Ha inaugurato alcuni giorni fa al Museo Marino Marini di Firenze una mostra personale dell’artista triestino Andrea Kvas. Un titolo semplice ma polisemico, ‘Campo’: “Campo rimanda a uno spazio d’azione, a un’orizzontalità che mi è vicina. Si lega a un immaginario semplice. A volte penso al lavoro come alla cura di un giardino.” Spiega nel comunicato stampa Andrea Kvas. “Un sistema vivo, dove c’è solo un costante modificare, se stessi e il giardino. Non si parla di risultati, ma di effetti, ripercussioni, evoluzioni, mutazioni, cicli. ‘Campo’ mi fa pensare anche a un “accampamento”, alla tappa di qualcosa che è in movimento, che arriva, si ferma per un periodo e poi riparte.”

Mentre parlavo con l’artista e la curatrice della mostra Barbara Casavecchia nello spazio quasi vuoto delle sale del museo, ho avuto la strana sensazione di aver dimenticato quanto l’ ‘opera’ sia sfuggente nel suo rivelarsi. La mostra che ha messo alla prova il giovane artista Andrea Kvas, è ancora in progress e resterà, fedele al suo ‘non avere principi’, sempre in divenire.

Ma partiamo da ciò che c’era: quattro opere rivestite di pittura installate nello spazio. O meglio, della pittura su diversi supporti e materiali. O delle opere sviluppate tra la pittura e la scultura. O delle escrescenze o grumi colorati che sottraevano spazio al vuoto. E’ complesso descrivere una mostra come ‘Campo’, perché sfugge e non ne vuol sapere di fermarsi e mostrarsi nella sua completezza.

L’artista mi presenta la mostra con molte pause, poche frase e spesso ermetiche. Trascrivo a singhiozzo: “Sto sperimentando, questi sono tentativi che faccio con i materiale. Mi osservo mentre lavoro e osservo il lavoro. Cerco di capire io per primo la logica, i nessi. Non ci sono regole, non c’è un luogo giusto. Non evito e non affermo nulla con il mio lavoro.”                 Ho l’impressione, più mi inoltro ‘dentro’ alla mostra e ai pensieri dell’artista, di brancolare nel buio. Azzardo: “E’ una mostra indisciplinata”. Ma non è esattamente nemmeno questo il punto. Andrea non si è posto degli obiettivi ma capisce che, dalle prime mostre dove esponeva grandi quadri monocromi, le sue esigenze sono molto cambiate. E’ come se, mostra dopo mostra, l’artista bruciasse degli enigmi o perché ne ha risolto il mistero o perché sono semplicemente irrisolvibili.

Ma torniamo alla mostra al Marini. Il primo lavoro che osservo con attenzione è installato nel  largo davanzale di una finestra vicino al soffitto. Copio la lunga didascalia: ‘Senza titolo, 2012-2013, Schiuma poliuretanica, acrilico, idropittura, smalto, asfalto a freddo, pigmenti, resina acrilica, farina, gommalacca, lattice sintetico, legno (abete), silicone acrilico, guaina bituminosa, argilla, grafite. 196 elementi’. Escrescenze, protuberanze, errori, degenerazioni materiche. Questi 196 elementi in bilico sembrano sul punto di cadere da un momento all’altro. Ne sfioro uno che, data la leggerezza del materiale, oscilla lievemente. La curatrice mi racconta che il giorno prima tutti questi elementi erano stati installati sul pavimento. Colorati, sgraziati, forse anche un po’ sporchi, questi 196 elementi – dipinti uno a uno – sono diventati veicoli di colori e pensieri. Come guardare un’opera che non nasce per essere pittura, per essere scultura, per essere appesa o installata in un determinato modo.

Nelle sezioni dei vari ‘tronchi’, noto come la materia spugnosa del poliuretano ha assorbito il colore anche all’interno. E’ come se, per molti versi, questa scultura fosse composta sì da tanti materiali, ma che questi abbiano compiuto una sintesi tale da trasformare il pigmento in forme, in spazio solido.

Chiedo e cerco di proteggere i miei ragionamenti, chiedendo di pigmenti, di pennellate, la ‘retorica’ del segno o il linguaggio dei colori. Tutte le mie domande cadono, inesorabilmente nel vuoto.

Sono dentro ad un ‘Campo’ dove le regole le devo imporre. Chiedere all’artista cosa, come, perché proprio non è la via giusta. Il percorso di questa mostra è soprattutto un’esperienza individuale e la comprensione è una questione (veramente) soggettiva. Questo è il diktat, volente o nolente: punto di forza o di debolezza della mostra che, ‘aperta’ all’inverosimile su tutti i fronti, rischia di annichilire ogni senso e verso.

Un secondo lavoro è steso sul pavimento ed è formato da lunghe liste di legno. Tante file di tasselli lunghi 3 metri che mi ricordano le coperture che si usano per rivestire le pareti interne. Ognuna è coperta di colore steso in modo veloce, istintivo. Il pigmento passa da un elemento all’altro, circuisce ogni fascia davanti, dietro, sotto e anche dentro (il legno assorbe grazie all’acqua il colore). Noto che il colore a volte fa spessore, fa dei grumi, rende la superfice legnosa ruvida e irregolare. L’artista si piega e gira un listello.

