Alcune domande a Anna Franceschini sulla sua attuale residenza* a New York.

Come sta andando la tua residenza a NY? 

Io mi sento bene, molto bene. A parte il freddo secco, che mi infastidisce. Io, alla fine, vengo dalla Lomellina.

Ritieni che, come esperienza, in questo momento della tua vita sia positiva?

Come ogni esperienza, sì, è positiva. Stare fuori dal tuo paese, dalla tua lingua, dalle tue abitudini, è come fare una doccia fredda quando fuori ci sono 40 gradi. Mi sembra sempre di rinascere. All’inizio c’è un piccolo trauma (una doccia fredda sempre fredda è..), ma poi è tutto più vivido, capisci  meglio te stessa, in quali distorsioni ti stavi attorcigliando, quali vizi, quali intricate e perverse abitudini, sia lavorative che di di vita quotidiana.

Poi New York, ti riporta, da una parte,   diciamo dirimpetto alla sua ultracontemporaneità, a una dimensione ancestrale e arcaica: fa freddo, quindi ti devi coprire bene, è grande, quindi ti devi organizzare, il cibo è eccellente ma devi sapere dove andare. Mi sembra di poterla paragonare ai comuni e alle signorie, alle città stato: un organismo a sé, che lotta per la propria sopravvivenza, costantemente. Un mio amico newyorkese, un giorno mi ha detto che Manhattan gli sembra una grande nave che un giorno salperà, portando tutto con sé. Non sembra un po’ anche Venezia? Alla fine Manhattan è un’isola.

Quali sono state le prime reazioni che hai avuto? Ti sei sentito molto ‘straniero’ o la tua ricerca artistica ambientata nel migliore dei modi?

Questa volta, a differenza della prima volta in cui ero stata negli Stati Uniti (ma era Los Angeles, ed è tutta un’altra storia), io non mi sento per nulla straniera, anzi, provo già un po’ di affetto per questa specie di grosso scatolone pieno di cose che sia chiama New York. La ricerca si ambienta, si aggiusta, si fa più ‘ricerca’, in effetti. Gli input sono talmente tanti che a volte ‘mi sembra di sentire le ossa le cranio che si muovono’ (era scritto in un libro per ragazze che ho letto da bambina, e che continuo a rileggere di tanto in tanto). Ogni passo si trasforma in esperienza, ogni sguardo in riconoscimento. È difficile districarsi in questa densità. Ma mi sento molto viva.

Che reazioni hanno avuto, in relazione al tuo lavoro i critici statunitensi? L’approccio è molto diverso rispetto all’Italia o all’Europa?

Rispetto al mio lavoro in particolare, non credo che le reazioni siano particolarmente differenti. Lavoro spesso con stereotipi che vengono dal cinema, una memoria collettiva cui quasi nessuno può sfuggire. Ho già lavorato con dei curatori americani, ma trapiantati in Europa, e c’era una sorta di riconoscimento reciproco. Ad alcuni piace, ad altri no. Mi interessa quello che pensano gli americani degli stereotipi e delle icone che sono stati creati proprio da loro.

NY è una città ‘superlativa’ nel bene e nel male. La ritieni ancora una delle più importanti mete per apprendere, scoprire e sentirsi a centro del mondo dell’arte contemporanea?

Nel bene e nel male, sì. Nel bene, perché effettivamente, qui, puoi vedere qualsiasi cosa. Ovviamente più la scelta è ampia, più anche la probabilità di vedere ‘cose brutte’, aumenta. Ma anche quella di vedere cose uniche e di fare esperienze uniche. Ecco, esperienze. Più che l’atto del vedere, New York è pura esperienza. Ho incontrato Chiara Vecchiarelli, che avevo conosciuto solo superficialmente, in Italia, che mi ha coinvolto, da subito e in una maniera molto spontanea e oserei dire leggiadra,   nelle attività della Hemily Harvey Foundation, e penso sia una delle cose più belle che mi siano capitate qui. Chiara mi ha invitato a leggere delle poesie durante un evento e da allora si è creato un circolo virtuoso di persone con cui sono in contatto e che mi sono già care. Stare ‘fuori’ è anche un occasione per ri-conoscere chi si è solo visto di sfuggita. Anche con Ilaria Marotta e Andrea Baccin di cura magazine è stato un bel re-incontrarsi. Sono stati qui due mesi e abbiamo condiviso degli sguardi, e  anche lavorato insieme a un progetto. Nel male, la mia prima impressione è che il mercato qui sia il più selvaggio, che la mancanza dei soldi pubblici determini certe precondizioni, non sempre positive. C’è tensione, a volte. E’ vero, New York è un luogo di estremi, di bianchi e di neri, e credo ti insegni, come si suol dire ‘a stare al mondo’. Devi decidere, e deciderlo in fretta, che cosa vuoi. Da che parte vuoi stare, quali sono i tuoi desideri. Potenzialmente hai qualsiasi cosa a portata di mano. Ma sei davvero sicuro di volerla?

