Sissi,   Diari

Sissi, Diari

Giona Bernardi,   Arma-dio,   collage e tecnica mista su tavola,   215x57 cm,   2004,   Museo Cantonale d'Arte,   Lugano (dettaglio)

Giona Bernardi, Arma-dio, collage e tecnica mista su tavola, 215×57 cm, 2004, Museo Cantonale d’Arte, Lugano (dettaglio)

Intervista a Milovan Farronato, co-curatore con Roberto Cuoghi, della mostra Arimortis ospitata dal 5 aprile all’8 settembre 2013 nella Sala Archivi ‘Ettore e Claudia Gian Ferrari’ – Museo del Novecento. La mostra è frutto della collaborazione tra il Museo del Novecento e DOCVA.

ATP: Come è da considerare una mostra come Arimortis?

Milovan Farronato: Sia io che Roberto Cuoghi volevamo fare una mostra che non rispettasse i normali standard. La lettura dei nomi invitati alla mostra, non aiuta a capire la tipologia del nostro progetto, la sua qualità o intensità. Ci sono nomi noti, nomi meno noti, persone scomparse, persone che non sono necessariamente artisti con cui abbiamo collaborato. Tutto il progetto è connotato da una sorta di ‘sospensione del giudizio’. Arimortis è la richiesta di una pausa. Assieme a Roberto, mi sono preso una pausa. Abbiamo fatto una cosa che non rifaremmo mai più, probabilmente. Però l’abbiamo fatta adesso. Per me, personalmente, è stato anche un modo per esprimere una sorta di statement sull’arte italiana.

ATP: Com’è nata l’idea di questa mostra?

MF: Gli esordi del progetto risalgono ad oltre un anno fa. Ho parlato con la direttrice del Museo del 900, Marina Pugliese proponendole, in virtù della collaborazione tra il Museo del 900 e viafarini (di cui allora ero ancora direttore artistico) un progetto condiviso. Le ho proposto di fare una mostra che rispecchiasse ed esprimesse l’anima dell’archivio di viafarini. Volevamo fare una sorta di percorso dentro all’archivio. Ho proposto a Marina di ‘aprire’ idealmente i tanti portfolio che si sono depositati in decenni di archiviazione. Quest’idea mi era nata in un periodo in cui stavo già meditando di lasciare il posto di direttore.

ATP: La mostra è dunque, fortemente connotata dalla collaborazione tra il Museo con il DOCVA e in particolare con viafarini.

MF: Devo sottolineare che all’inizio volevo fare una mostra che  non fosse standard, che non fosse la classica mostra di un elenco di artisti. Una delle caratteristiche dell’archivio di viafarini è quello di essere ‘indiscriminato’. Tutti gli artisti mandano il loro portfolio e tutti vengono ricevuti, accolto, discussi. Poi, ci sono delle modalità per cui alcuni, i più meritevoli, vengono messi ad un livello di maggior visibilità, ma tutto il resto viene raccolta senza distinzione. C’è tutto. Ci sono i professionisti, quelli che non lo diventeranno mai, gli autodidatti, quelli che non gli interessa diventare professionisti ma vogliono partecipare ad un ‘archivio di giovani artisti’… magari per sentirsi a loro volta giovani ecc. Bisogna sapere che un tempo l’archivio di viafarini raccoglieva veramente tutti i portfolio degli artisti, senza distinzione o discrimine. Ora la raccolta del materiale degli artisti è molto più chiara e i materiali sono meno caotici (e meno suggestivi, d’altronde).

ATP: Cosa vuol dire ‘arimortis’?

MF: Arimortis è un’espressione latina che viene declinata in vari modi…arimo ecc. Da sempre si utilizza nei giochi dei bambini per sospendere l’attività ludica. Ad esempio, se qualcuno si deve legare le stringhe delle scarpe, gridando arimortis ha la possibilità di uscire dal gioco, di fare quello che deve fare e poi di rientrare nel gioco arivivis. Si riprende il gioco con le stesse logiche. Sia a me che a Roberto, ci piaceva il concetto di ‘sospensione’ delle normali logiche per poterne attraversare delle altre. Considero il concetto di ‘arimortis’ un po’ come il ‘delirare’. Delirare significa andare oltre la ‘lira’, la lira è il campo seminato. Per molti versi significa andare in un campo più colto.. un po’ andare oltre certe logiche per coltivarne delle altre.

