’ di Doung Aitken – un tavolo in cui più persone posso sedersi e, conversando, posso picchiettare su delle lastre di marmo che producono dei suoni -, l’altrettanto affascinante tavolo di Laurie Anderson ‘Handphone Table’ – un tavolo di legno provvisto di un dispositivo per la riproduzione sonora, la cui musica si sente solo appoggiando i gomiti sul piano del tavolo e facendo si che gli avambracci e le mani si trasformino in conduttori di suono – o, ancora, la consolle di Carsten Nicolai (conosciuto come Alva Noto) ‘Bausatz Noto’ in cui abbiamo la possibilità di sperimentare soundloops con 4 piatti di giradischi integrati.

Ma nonostante questi pochi esempi da citare, tra gli altri, in cui abbiamo la possibilità di interagire, non è questo il punto nodale della mostra. A mio parere, esaurito l’entusiasmo e l’incredulità di trovarsi in mezzo a oggetti incredibili e bellissimi, si apre una grande e cogente questione: il suono, i rumori, la musica, sono stati e sono tuttora  argomenti che, esulando dall’ambito strettamente musicale, hanno attratto una grande quantità di artisti visivi. C’è, dunque, una spaccatura intrinseca al concetto stesso della mostra: da una parte ci sono degli strumenti storici, dall’altra ci sono opere d’arte che ‘degenerano’ degli strumenti musicali o fanno della sperimentazione con il suono attraverso delle installazioni.

Gebruder Wellershaus,   Fairground Organ early 20th century,   Art or Sound,   Fondazione Prada,   Ca della Regina,   Venezia 2014

Gebruder Wellershaus, Fairground Organ early 20th century, Art or Sound, Fondazione Prada, Ca della Regina, Venezia 2014

Dalla partenza, dove è più evidente la parte storica della mostra con oggetti ‘meravigliosi’ datati di secoli  – carillon ‘automi’ che sembra piccole sculture in movimento, orologi con uccellini cantori in gabbia, violini in marmo, cornetti barocchi a forma di draghi, trombe a forma di serpente, violini di ferro (la lista potrebbe continuare a lungo) -, di autori spesso ‘unknown’, e dove l’aspetto di sperimentazione, sia sonora-musicale che formale, è molto elevata e rientra sempre nell’ambito della ricerca musicale, si passa all’ambito artistico tout court, dove non più musicisti, ma artisti visivi sperimentano con il suono.

Questa distinzione, a parere mio, è decisamente importante per la comprensione della mostra: da una parte musicisti o artigiani esperti di strumenti musicali fanno sperimentazione con il suono e gli strumenti che lo producono, dall’altra – soprattutto dai primi del novecento (ottima partenza dei Futuristi) ai giorni nostri sperimentano con la ‘materia’ sonora e con sculture e/o installazioni che emettono suoni, ritmi e musica.

Un altro grande elemento che emerge in questo complesso progetto espositivo è la discrepanza tra l’obiettivo di immergere lo spettatore in un ‘luogo vitale’ (“Da ospedale o da casa del ‘defunto’, il museo va trasformato in un luogo vitale, affinché si avvicini al mondo reale – pieno di stimoli sensoriali – e si allontana dal diktat nevrotico del non toccare, non ascoltare, non gustare e non odorare.”, scrive Celant nel testo in catalogo) e l’esperienza (reale) della mostra. Direi che l’obbiettivo di vivificare un ambiente museale è stato centrato, ma non perché la vita entra a gamba tesa nella mostra, bensì il contrario: l’atmosfera della mostra, la sua meravigliosa sostanza (contenuti, forme e azioni che compiamo per attraversarla e capirla) ci eleva al di sopra del ‘norma’ (delle regole, dei modelli, delle misure che governano la nostra vita) e ci consente di evadere. Non è forse questo che spesso chiediamo a una mostra? Un’esperienza fuori del normale che ci consenta di trascendere dal reale?

Questo viaggio verso il ‘meraviglioso’, la mostra ce lo fa assaporare tutto, facendoci oscillare tra due poli dialettici prima che dicotomici: forma vs suono. In effetti, la cosa che sorprende è la bellezza, singolarità e ricercatezza delle forme, dei materiali, delle immagini che la mostra raccoglie prima che la materia sonora e le composizioni musicali. Restiamo stupiti per l’unicità degli strumenti, per la loro maniacale ricercatezza o stranezza – in definitiva, l’occhio la vince sull’orecchio. Nonostante, infatti, siamo investiti ad ogni passo da suoni, musiche e rumori, ciò che ci attrae sono ancora le forme. La carrozza organo, i grammofoni a coppia finemente decorati, o i tanti strumenti zoomorfi, per giungere al contemporaneo con i pianoforti con motociclette di Arman, gli strumenti ibridi di Ken Butler, il pianoforte dai tasti inchiodati di Maciunas… per giungere agli strumenti modificati di Christian Marclay (la chitarra ‘vertebrata’), il tamburo che si auto-suona di Anri Sala, la ricostruzione elettronica di un atomo con 64 campanelli di Alberto Tadiello, gli strumenti musicali costruiti con armi da fuoco di Pedro Reyes ecc. La maggior parte di queste opere ci attraggono non per i suoni o la musica che producono, ma per la loro forma, le loro soluzioni formali, o, ancora per i meccanismi che mettono in funzione o che li fanno funzionare.

La vince l’occhio, anche in un’opera tra le più incisive dell’intera mostra, ‘Concrete Tape Recorder Piece’ (1968) di Bruce Nauman: un’opera composta da un registratore nel cui nastro è stato inciso l’urlo di una donna, avvolto da un sacchetto di plastica e ‘murato’ dentro ad un blocco di cemento di 240 kg. L’opera è, dunque, un pesante parallelepipedo grigio da cui esce un cavo provvisto di spina, l’unico indizio che può far intuire che dentro al masso ci sia qualcosa. Ridotto al silenzio per sempre, l’urlo della donna è conservato (o imprigionato) dentro al cemento. Ma è inevitabile sentirlo o meglio percepirlo, sordo, dentro alla materia.

Mai udito un urlo così penetrante e indimenticabile.

Art or Sound è una delle poche e rare mostre che meritano di essere viste e sentite. Sentite e viste.

Elena Bordignon

Maywa Denki,   Guitar-LA,   1994 Art or Sound,   Fondazione Prada - Ca' della Regina Venezia 2014 - Installation View

Maywa Denki, Guitar-LA, 1994 Art or Sound, Fondazione Prada – Ca’ della Regina Venezia 2014 – Installation View

Haroon Mirza,   Stack 2013,   Art or Sound,   Fondazione Prada - Ca' della Regina Venezia 2014 - Installation View

Haroon Mirza, Stack 2013, Art or Sound, Fondazione Prada – Ca’ della Regina Venezia 2014 – Installation View

Martin Creed,   Work NO.97 (A metonome working at moderate speed) 1994 Art or Sound,   Fondazione Prada - Ca' della Regina Venezia 2014 - Installation View

Martin Creed, Work NO.97 (A metonome working at moderate speed) 1994 Art or Sound, Fondazione Prada – Ca’ della Regina Venezia 2014 – Installation View

Anri Sala,   A solo in the Doldrums (Based on an unseen dance by Siobhan Davies),   2009,   Art or Sound,   Fondazione Prada - Ca' della Regina Venezia 2014 - Installation View

Anri Sala, A solo in the Doldrums (Based on an unseen dance by Siobhan Davies), 2009, Art or Sound, Fondazione Prada – Ca’ della Regina Venezia 2014 – Installation View