Luce,   giorno. Antonio Calderara / Helene Appel at P420,   Bologna - Photo Dario Lasagni,   installation view

Luce, giorno. Antonio Calderara / Helene Appel at P420, Bologna – Photo Dario Lasagni, installation view

Testo di Valerio Borgonuovo

Antonio Calderara / Helene Appel Luce, Giorno

presso P420, Bologna fino all’ 11 Gennaio 2014

Antonio Calderara / Helene Appel Luce, Giorno è una mostra che invita ad essere visitata preferibilmente nei cambi di luce. All’alba (se fosse possibile) o a ridosso della sera. Secondo consuetudine di chi si reca al fiume o al lago per pescare. Quando i bagnanti non sono ancora arrivati oppure sono già andati via e la luce scandisce le transizioni di fase del giorno.

Sul Lago d’Orta o nella Pianura Padana per l’astrazione di Calderara (1903-1978), le cui geometrie fai quasi fatica a metterle a fuoco per quanto si sia impegnato a restituire perfino le coordinate atmosferiche entro cui sono state pensate e realizzate. Qualcosa di simile a una foschia, a una persistente nebbiolina retinica, staziona difatti sui piccoli quadrati o rettangoli e sulle linee in alcuni punti ripassate più e più volte con rigore tecnico (ed evidentemente caratteriale); costringendoci a rallentare il flusso del sangue, il battito cardiaco per contenere l’astrazione, in attesa che la trota abbocchi all’amo ed emerga vibrando sul pelo dell’acqua.

Tra le reti e gli ami sul bagnasciuga, prima o dopo l’uso poco importa – forse in barca sul Reno col papà da bambina o lungo l’estuario del Tamigi durante gli anni di formazione a Londra – per la Appel (1976), il cui virtuosismo è però al servizio di un registro intimo e domestico, di un inventario figurativo iperrealistico fatto di oggetti minimi dipinti sulla tela grezza in scala 1:1 da sorvolare con lo sguardo e poi penetrare nel dettaglio scorgendone le proprietà prima che il caso li porti via. Altrove, verso una loro evaporazione nuovamente astratta, puramente mentale.

Luce,   giorno. Antonio Calderara / Helene Appel at P420,   Bologna - Photo Dario Lasagni,   installation view

Luce, giorno. Antonio Calderara / Helene Appel at P420, Bologna – Photo Dario Lasagni, installation view

Segue il testo del curatore Davide Ferri

Luce, giorno.

È possibile far dialogare due artisti molto diversi tra loro, due pittori provenienti da con- testi – e per giunta epoche – differenti? Ed è possibile fare discorso su alcuni aspetti della pittura attraverso la sovrapposizione di lavori accostabili l’uno all’altro solo per contrasto? Come misurare la distanza tra due approcci apparentemente inassimilabili (eppure germinali rispetto a qualsiasi discorso sulla pittura), tra neoplatonismo e mimesi, oppure, più semplicemente, tra il rigore di Calderara e il virtuosismo di Appel?

Antonio Calderara è morto nel 1978 e, dopo una formazione da autodidatta, ha trascorso la sua vita tra Milano e il Lago d’Orta. Pochi viaggi, qualche trasloco a cercare le condizioni ottimali per il lavoro, una specie di autarchia conquistata a fatica, la “stanza tutta per sé” più volte evocata come condizione indispensabile, necessaria.

Helene Appel è nata nel 1976 a Karlsruhe e, dopo essersi formata a Londra, la città che ha anche segnato i suoi esordi, è rientrata solo da poco tempo in Germania, a Berlino.

I quadri di Calderara sono astratti, o meglio, lo sono dal 1958, la data di una decisiva svolta verso l’astrazione, una svolta come se ne annoverano pochissime nel Novecento italiano, per modalità, tempi, risolutezza. «Nel 1958, col disegno di mia madre – afferma Calderara in una lunga nota autobiografica – traccio la mia ultima linea curva».

I lavori di Appel sono invece figurativi, di un iperrealismo ossessivo e intimo, e descrivono dettagliatamente alcuni oggetti – chicchi di riso, piccoli vegetali e rametti, reti, filo da cucito, stoffe, nastro adesivo, tessuti e pellicole di plastica – dipinti sulla tela grezza in scala 1:1, come se fossero sparpagliati/appoggiati in modo più o meno casuale.

L’astrazione di Calderara, semplice ed essenziale, è un’evoluzione – ma in chiave più lirica, più irriducibilmente umana – della pittura astratto/concreta novecentesca, di certa pittura modernista (di Mondrian, di Albers, su tutti).?In cosa consiste esattamente questo lirismo di Calderara?

Nei formati e nello spessore materiale delle piccole tavole. Nelle linee sottili, invisibili, mai troppo definitive e assertive. Nei tremolii e nelle indecisioni delle linee. Nei toni di colore di- messi, delicatamente impuri, porosi e permeabili alle vicinanze. In rapporti di forza (tra aree, zone di colore, ecc) che sono sempre potenzialmente intercambiabili, come equivalenze di possibilità. In un dato atmosferico, paesaggistico, sempre presente nei dipinti: come una foschia densa, impregnata di luce, che sfoca i contorni e i rapporti tra le cose.