ATP: La mostra ha come taglio concettuale l’idea di ‘smisuratezza’. Come l’avete sviluppata nello spazio non facile della Sala Archivi “Ettore e Claudia Gian Ferrari”?

MF: Abbiamo fatto di necessità virtù. Per come è strutturato lo spazio, abbiamo pensato di non fare un percorso classico, ordinato od ordinario. Le premesse della mostra avevano una deriva ‘folk’, una forte propensione per artigianale, per il manufatto. Quest’idea di ‘alterità’, è andata di pari passo con il desiderio di fare un progetto con Roberto Cuoghi perchè, a mio parere, è l’artista più folk dei non folk. Quando gli ho espresso la mia idea di fare una mostra assieme, ho subito pensato, o mi da un pugno o mi dice di sì. Ha accettato subito con entusiasmo. Le cose in seguito sono molto cambiate. Dalla mia riflessione iniziale di mostra ‘folk’, lui è andato molto oltre. Al di là del folk, l’idea della mostra si è spostata e allargata verso i concetti di ‘smisuratezza’ e di arte smisurata. Ci piaceva l’idea di comprimere per paradosso, lo ‘smisurato’ dentro a delle teche di vetro. L’idea, infatti, di costringere il concetto di ‘smisurato’ dentro ad uno spazio limitato – come potrebbero essere le teche della Sala al Museo del 900 – ci sembrava interessante oltre che una sfida. L’dea di qualcosa che non ha misura, che vuole liberarsi…l’abbiamo messa sotto teca. Le opere che abbiamo scelto, dunque, sono tutti tentativi che si misurano con la tensione tra l’azione del contenere  l’incontenibile, di costringere ciò che vorrebbe essere smisurato… Ad un certo punto abbiamo desunto dall’archivio DOCVA, le ‘smisuratezze’ che potevamo desumere, alcune più riuscite, altre meno riuscite. Abbiamo campionato una certa dose ‘energie’. Abbiamo cercato di evitare di fare una mostra hortus siccus (ndb composizioni di fiori essiccati e pressati); il progetto è più da considerare come una lista di campionature significative. E’ chiaro che la smisuratezza non abita nell’archivio DOCVA. Il nostro obbiettivo è stato di applicare il nostro concetto ad un visione sull’archivio degli artisti.

ATP: Mi citi delle opere che calzano con questo vostra idea di ‘smisuratezza’?

MF: Ad esempio la ‘balena’ di Giona Bernardi, direi che è efficace per simboleggiare questo nostro tentativo. Il grandissimo disegno di sei metro per un metro e mezzo, è una smisuratezza che sconfina dall’algida ‘bacheca’ in cui dovrebbe essere messo. Oppure il pellegrinaggio di Giorgio Andreotta Calò, oppure, un nome meno noto, ma altrettanto calzante, è l’opera di Maria Stella Tiberio e del marito Michele Napoli. Assieme hanno trascritto il libro di Giobbe su un abito da sacerdote. Hanno crittografato tanta parte dei concetti del libro sacro, impiegandoci oltre un anno di lavoro. E’ chiaro che un artista che fa un lavoro del genere, difficilmente ha la possibilità di avere una carriera professionale come quella che, mediamente, ha – o ambisce di avere – un giovane artista. Un lavoro come il suo va al di là delle logiche di produzioni a cui siamo abituati. Mi sono preso una vera e propria ‘pausa’ da queste logiche, anche e soprattutto grazie a Roberto Cuoghi. Lui alla fine è diventato lo spiritus rector di questo progetto.

ATP: La mostra è accompagnata da un vero e proprio libro. Di chi è stata l’idea?

