Da una conversazione con Pierfrancesco Frillici

ANTONIO ROVALDI,   DAL LIBRO ORIZZONTE IN ITALIA,   COURTESY HUMBOLDT BOOKS E AN- TONIO ROVALDI,   2015

ANTONIO ROVALDI, DAL LIBRO ORIZZONTE IN ITALIA, COURTESY HUMBOLDT BOOKS E AN- TONIO ROVALDI, 2015

Pierfrancesco Frillici: Viaggiare è sempre, come dici tu, un attraversamento. Aggiungerei un attraversamento incessante: muoversi, spostarsi da un punto a un altro, non è altro che prendere le distanze, allontanarsi da tutto ciò che si incontra. Ma quando riusciamo ad afferrare ciò che ci sfugge? Di certo non durante il tragitto, ma soltanto dopo che ci saremo allontanati dalla strada, potremo invece avvicinarci alla comprensione dei luoghi attraversati. Allora i frammenti sparsi si ricomporranno e la nostra esperienza pregressa acquisterà finalmente un senso, dando forma, per così dire, al viaggio. Come suggerisce Susan Sontag, fotografare è certificare un’esperienza e viaggiare una maniera per accumulare le immagini di tale esperienza. Lo scatto fotografico, nel suo mettere un freno alla marcia dispersiva delle circostanze, consente al viaggiatore una pausa di consapevolezza. Inserendo un diaframma fra se e il mondo, egli crea un tempo sospeso, dalla durata teoricamente indefinibile che è il tempo della scoperta e della conoscenza.

Antonio Rovaldi: Forse solo ponendosi fuori dal transito possiamo ripercorrere le distanze che ci separano da un determinato luogo, a cominciare dal ritorno negli spazi a noi più familiari. Nel mio caso è lo studio dove lavoro. Lì avviene il processo di rielaborazione: la ricostruzione del ricordo di una distanza percorsa. E’ stato così soprattutto per il progetto Orizzonte in Italia, iniziato nel 2011 e conclusosi nel giugno del 2014: ho viaggiato in bicicletta per più di due mesi lungo il perimetro della penisola e poi intorno alla Sardegna accumulando tantissime immagini che, giorno dopo giorno, andavano a comporre un lunghissimo pentagramma di orizzonti. Questa linea di colori, durante il viaggio non restituiva la reale distanza percorsa perché era contenuta dentro la pellicola non ancora sviluppata; solo al ritorno tutte le fotografie raccolte e stampate hanno, seppur in modo parziale, restituito la distanza che avevo percorso: una linea di 3500 km di mari e cieli che si stendeva lungo il perimetro del mio studio.

ANTONIO ROVALDI,   MI È SCESA UNA NUVOLA (TRAVEL LOG),   COURTESY ANTONIO ROVALDI,   2014

ANTONIO ROVALDI, MI È SCESA UNA NUVOLA (TRAVEL LOG), COURTESY ANTONIO ROVALDI, 2014

Pierfrancesco Frillici: Quando ho visito Orizzonte in Italia alla galleria Monitor di Roma, nel 2011, ho avuto la sensazione di viaggiare in uno spazio della percezione pura, separato dalla realtà dei luoghi fisici. Mentre guardavo le fotografie, la linea dell’orizzonte si appiccicava ai miei occhi come un lungo nastro magnetico stringente. Centrale, fissa, segmentata in modo tale da definire ogni singolo scatto in due metà quasi speculari, composte e armonizzate come in uno stemma araldico; ma al tempo stesso distesa ininterrottamente come una secante longitudinale che guida il passo dello sguardo con una cadenza implacabile, senza vie di fuga.