“Non mi interessa dare delle definizioni, mi interessa come le persone si relazionano con le opere. Queste non sono opere site-specific, non si adattano allo spazio espositivo, semmai lo ‘occupano’, dialogano con lo spazio, ma non sono nate per essere collocate in un luogo specifico. Tutta la mostra potrebbe cambiare da un momento all’altro, ” (e mente Andrea parla, alza una lista di legno e la capovolge). “Le opere creano una tensione nello spazio, per molti versi si oppongono al luogo stesso.”

Ci spostiamo per osservare da vicino un’altra opera: una lunga serie di aste di legno a sezione quadrata, ‘incastrate’ sotto un arco che da su uno stretto corridoio. Anche qui gli stessi ingredienti: legno (abete), acrilico, idropittura, smalto, asfalto a freddo, pigmenti, resina acrilica, farina, gommalacca, lattice sintetico, schiuma poliuretanica, silicone acrilico, guaina bituminosa, argilla, grafite. Cambia però la sezione degli elementi, che da rettangolare diventa quadrata. Ogni elemento è come incastrato in diagonale tra due forze. Il peso degli elementi, impilati uno sull’altro li tiene uniti e composti, ma comunque in bilico.

Anche nell’ultimo lavoro ‘funziona’ come precedenti: aste colorate poste questa volta non più tra due ‘forze’ laterali ma una che spinge da sotto (il pavimento) e una, invece, fa resistenza dilato (una parete). L’opera si appoggia.

“Se un pezzo cade lo raccolto e lo rimetto esattamente come viene. Ogni posizione è giusta. Non c’è un filo logico di nessuna natura, non c’è un ‘impianto’ stabile. Come fare uno due tre stella… uno si gira e tutti restano fermi.”

“Prima di essere opere, quadri, sculture, sono oggetti da toccare e spostare.”              

Entrare in contatto con le cose, mentre le fai.”                                                                  

Non c’è una dimensione ideale o idealizzata.. queste sono cose.”                                    

Volevo che questa aspetto emergesse guardando o toccando le cose.”

Andrea Kvas,   Senza titolo,   2012-2013 legno (abete),   acrilico,   idropittura,   smalto,   asfalto a freddo,   pigmenti,   resina acrilica,   farina,   gommalacca,   lattice sintetico,   schiuma poliuretanica,   silicone acrilico,   guaina bituminosa,   argilla,   grafite 30 elementi,   ognuno 200x8x1cm circa,   Museo Marini Marini,   Firenze,   photo credits: emme studio

Andrea Kvas, Senza titolo, 2012-2013 legno (abete), acrilico, idropittura, smalto, asfalto a freddo, pigmenti, resina acrilica, farina, gommalacca, lattice sintetico, schiuma poliuretanica, silicone acrilico, guaina bituminosa, argilla, grafite 30 elementi, ognuno 200x8x1cm circa, Museo Marini Marini, Firenze, photo credits: emme studio

Andrea Kvas,   Senza titolo,   2012-2013 legno (abete),   acrilico,   idropittura,   smalto,   asfalto a freddo,   pigmenti,   resina acrilica,   farina,   gommalacca,   lattice sintetico,   schiuma poliuretanica,   silicone acrilico,   guaina bituminosa,   argilla,   grafite 24 elementi,   ognuno 150x3x3cm circa,   Museo Marino Marini,   Firenze,   photo credits: emme studio (dettaglio)

Andrea Kvas, Senza titolo, 2012-2013 legno (abete), acrilico, idropittura, smalto, asfalto a freddo, pigmenti, resina acrilica, farina, gommalacca, lattice sintetico, schiuma poliuretanica, silicone acrilico, guaina bituminosa, argilla, grafite 24 elementi, ognuno 150x3x3cm circa, Museo Marino Marini, Firenze, photo credits: emme studio (dettaglio)

 

Andrea Kvas,   Senza titolo,   2012-2013 schiuma poliuretanica,   acrilico,   idropittura,   smalto,   asfalto a freddo,   pigmenti,   resina acrilica,   farina,   gommalacca,   lattice sintetico,   legno (abete),   silicone acrilico,   guaina bituminosa,   argilla,   grafite 196 elementi,   10-100cm,   ø 8-10cm circa,   Museo Marino Marini,   Firenze,   photo credits: emme studio

Andrea Kvas, Senza titolo, 2012-2013 schiuma poliuretanica, acrilico, idropittura, smalto, asfalto a freddo, pigmenti, resina acrilica, farina, gommalacca, lattice sintetico, legno (abete), silicone acrilico, guaina bituminosa, argilla, grafite 196 elementi, 10-100cm, ø 8-10cm circa, Museo Marino Marini, Firenze, photo credits: emme studio