Laura Pugno,   Sulla via della forma,  2013,   abrasione su stampa fotografica,   cm. 80 X 100

Laura Pugno, Sulla via della forma, 2013, abrasione su stampa fotografica, cm. 80 X 100

Inaugura venerdì 13 settembre al MAN di Nuoro un tris di mostra: 

ANIMAZIONI: rassegna dedicata in Italia a Norman McLaren (Stirling 1914 – Montréal 1987), pioniere dell’animazione sperimentale e autore di culto della cinematografia d’avanguardia. Curata da Lorenzo Giusti ed Elena Volpato.  

“BRACCIA” è un progetto in due tappe dell’artista Alessandro Biggio (Cagliari, Italia 1974), nato dalla necessità di sperimentare una diversa relazione tra ideazione e realizzazione nella produzione dell’opera d’arte. 

ALTRI SENSI”: mostra personale di Laura Pugno, a cura di Lorenzo Giusti. Insieme a un’ampia selezione di lavori degli ultimi cinque anni, il progetto presenterà al pubblico una nuova serie di opere realizzate in Sardegna e dedicate alla regione interna del Supramonte.

Alcune domande a Laura Pugno

ATP: Tra pochi giorni inaugura la tua mostra personale al Museo MAN,  ‘Altri sensi’, che ha come principale terreno di indagine il paesaggio. La tua è una visione molto particolare, che approfondisce il paesaggio come struttura sociale e sovrastruttura ideologica e culturale. Mi racconti questa tua particolare visione?

Laura Pugno: Anche se la maggioranza dei miei lavori muove dal paesaggio, non mi sento tuttavia un’artista del paesaggio. Lavoro sul paesaggio perchè mi sembra un oggetto esemplare – quasi un prototipo – per analizzare il tema che veramente mi interessa, ossia i condizionamenti sociali della visione. Il paesaggio mi sembra infatti prima di tutto – nonostante sia fruibile attraverso la visione – una costruzione culturale, una tra le più perfette elaborate dalla società: una costruzione che ha una propria struttura, proprie leggi interne e, soprattutto, una propria integrazione. E’ soprattutto il carattere integrato del Paesaggio, il fatto che in esso tutto-si-tiene, a essere oggetto del mio lavoro, e quel che mi sembra a volta di capire in esso lo ribalto, quasi immediatamente, sul carattere integrato della visione. La visione di cui parlo non è evidentemente l’operazione ‘naturale’ governata da dati fisologici, ma un’operazione ‘appresa’, governata cioè dalla cultura della società. In tutti i miei lavori, insomma, se il paesaggio è sottoposto a limitazioni, a critiche, starei per dire, il bersaglio vero è tuttavia la visione: il paesaggio, in un certo senso, è una sorta di pretesto (anche se per me non rinunciabile).

ATP: Tra le molte opere realizzate negli ultimi cinque anni, c’è una serie dedicata alla Sardegna, alla regione interna del Supramonte. Perchè hai scelto questa zona precisa?

L.P.: La Sardegna è una terra oggetto di visioni tradizionali, quasi ‘ufficiali’ (detto senza alcuna critica: alcune di queste raffigurazioni sono assai belle). Mi è parso necessario, ai fini del mio lavoro, scegliere anzitutto una certa tipologia di paesaggio, indirizzandomi verso quelli meno frequentati, o magari pochissimo frequentati, come il Supramonte. Nei giorni trascorsi a Nuoro ho visitato questi luoghi, cercando di cogliere cose retrostanti a ciò che immediatamente vedevo. Ho scattato un migliaio di foto, poi ne ho scelte alcune, anche utilizzando la memoria delle emozioni provate, e ho cercato di avvicinarmi, attraverso le cancellazioni, verso la lettura più fedele. Fedele all’essenza, o a quella che a me pare tale; fedele alla forma ‘vera’. Il titolo Sulla via della forma testimonia tuttavia le esitazioni e l’incertezza di chi, come me, è solo un visitatore.

ATP: Nella tua ricerca, c’è una tecnica che utilizzi da un paio d’anni che mi incuriosisce molto, la tecnica dell’abrasione su stampa fotografica. Mi racconti come hai scoperto e cosa ti consente di esprimere questa particolare tecnica in relazione alla rappresentazione del paesaggio?