Antonio Rovaldi: Quando ho cominciato il mio viaggio intorno al perimetro dell’Italia, credevo che mi sarei dedicato alla fotografia in maniera molto precisa, nel senso che pensavo di concedere un tempo generoso a ciascuna immagine che avrei scattato all’orizzonte durante il giorno. Poi, a viaggio cominciato, mi sono reso conto che non potevo fermarmi troppo tempo per gli scatti fotografici, perché dovevo concentrarmi soprattutto sullo sforzo fisico e sulla mia meta quotidiana. La lunghissima linea composta da tanti scatti fotografici, che mi portavo dietro in viaggio sotto forma di pellicole, si allungava giorno dopo giorno con il mio procedere. Due anni dopo, quando ho steso sui tavoli del mio studio tutto il materiale fotografico che avevo raccolto, è cominciata una lunga riflessione sulle fotografie che avevo scattato. Non erano semplicemente fotografie di orizzonti, ogni immagine conteneva tracce minime del territorio che avevo attraversato. Succedono sempre delle cose nel paesaggio, anche se ci sembra immobile. Ci sono diversi registri temporali in Orizzonte in Italia: il tempo del viaggio fisico che si spinge in avanti, attraverso un’accumulazione di immagini, ed il tempo successivo di un viaggio a ritroso che cerca di rimettere in ordine una distanza percorsa.

Pierfrancesco Frillici: Se non sbaglio Roland Barthes diceva che nella fotografia l’immagine è sottoposta a un regime di libertà vigilata e che il referente è il suo custode. Credo che questa osservazione sia molto pertinente al tuo lavoro, molto attento alla riconsiderazione dei soggetti e dei loro codici di diffusione. Non trovo però analogie con l’operazione critica svolta dal paesaggismo fotografico postmoderno, soprattutto nella sua declinazione italiana. Semmai potresti condividere le sue premesse concettuali, in consonanza con le ricerche di un autore come Franco Vaccari. Con la differenza che mentre Vaccari intendeva “esporre in tempo reale” l’intervento del pubblico tu, al contrario, durante il processo ti separi, sciogli tale vincolo. Compi la prima fase in solitaria e poi, in un secondo tempo, consenti al pubblico l’accesso allo spazio di partecipazione o, come è successo nel mio caso, di liberazione emotiva. Questo mi fa tornare in mente alcune pratiche della Land Art.

Antonio Rovaldi: Orizzonte in Italia è stato realizzato in solitaria in un rigoroso silenzio compositivo, dove i giorni del viaggio erano scanditi da numerose e brevi pause lungo il mare per fotografare l’orizzonte. Solo alla fine del viaggio ho potuto ricomporre, attraverso una lunghissima sequenza, una linea cromatica che si stende lungo la penisola da confine a confine. Nello specifico di Orizzonte in Italia, per me è stato necessario riordinare i segni incontrati lungo il territorio italiano per tracciare una distanza nel paesaggio: scattavo una fotografia in una precisa porzione di mare perché avevo in mente la tonalità di azzurro della fotografia precedente, un po’ come credo possa fare un pittore quando stempera diversi toni di azzurro su una superficie. Li diluisce, li mescola, li affianca o li sovrappone. Mi piace pensare alla lunga linea di orizzonti come un insieme di colori e velature e non solo come una stratificazione di fotografie che raccontano porzioni di territorio. Fin dai miei primi progetti dedicati a specifici luoghi del paesaggio italiano (Un attimo prima 2001, Sopra il luogo 2004, Job is my danger 2008), mi interessava mettere in relazione un approccio più analitico del territorio e uno più immaginifico, poetico. Ho sempre cercato di mantenere un equilibrio fra queste due dimensioni: da una parte il paesaggio reale, dall’altra un paesaggio assolutamente personale, che rielabora continuamente associazioni poetiche alle quali è inevitabile e necessario abbandonarsi. Il paesaggio, i luoghi fisici in generale, generano in colui che li attraversa con attenzione estetica, una continua rielaborazione mentale, frutto di una relazione costante fra quello che si vede e quello che si è. Questo modo di vedere e registrare il paesaggio condivide i suoi fondamenti più con la tradizione dell’arte europea, ma questo è un discorso un po’ complesso, perché ha a che fare con i luoghi d’origine, il proprio bagaglio culturale e il significato che oggi diamo a certi termini come ‘paesaggio’, ‘ambiente’, ‘territorio’, ‘natura’. Parole che spesso, nell’arte americana, hanno un significato diverso. Alla fine, fosse solo per una questione di vicinanza territoriale, sento che la mia ricerca, sopratutto negli ultimi anni, si avvicina più a quella di artisti europei con i di quali condivido un lieve sentimento di malinconia verso il paesaggio, sentimento che gli artisti americani in genere non provano. Penso ai Wall drawings di Hamish Fulton (Londra, 1946) come esempio dell’esperienza estetica del camminare o, ancor più, alle fotografie e alle mappe tracciate a graffite dei viaggi, sempre a piedi, di Michael Höpfner (Krems, 1972). Noi europei camminiamo in un “teatro”, muovendoci fra quinte scenografiche di varia natura e diversi periodi storici, gli americani si spostano in uno spazio vuoto dove suoni e forme sono molto più distinti. Nei paesaggi italiani è sempre più difficile incontrare questo tipo di silenzio e di vuoto. Forse è per questo che artisti come Hamish Fulton e Michael Höpfner preferiscono camminare lontano da luoghi contaminati, mettendosi costantemente in relazione con gli ambienti naturali che attraversano. Io mi sento vicino a loro, anche se la mia ricerca spesso si abbandona forse di più all’ironica imprevedibilità del momento, soprattutto nella fase di rielaborazione di un progetto.

