Andrea Contin,   Flame (chains),   2013 Foto di scena di Simone Falso Courtesy Placentia Arte,   Piacenza

Andrea Contin, Flame (chains), 2013 Foto di scena di Simone Falso Courtesy Placentia Arte, Piacenza

Inaugura tra pochi giorni la mostra personale di Andrea Contin ‘Flame (Chains)’ alla galleria Placentia Arte . ATPdiary ha chiesto all’artista di raccontarci come è nata questa mostra. Calatosi nei panni di un domatore di fiamme, Contin ci racconta di energia spirituale, fisica e psichica, di ‘sospensione del giudizio’ come strumento di ricerca e di crescita, di un luogo incredibile come il Forte Carpenedo di Mestre e delle tante collaborazioni che hanno dato vita a questo progetto espositivo. Dal 18 gennaio al 18 febbraio 2014.

Per l’occasione è stato realizzato il catalogo della mostra in formato elettronico, con le opere di Andrea Contin, le fotografie di Simone Falso, le illustrazioni di Vittorio Bustaffa, la prefazione di Cristina Fiore e Andrea Penzo, i testi di Luisa Altafini e Alice di Lauro e le interviste di Mario Gerosa e questa che leggerete di seguito. L’e-book sarà edito nell’innovativo supporto cartaceo Ebookover™ da NOBOOK©, etichetta letteraria indipendente di Milano, per la collana SoContemporary.

Per approfondimenti, il link dell’editore è http://www.nobook.it/.

Risponde Andrea Contin

ATP: Per la tua prossima mostra – la seconda personale alla galleria Placentia Arte – hai messo al centro delle tue riflessioni la figura dell’artista nella surreale veste di domatore di fiamme. Mi racconti cosa ti affascina di questa figura? 

Andrea Contin: La figura dell’artista è sempre stata al centro delle mie riflessioni, in varie forme. O meglio, al centro ci sono sempre io, come artista e come uomo, nella complessità che non è solo mia ma dell’Umano in generale. Nello specifico, quella delle fiamme è una delle immagini simboliche più forti che da sempre mi accompagnano. Il fuoco allude all’energia interiore, e la sua rappresentazione include la messa in scena della difficoltà nel gestire quella stessa energia. Prosaicamente, mi vedo come un impianto termico, come il riscaldamento di un palazzo. L’energia si produce al centro, in una caldaia, e da lì si dirama attraverso i tubi a tutti gli appartamenti fino ai caloriferi. Se ci sono perdite, blocchi o rotture, allora si rischiano esplosioni, soffocamenti, freddo. Domare questa energia – che è spirituale, psichica e fisica assieme – vuol dire costruire equilibrio, forza e vita. Questo è il domatore di fiamme.

ATP: Nel video Flame (Chains) – opera che dà il titolo alla mostra – ti vediamo nel ruolo del domatore di fuoco. Mi racconti come è nato questo lavoro e quali temi importanti tocca?

A.C.: In Flame (chains) sono passato direttamente – com’è nel mio modo di lavorare – dalla suggestione all’immagine, cercando di aggirare il ragionamento. Non parlo di ispirazione in senso romantico ma di epoké, di sospensione del giudizio come strumento di ricerca e di crescita. Anche dal punto di vista pratico, solo la concentrazione assoluta e la sospensione di tutti gli altri pensieri permettono la riuscita dell’esercizio di giocoleria e rendono quindi possibile, metaforicamente, il controllo delle energie più ataviche e profonde che ci animano.

Questa sospensione del pensiero razionale è all’origine del volto imbiancato del giocoliere, ma molti altri sono i rimandi simbolici. Il corpo nudo, esposto nella sua fisicità, con le gambe ben piantate a terra, monolitico e potente, è l’elemento dialogante, l’animalità profonda, la forma e la materia del nostro essere al mondo. Il tutù rosso fuoco è una fuoriuscita di energia, dove la trasformazione delle fiamme in tulle allude a un femminile che riporta in asse la brutalità mascolina dell’immagine. E infine, a chiudere il cerchio, le scie delle fiamme che incantano per la loro magia, autosufficienti nella loro bellezza ancestrale.

ATP: Le riprese del video sono state effettuate in un luogo particolare. Come lo hai trovato e perchè lo hai scelto?

A.C.: Il lavoro nasce da un’immagine simbolica su cui già stavo meditando, e si concretizza nella sua forma definitiva quando, in occasione di una collettiva curata da Cristina Fiore e Andrea Penzo, incontra quel luogo incredibile che è il Forte Carpenedo di Mestre, una fortezza di fine ‘800 rimessa in sesto da un gruppo di appassionati volontari. Al primo sopralluogo mi sono trovato davanti l’immagine di me stesso circondato da lingue di fuoco. Un’esperienza intensa, quasi mistica: il lavoro era già lì, alla fine del lungo e freddo corridoio del deposito di esplosivi. In una settimana, guidato da un abile giocoliere, ho imparato a roteare le catene – con la facilità che conosco solo nei momenti in cui mi preparo a una performance – e poi mi sono ritrovato lì, a piedi nudi tra i calcinacci, con il freddo che dal buio profondo del corridoio mi colpiva alla schiena e il calore delle scie infuocate che mi scaldava il viso a ogni passaggio. Le riprese del video si sono così trasformate in un vero e proprio momento di meditazione, con il mio volto in trance e le fiamme che tracciavano scritture dal sapore fortemente rituale nell’aria scura e pesante. Non riesco a pensare a un altro posto per questo lavoro.