L.P.: In effetti, la tecnica dell’abrasione (usata appunto anche per i  lavori del Supramonte anzidetti) è una delle strade che cerco di percorrere nella mia personale ‘critica della visione’. Il lavoro inizia ogni volta con la scelta di paesaggi verso cui si sente qualcosa, a metà tra il feeling e la voglia di un rapporto. Poi si scattano moltissime foto, e il criterio che seguo nella scelta del soggetto di ogni foto non è solo quello di vedervi qualcosa di significativo (ossia, che contenga un problema), ma anche che sia dotato di confini. Poi scelgo le foto che mi sembrano più idonee (pochissime come si può immaginare, rispetto a quelle scattate), e a questo punto il lavoro preparatorio è già molto avanti, e comincio con la fase di abrasione, che dovrebbe rivelare quello che avevo cercato e creduto di trovare. Nel cancellare (che avviene lentissimamente) in parte seguo una linea di progetto (abbastanza esile, peraltro), in parte vengo guidata dal lavoro stesso che vado via via facendo.  Amo particolarmente lavorare su più copie della stessa immegine, meravigliandomi ogni volta di come la morfologia ‘oggettiva’ venga contraddetta dalla forma retrostante che cerco di far emergere.

ATP: Ci sono delle opere in mostra che ambiscono alla possibilità di percepire il paesaggio in modo tattile. Mi spieghi meglio questo concetto e come sei giunta a formulare una ‘visione tattile’ del paesaggio?

L.P.: I lavori (Taccuini di viaggio e Didascalie n°5) di cui parli ora sono forse quelli più radicali nel mio tentativo di discostarmi dalla visione tradizionale. Essi nascono da un workshop sperimentale – Membra vagavano: un esperimento di liberazione delle Parti (ne sta uscendo un piccola pubblicazione autogestita, in un numero limitatissimo di copie) – condotto da Gian Antonio Gilli nell’aprile di quest’anno. L’ipotesi di partenza (più che un’ipotesi, un esperimento del pensiero) era quella di un paesaggio delle Origini in cui i soggetti antropologici fossero non già dei corpi, ma singole membra, perchè il corpo sarebbe un’entità sopraggiunta. Ognuno degli artisti partecipanti sceglieva una Parte che lo coinvolgeva maggiormente, e a me è sembrato ovvio, nella mia ricerca sulla visione, scegliere l’occhio. Un occhio delle Origini, dunque, senza alcun corpo cui appartenere e da servire, in un mondo in cui esistevano solo altre Parti, nessun predatore, ed anzi tutte abbastanza indifferenti alla propria stessa conservazione. Un mondo dunque dove in un certo senso non esisteva il Lontano, dove poco contava quindi la visività, – era invece il Tatto a contare.  Anche il mio Occhio, qualunque siano le sue capacità visive, pratica il tatto, e ciò che ricerca, ciò che riproduce, è frutto di esperienza tattile. L’uso della carta Braille vuole appunto evocare questa straordinaria qualità del tatto, di quasi-precursore della visione.

ATP: Tra le molte opere anche due video, a camera fissa. Rispetto agli altri mezzi espressivi, che potenzialità hai scoperto, rispetto al tuo lavoro, nel linguaggio video?

L.P.: Il video mi consente di introdurre, nella riflessione sulla visione, un elemento importante che altrimenti mancherebbe, quello della durata. Con questo non penso che la fissità delle cancellazioni (e, del resto, di qualunque immagine) sia un dato negativo: anzi, in un certo senso vale come dichiarazione di ‘sameness’, di permanenza, ed è quindi un valore. Ma la durata apre verso valori diversi, di flessibilità, di pienezza nella persuasione.  A parte ciò, tutte le problematiche teoriche alla base del mio lavoro con video sono le stesse che per gli altri lavori. La scelta della camera fissa nasce dalla volontà, anche qui, di garantire la chiusura dell’inquadratura, ossia la presenza di un nucleo di ‘essenza’ tutelato da confini. 

Laura Pugno,   Taccuini di viaggio,   2013,   abrasione su stampa fotografica e pagine braille,   cm. 43 x 30

Laura Pugno, Taccuini di viaggio, 2013, abrasione su stampa fotografica e pagine braille, cm. 43 x 30

Laura Pugno,   Taccuini di viaggio,   2013,   abrasione su stampa fotografica e pagine braille,   cm. 43 x 30

Laura Pugno, Taccuini di viaggio, 2013, abrasione su stampa fotografica e pagine braille, cm. 43 x 30

Laura Pugno,   Taccuini di viaggio,   2013,   abrasione su stampa fotografica e pagine braille,   cm. 43 x 30

Laura Pugno, Taccuini di viaggio, 2013, abrasione su stampa fotografica e pagine braille, cm. 43 x 30

Laura Pugno,   Esitando,   2011 abrasione su stampa fotografica,   cm. 80 x 100

Laura Pugno, Esitando, 2011 abrasione su stampa fotografica, cm. 80 x 100