Pierfrancesco Frillici: Il silenzio compositivo, dove l’attesa è pratica attiva e non contemplativa, è una condicio sine qua non nell’esecuzione di tutti i tuoi progetti. Il silenzio, pur nella sua impalpabilità, non è mai un annullamento, piuttosto è un perfezionamento del sentire. Quando infatti cala il silenzio non si assiste alla scomparsa del suono, ma solo alla rimozione del rumore, cioè di quella parte eccedente, sovrastante che ci distrae e disturba. La potenza del silenzio induce il viandante (e forse anche il sedentario) a restare in ascolto, dandogli l’occasione di testare uno spessore di percezione – una sorta di eco a bassa intensità – del mondo che gira intorno. Ciò mi sembra piuttosto evidente in un lavoro come Shorakapok (2009), quando insieme a Michael Höpfner avete attraversato a piedi l’isola di Manhattan e, dopo molte ore di cammino, siete giunti a Inwood Park, alla fine dell’isola. Höpfner camminava con una benda che lo privava della vista, mentre tu ti muovevi protetto da cuffie stereofoniche, immune ai rumori della strada. I vostri corpi avevano subito una disabilità temporanea, due degli organi sensoriali erano stati “silenziati” ma nel percorso la marcia non ne risentiva, anzi sembrava ricaricarsi in un viaggio parallelo grazie a una forma di mutua compensazione sensoriale.

ANTONIO ROVALDI,   DAL LIBRO ORIZZONTE IN ITALIA,   COURTESY HUMBOLDT BOOKS E AN- TONIO ROVALDI,   2015

ANTONIO ROVALDI, DAL LIBRO ORIZZONTE IN ITALIA, COURTESY HUMBOLDT BOOKS E AN- TONIO ROVALDI, 2015

Antonio Rovaldi: Mi piace pensare che i progetti ai quali lavoro siano finestre spalancate sul paesaggio, dove tutto può entrare o restare fuori a seconda del momento e di come mi sento. Mi interessa molto la relazione tra immagine e sforzo fisico. Nella mia mostra Mi è scesa una nuvola / Orizzonte in Italia e in quella di Hamish Fulton e Michael Höpfner Canto di strada, ora al MAN, si parla, seppur in modo differente, di un attraversamento nel paesaggio complesso della Sardegna. Hamish e Michael hanno camminato in solitaria nelle montagne del Gennargentu per due settimane, io ho percorso l’intero perimetro dell’isola in bicicletta. Abbiamo tutti viaggiato soli per due settimane e poi dentro al museo ognuno di noi ha ricostruito, attraverso il proprio linguaggio, la distanza percorsa. Hamish ha camminato dal mare al punto più alto dell’isola, per poi ridiscendere, Michael si è mosso intorno alle montagne per giri concentrici ed io ho pedalato intorno all’isola cercando di non perdere mai di vista la linea dell’orizzonte. Ognuno di noi però ha viaggiato in un preciso territorio e le opere in mostra sono la traduzione di una distanza consumata fisicamente seguendo un disegno pensato a priori.