ATP: Con quest’opera, come pensi di ‘toccare empaticamente’ la sensibilità dello spettatore? 

A.C.: Se c’è una cosa che ha sempre caratterizzato il mio lavoro è proprio il tipo di rapporto, empatico e diretto, tra me, l’opera e il pubblico. Non ho mai avuto bisogno di accompagnarlo con spiegazioni né didascalie, e tutte le parole che posso spendere per raccontarlo e contestualizzarlo – come sto facendo adesso – spariscono davanti al lavoro stesso, per lasciare il posto a un flusso di emozioni. Non è una scelta razionale ma una constatazione, che fin dai primi lavori ho raccolto e a cui mi sono abbandonato, consapevolmente inerte. Quando due individui in canottiera ti infilano in un freezer acceso dopo aver lottato, duramente ma con distacco, per afferrarti – come succedeva nel mio primo video – non c’è molto da spiegare. Qualsiasi interpretazione sarà solo una delle infinite possibilità di lettura di un’opera che è “chiusa” nella sintesi dell’immagine ma “aperta” nella lettura dei contenuti. Lo stesso succede con Flame (chains), in cui le immagini – ossia gli archetipi che si nascondono dietro l’apparente semplicità e irrazionalità dell’azione – scatenano flussi di emozioni e di pensiero che sono autonomi dalla fonte che li ha stimolati, che grazie a quella fonte si liberano e che con quella fonte si legano e si fondono. Come in un abbraccio o in un sogno ricorrente, il meccanismo di immedesimazione reciproca che si innesca tra me e il mio pubblico crea un flusso circolare di energia che fa abbassare le difese e arriva al centro, alla pancia, al vissuto di entrambi.

ATP: Nel progettare la mostra hai collaborato con il pittore e illustratore Vittorio Bustaffa. Qual è il suo ruolo e come è nata la vostra collaborazione?

A.C.: Quando cominciai i miei studi alla Accademia di Belle Arti, Vittorio spiccava tra i compagni di corso per la sua straordinaria abilità tecnica e per la facilità con cui la utilizzava. Per me disegnare è sempre stata una fonte di sofferenza, di ansia e di lotta. Vedere la leggerezza, la rapidità con cui Vittorio depositava linee e colori sul foglio mi provocava ammirazione e una punta di invidia. Ma certo la sua abilità non era, e non è, priva di sofferenza, di dolore, di intensità. Anzi. Dopo aver visionato il video e le straordinarie foto di Simone Falso – che conferivano all’azione un’alterità e una potenza sorprendenti – ho constatato quanto la figura che mi si parava davanti fosse autonoma e libera. Ho quindi sentito il bisogno di assecondare questo distacco, per dare al “domatore di fiamme” una sua propria identità. Per questo motivo ho chiesto a Vittorio di appropriarsene e trasformarlo a suo piacimento in altro da me, figura mitologica o supereroe della Marvel che fosse. Lui, officiante di un rito di passaggio; io, padre possessivo della mia creatura, a vegliare su questa trasformazione. Una volta inquadrati assieme gli sviluppi possibili penseremo a una forma narrativa più compiuta, che sia storia illustrata, fumetto o quant’altro. Ma già dai primi bozzetti si è creato un gioco di specchi che illumina di altre luci quella strana figura che, da quel giorno al Forte, continua a roteare fiamme davanti a me, all’infinito.

ATP: Perchè hai sentito la necessità di completare la mostra con due brevi testi? Chi sono gli autori e che relazione hanno con il tuo lavoro?

A.C.: Le autrici dei testi sono le due figure che incorniciano la genesi del lavoro. Luisa Altafini è da molto tempo la mia guida tra i simboli, visualizzatrice di immagini spirituali e terapeutiche che mi accompagna nell’esplorazione degli aspetti e dei motivi profondi del mio fare Arte, e non solo. Con lei abbiamo lavorato a lungo sul ritratto simbolico, sui flussi di energia, sul controllo e sull’equilibrio. Il testo di Luisa per Flame è in realtà quello che lo ha ispirato e stimolato, punto di partenza da cui l’opera nasce e da cui si sviluppa nella sua forma autonoma. La poesia di Alice Di Lauro, invece, nasce durante l’esposizione a Forte Carpenedo, dove anche Alice era presente con una performance molto intensa – un viaggio in carrello nei meandri più bui del forte – che molte affinità aveva con il mio lavoro. Spirito indagatore, filosofa di formazione, principalmente funambola, Alice ha trovato queste parole nel mio lavoro e me le ha mandate. Tra Luisa e Alice mi sento protetto, accompagnato da una parte e riconosciuto dall’altra. Una bella sensazione.

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Vittorio Bustaffa,   bozzetti per Flame (chains) di Andrea Contin,   2013 Grafite e china su carta,   cm 33x48

Vittorio Bustaffa, bozzetti per Flame (chains) di Andrea Contin, 2013 Grafite e china su carta, cm 33×48

Andrea Contin,   Psyché,   2013 Morsa,   accendino,   dimensioni reali Foto di Simone Falso Courtesy Placentia Arte,   Piacenza

Andrea Contin, Psyché, 2013 Morsa, accendino, dimensioni reali Foto di Simone Falso Courtesy Placentia Arte, Piacenza

Andrea Contin,   Flame (chains),   2013 Foto di scena di Simone Falso Courtesy Placentia Arte,   Piacenza

Andrea Contin, Flame (chains), 2013 Foto di scena di Simone Falso Courtesy Placentia Arte, Piacenza