A cosa stai lavorando in questi giorni?

Sorprendentemente, anche per  me stessa, mi sto interessando molto al linguaggio. E’ strano, io non lavoro quasi mai con le persone e le parole, ma qui mi sembra inevitabile. Sarà che molti artisti qui hanno un background concettuale, sarà che tutto il regime delle immagini ha un ché di usurato (cosa non si è visto ancora, qui?), sarà che New York è una specie di grumo di identità che rimangono separate oppure lasciano residui e tracce soprattutto nella lingua e nel cibo, ma cerco di addentrarmi sempre di più nella lingua newyorkese, nei suoi stereotipi, nei modi di dire, nei calchi dalla lingua yiddish, dal russo o dallo spagnolo. L’America, poi,   è il paese degli acronimi. E’ essa stessa un acronimo. Dai servizi segreti al tuo panino, dillo con una sigla. E’ facile, veloce, efficiente. Anche il rapporto con gli oggetti e i materiali è unico. A New York, potenzialmente, puoi avere qualsiasi cosa desideri o necessiti per il tuo lavoro, consegnata a domicilio in 24 ore. In più trovi di tutto per strada, nei thrift shop, nei flea market. Non ho ancora capito se è più l’angoscia o la gioia. Io sono abituata a cercarmi luoghi e oggetti con fatica, in giro per l’Italia e per l’Europa, guidando in autostrada di notte, prendendo aerei low cost o treni con cambi improbabili alle tre di notte in mezzo al nulla. Ci sono anche dei luoghi che voglio filmare. Alcuni depositi di detriti post Sandy a Far Rockaways, che sembrano piramidi egizie, quasi sulla spiaggia. E. sempre lì, il Jacob Riis Park, costruito negli anni 30, una  Bath House per le classi popolari, uno splendido esempio di architettura art decò semiabbandonato.

Cosa hai visto di interessante nell’ultimo periodo?

Ho visto, al Metropolitan, lo Studiolo di Gubbio. Non avevo mai visto quello di Urbino, questo gli è fratello, quasi gemello. Un rendering 3d di legno fatto nel quindicesimo secolo. E’ bellissimo, c’è anche una luce artificiale a temperatura ‘giorno’, che filtra da una finestra  (artificiale), tracciando un obliquo raggio di sole. L’Italia lo ha venduto al Metropolitan nel ’39. Ah!, ho visto il Superbowl in diretta. Più che lo Società dello Spettacolo, è lo Spettacolo che, per qualche minuto tra uno spot di Scientology, una statuaria coscia di Beyoncé, un fallo strategico e un altro fallo strategico, lascia un pelino di spazio per un touchdown del reale. Anche il calcio-spettacolo in Italia è una faccenda bella astratta, ma questi ci battono. E l’America si ferma un momento. Anche New York. Nessuno può resistere alla contemporaneità di Beyoncè Knowles.

Hugs. Anna

*Anna Franceschini, con Francesco Arena, è la vincitrice del Premio New York, indetto dall’Istituto di Cultura Italiano a New York e dalla Italian Academy for Advanced Studies della Columbia University. L’ ambito riconoscimento consiste in una residenza a New York di quattro mesi, con assegno mensile di 4000 dollari per vitto e alloggio e uno studio a disposizione presso l’ISCP.

Studiolo di Gubbio al Metropolitan,   New York

Studiolo di Gubbio al Metropolitan, New York