Pierfrancesco Frillici: Il camminatore, e anche il ciclista dall’andatura accorta, pausata e meditativa, in equilibrio sulla superficie su cui si muove, forse va alla ricerca di un silenzio perfetto, dove la comunicazione verbale sarebbe distrazione e il luogo abitato un “fuori luogo” dissonante. Dialogare, incontrare, socializzare sarebbe come contravvenire a una sorta di imperativo categorico, in un orizzonte chiaramente laico benché spirituale.

Antonio Rovaldi: Artisti come Hamish Fulton e Michael Höpfner, che hanno fatto del camminare una vera e propria pratica artistica, sono dichiaratamente interessati a una dimensione di attraversamento dei luoghi in solitaria ed entrambi tendono a dirigersi verso un silenzio, se non perfetto, quantomeno lontano dai rumori del paesaggio urbano. Il mio muovermi – non solo in bicicletta – attraverso i luoghi implica invece un dialogo, spesso ravvicinato, con i rumori e le contaminazioni urbane e questo genera una narrazione più eterogenea con l’ambiente circostante. Il viaggio in bicicletta intorno alla Sardegna per realizzare l’opera fotografica Mi è scesa una nuvola dialogava costantemente con i rumori e le voci delle persone che incontravo. Per la mostra al Museo MAN ho realizzato anche un’installazione audio, dal titolo Mi è scesa una nuvola (2015). Si tratta di un montaggio di voci degli abitanti del territorio, ai quali domandavo le direzioni per raggiungere le mete prefissate: una conversazione un po’ surreale in cui le distanze sulla mappa della Sardegna, calcolate da me quotidianamente, vengono costantemente contraddette e ridisegnate dalle persone incontrate. Si viene a creare così una mappatura orale del territorio che non segue più distanze stabilite a priori sulla mappa, ma accoglie l’imprevedibilità del momento. Il paesaggio non è più solo quello rappresentato su una carta geografica o quello che vediamo solo con i nostri occhi, ma diventa materia plasmabile, in continuo mutamento, perché si arricchisce dell’esperienza soggettiva degli abitanti di quello specifico luogo. Per capire l’anima più profonda della Sardegna è necessario lasciare la costa e addentrasti nell’entroterra, lungo strade secondarie e poco battute. A un certo punto io sono rimasto in bilico tra un orizzonte contaminato da orribili villette a schiera e i primi silenzi di un’isola fatta di un centro che ho potuto solo percepire. Il sardo che si intristisce direbbe: “M’ata abasciau una nue!”. Ed è forse così che anche a me, ad un certo punto del viaggio…mi è scesa una nuvola!

ANTONIO ROVALDI,   MI È SCESA UNA NUVOLA,   INSTALLAZIONE FOTOGRAFICA COMPOSTA DA 24 FOTOGRAFIE 40X30 CM,   COURTESY ANTONIO ROVALDI,   2015

ANTONIO ROVALDI, MI È SCESA UNA NUVOLA, INSTALLAZIONE FOTOGRAFICA COMPOSTA DA 24 FOTOGRAFIE 40X30 CM, COURTESY ANTONIO ROVALDI, 2015

ANTONIO ROVALDI,   MI È SCESA UNA NUVOLA,   INSTALLAZIONE FOTOGRAFICA COMPOSTA DA 24 FOTOGRAFIE 40X30 CM,   COURTESY ANTONIO ROVALDI,   2015

ANTONIO ROVALDI, MI È SCESA UNA NUVOLA, INSTALLAZIONE FOTOGRAFICA COMPOSTA DA 24 FOTOGRAFIE 40X30 CM, COURTESY ANTONIO ROVALDI, 2015

ANTONIO ROVALDI,   MI È SCESA UNA NUVOLA,   INSTALLAZIONE FOTOGRAFICA COMPOSTA DA 24 FOTOGRAFIE 40X30 CM,   COURTESY ANTONIO ROVALDI,   2015

ANTONIO ROVALDI, MI È SCESA UNA NUVOLA, INSTALLAZIONE FOTOGRAFICA COMPOSTA DA 24 FOTOGRAFIE 40X30 CM, COURTESY ANTONIO ROVALDI, 2015