MF: L’idea del libro è stata di Roberto Cuoghi. Non è da considerare il catalogo della mostra, bensì una sua ulteriore manifestazione del concetto di ‘smisuratezza’. Cuoghi sentiva questo concetto particolarmente vicino e il libro gli ha consentito di approfondire e sviscerarne i tanti significati Il volume non raccoglie le opere degli artisti, essi vengono solo citati nell’introduzione che ho scritto. Il libro raccoglie i testi di sette autori diversi. C’è un sociologo, un monaco, un filosofo ecc. che affrontano il tema della ‘smisuratezza’. Roberto Cuoghi ha scritto un saggio tra i sette inclusi che, mi sembra di ricordare, si intitola ‘Il Tumore Liberato’. Si fa avvocato alle difese del tumore liberato e delle sue ragioni di esistere, partendo da un aneddoto iniziale, una short story: un chirurgo toglie il tumore dal corpo di un paziente e, guardando l’uno e l’altro, pensa di buttare il corpo e tenere il tumore. Quest’ultimo è più bello, meglio riuscito; è un’ipertrofia compiuta nel massimo della sua crescita. Da questo aneddoto, partono le riflessioni di Roberto.

ATP: Il concetto di ‘smisuratezza’ è molto affascinante ma, per molti versi anche difficile da ‘applicare’ ad un concetto di mostra. Non credi?

La smisuratezza ci ha permesso di eliminare il concetto del museum of everything – che era quello che avevo di partenza – e ci ha permesso di allontanare il concetto dell’art brut. Una smisuratezza integrata ci ha permesso di andare oltre l’arte folk, l’arte degli outsider e, non ultima, andare oltre il concetto di l’arte come espressione dei disturbi psichiatrici. Abbiamo cercato di limitare il concetto, evitando di cadere nella frenesia, nella sregolatezza. Esempi per noi calzanti, sono le opere di Maria Stella Tiberio, che ha ricamato per un anno, o la raccolta della Sissi, l’accumulazione dei suoi diari…. Abbiamo scelto dei lavori a-progettuali, dove il talento e l’istinto hanno fatto la parte fondamentale delle opere stesse.

(da comunicato stampa)

Per Arimortis non sempre sono state scelte opere da esporre, talvolta sono stati avviati progetti in collaborazione con altri specialisti, come nel caso dell’artista siberiana Olga Schigal che partecipa alla mostra aderendo e complicando il progetto Madrelingua del musicista Saverio Lanza, o della pittrice Lorenza Boisi che interpreta gli esiti di un percorso di regressione personale accompagnato dall’ipnotista Felice Perussia. Vera Morra e Katthy Cavaliere – prematuramente scomparse – sono presenti attraverso la rievocazioni di altre due artiste, rispettivamente Chiara Fumai e Sabrina Sabato. Sissi collabora con se stessa: Daniela Olivieri. ?In mostra anche le dissolvenze incrociate di Gino Lucente e l’allegorico funerale in papier maché? di Luigi D’Eugenio; le anamorfosi di Francesco Mannarini e il pellegrinaggio di Giorgio Andreotta Calò; la vita ritirata di Christian Tripodina e i fragili equilibri di Manuel Scano; le confessioni di Betty Bee e gli abiti nuziali di Paola Pivi e Karma Lama; i crocefissi di Cecile Genovese e l’armatura di Carlo Gabriele Tribbioli; i ricami di Maria Stella Tiberio con il marito Michele Napoli e i residui della vita troppo complicata di Giona Bernardi.

In contemporanea alla mostra Arimortis, il Museo del Novecento inaugura la mostra  Andy Warhol’s Stardust. Stampe dalla collezione Bank of America Merrill Lynch. 

Lorenza Boisi (con il Prof. Felice Perussia),   Ricerca su mio Padre,   dettaglio

Lorenza Boisi (con il Prof. Felice Perussia), Ricerca su mio Padre, dettaglio

Luigi D’Eugenio,   As a Sin (dettaglio),   carro in legno,   bambole in cartapesta,   materiali vari,   6 mt ca.,   2012-2013 (dettaglio)

Luigi D’Eugenio, As a Sin (dettaglio), carro in legno, bambole in cartapesta, materiali vari, 6 mt ca., 2012-2013 (dettaglio)