In molti hanno osservato che l’astrazione di Calderara ha una matrice figurativa. Che ha origine nella trasformazione di un paesaggio che, scarnificato, si traduce nell’incontro di linee verticali e orizzontali.? Certi quadri figurativi dei primi anni cinquanta, infatti, sono paesaggi che preannunciano e rivelano la dimensione immateriale, incorporea, dei dipinti astratti. Calderara ha dunque progressivamente semplificato, selezionato, distillato gli elementi di realtà fino ad approdare, ineluttabilmente e con naturalezza, all’astrazione. Ma è come se il paesaggio sopravvivesse, nei suoi dipinti, come evocazione e flebile ricordo. Fino a che punto è dunque lecito interpretare le linee, i piccoli quadrati e rettangoli come distanze, orizzonti, o semplici riflessi e bagliori di cose viste attorno a un lago? E ancora: è possibile che l’assenza, il vuoto, nei dipinti di Calderara sia inscindibile dall’irriducibile presenza di qualcosa?

L’iperrealismo di Helene Appel ha invece continui rimandi alla storia dell’astrazione. Voglio dire: il suo lavoro rivela sempre la sua semantica astratta (sarebbe troppo facile – troppo prevedibilmente simmetrico – dilungarsi, adesso, sul fatto che gli inizi della Appel sono effettivamente quelli di una pittrice astratta, eppure è proprio così…).

I quadri con le bucce, o con le reti, sono allora variazioni/infrazioni della griglia modernista, verifiche della sua tenuta come scheletro di ogni immagine. Così come la posizione e le proprietà degli oggetti dipinti (che possono concentrasi in un punto o disperdersi ai bordi, oppure illusoriamente piegarsi, arrotolarsi e distendersi sulla tela) esplorano le potenzialità e i limiti della superficie come dato concreto.

La tela grezza è dunque l’elemento emblematico del lavoro di Helene Appel. Le sue qualità fisiche, ad esempio, interagiscono/interferiscono in modo sostanziale con gli oggetti rappresentati (è in base alle diverse tramature del supporto, oltre che alle qualità degli oggetti reali, che la Appel decide a ogni inizio quale tecnica usare). Ma non solo: i suoi dipinti non sono semplici nature morte perché la tela grezza non può essere considerata né un tavolo né un ripiano, cioè un luogo illusoriamente plausibile (così gli oggetti devono vedersela da soli per provocare illusoriamente lo spettatore). La tela grezza è piuttosto una presenza materiale, invalicabile, su cui gli oggetti finiscono per trovarsi requisiti come in un territorio di mezzo, in cui si sovrappongono la coscienza del quadro come oggetto (“domestico”, nel caso della Appel) e, al contempo, come veicolo di rappresentazione.

Per via di cosa, dunque, si somigliano i lavori di Antonio Calderara ed Helene Appel? Che cosa li accomuna? Il territorio incerto che entrambi occupano e i contrasti che li sostengono? Una cura, un’attenzione che ha a che fare con la “pratica quotidiana” (entrambi gli artisti dipingono molto lentamente, per strati successivi) e che si traduce in una richiesta all’osservatore di una graduale messa a fuoco, di un tempo di lettura prolungato? Il loro intrinseco carattere diurno?

Claudio Verna, una volta, mi ha raccontato di una visita a Calderara nei primi anni settanta, dell’impressione che gli fecero quell’artista così “incredibilmente amabile e ordinato” e la sua casa di Vacciago. «Sembrava che tutto nelle stanze, fino agli oggetti più piccoli, occupasse una posizione che non era casuale, ma lungamente meditata. C’erano anche due tu- bature a vista, sulla parete di destra e su quella di sinistra del salotto, talmente simmetriche da non potere passare inosservate. Mi sembrò strano, e gli chiesi come era stato possibile trovare una stanza con tubature così perfettamente identiche». «No, no – gli rispose Calderara – una è vera, l’altra l’ho fatta mettere io. È finta in realtà, e non serve a nient’altro che a porre rimedio ad uno squilibrio insopportabile». La visione degli oggetti della Appel, sempre zenitale, essenziale, è la stessa di quando rivedi chiaramente i contorni di un piccolo disastro domestico, o di un dopocena, magari al risveglio, dopo che la sera prima hai deciso di lasciare, per inerzia, le cose come stavano.?Ho sempre immaginato Calderara al lavoro già dal mattino molto presto, seduto ad un tavolo anche se in realtà dipingeva su cavalletto.

Luce, giorno. è una mostra di quadri di Antonio Calderara ed Helene Appel che si incontrano in una luce diurna, meridiana, inesorabile.

Antonio CALDERARA,   Forma rossa sul quadrato rosso,   1968,   oil on board,   cm.18x18 (Courtesy P430,   Bologna)

Antonio CALDERARA, Forma rossa sul quadrato rosso, 1968, oil on board, cm.18×18 (Courtesy P430, Bologna)

Antonio CALDERARA,   Misura quadrata,   1966,   oil on board,   cm.36x36 (Courtesy P430,   Bologna)

Antonio CALDERARA, Misura quadrata, 1966, oil on board, cm.36×36 (Courtesy P430, Bologna)

Helene APPEL,   Fishing hooks,   2013,   acrylic and oil on canvas,   cm.31,  5x19 (Courtesy P420,   Bologna)

Helene APPEL, Fishing hooks, 2013, acrylic and oil on canvas, cm.31, 5×19 (Courtesy P420, Bologna)

Helene Appel,   Black Thread Stitches,   2013,   acrylic on canvas,   cm.38x28,  5 (Courtesy P420,   Bologna)

Helene Appel, Black Thread Stitches, 2013, acrylic on canvas, cm.38×28, 5 (Courtesy P420, Bologna)