Allora & Calzadilla,   Fault Lines,   Fondazione Trussardi,   Palazzo Cusani,   Milano Installation view Ph Francesca Verga

Allora & Calzadilla, Fault Lines, Fondazione Trussardi, Palazzo Cusani, Milano Installation view Ph Francesca Verga

Testo di Rita Valente /

Credo sia capitato a tutti di svegliarsi con un motivetto musicale in testa, che ha l’ingrato compito di intrattenere la mente per l’intera giornata. L’unico sistema veramente efficace per debellare questa strana “influenza” è  combattere l’ossessione che ne deriva; strategicamente è necessario fingere una resa, consegnare le armi, quindi googlare quella canzone e subirla un paio di volte, anche tre se necessario.

Durante il mio lavoro di mediazione culturale con il pubblico alla mostra Fault Lines di Allora & Calzadilla, Fondazione Nicola Trussardi chiude domenica 24 novembre –  mi sono trovata a utilizzare ripetutamente un vocabolo e questo, al termine di ogni turno lavorativo, continuava a riecheggiare nella mente, esattamente come il ronzio nelle orecchie che si avverte dopo esser rimasti chiusi in una stanza, con la musica ad alto volume. Sul tram, verso casa, con ancora quella orchestra nella testa, decido così di googlare sul mio cellulare la parola riverbero.

Wordreference:  Riflesso di luce, calore o suoni.

Quel riflesso di luce, calore e suono, ha richiamato stormi di visitatori, dai fedeli amatori, ai più consistenti viandanti di Brera. Il riverbero è stato sonoro, visivo e storico.

Per il maggior numero dei visitatori, quel riverbero era costituito unicamente dalle fondamenta di Palazzo Cusani. Le stanze della residenza barocca -che hanno ospitato quasi quattro secoli della storia d’Italia- avevano da sempre rappresentato, per molti Milanesi, un inaccessibile giardino segreto.

Lo spettacolo in Fault Lines, disciplinato e cronometrato dalla sapienza del direttore artistico, ha così  raggiunto tutti senza alcuna difficoltà e l’apocalittica Sediments, Sentiments, Figures of the Speech (2007), allo scoccare di ogni ora, per un mese, ha intonato il suo La .  I quattordici cantanti d’opera  – tra questi due soprani e un tenore – richiamavano un vasto pubblico, cantando frammenti di discorsi alla nazione e d’indignazione morale pronunciati dai grandi personaggi del XX secolo. Dalla mia posizione di mediatrice ho riscontrato che erano veramente in pochi a captare quest’ultima informazione. Così come in pochi hanno captato le linee di faglia. Ciò che è a monte del prodotto mostra, sembra infatti rimanere una sottile frattura, pronta a collassare da un momento all’altro, esattamente come la fragilità dei tubi in roccia di Petrified Petrol Pump (2012) che erano puntualmente calpestati dal visitatore impegnato alla contemplazione delle tele presenti nella Sala degli Amorini.

La difficoltà maggiore che ho riscontrato nei “pubblici” è una loro continua ricerca –forse sempre necessaria?- di un tradizionale godimento estetico.  Mi chiedo allora se la comprensione di un’opera debba essere ancorata ad un piacere di superfice a maggior ragione se questo ha bisogno di tempo (la durata media di un  video in mostra è di circa 20 minuti). Al contrario, le azioni performative legate alle dinamiche temporali specifiche del luogo che le ha ospitate (sede del Ciclo Ufficiali di Presidio dell’Esercito) sono riuscite a trasmettere quell’immediatezza spesso non trasmessa da altri lavori presenti in mostra.

Così il pianista, giorno dopo giorno, incastrato nel pianoforte Bechstein, assumeva ai miei occhi le sembianze di un burattino, l’attrazione principale, nonché le domande più frequenti erano quelle sugli orari d’inizio delle performance.

Durante le rigide e meccaniche movenze dei ragazzi dal Teatro Scuola Paolo Grassi, Revolving Door (2011),   mi è capitato di notare due differenti approcci dei visitatori; potrei distinguerli in due tipologie: spettatori e fruitori. All’interno del gruppo dei fruitori alcuni si sono concessi più di un appuntamento segreto con la mostra. Ho iniziato a riconoscere alcuni volti, gli sguardi di coloro che, accomodati sulle poltrone della Sala Rossa, si sono prestati al gioco del Ménage à trois con la prosperosa Venere di Lespugue e con Maya Beiser, dea del violoncello, 3 (2013). Tra un rigore e un altro anche il mio sguardo ricadeva su quelle note; il mio orecchio ne ha tracciato delle immagini e lo spartito è diventato tridimensionale. E’ possibile interscambiare i sensi e annullarne lo statuto? La classifica delle nove arti stilate nel 1929 da Ricciotto Canudo potrebbe così non avere più senso; ognuna delle arti presta il proprio dispositivo all’altra innescando un match che si è giocato in tutte le stanze del palazzo.

 La maggior parte del pubblico ha varcato quella soglia nella convinzione di trovare scorci del XVII secolo, inconsapevole di poter in realtà ascoltare note di un passato arcaico e ancestrale pur trovandosi ad una mostra d’arte contemporanea; dal pianoforte a coda d’inizi novecento, alle basse frequenze dei due pachidermi che si impadroniscono del corpo del performer Tim Storms in Apotomè (2013), fino ad arrivare al flebile suono del flauto appartenente alla culla della civiltà.

La musica (assieme a tutte le sue compagne) da un lato della faglia è bellezza, dall’altro diviene strumento di potere, di controllo, che regola e uniforma. Ancorati alle sicurezze di un passato storicizzato e quindi istituzionalizzato, cerchiamo di aggrapparci alle abitudini, allo spettacolo collaudato, semmai mediato. Non siamo abituati ad ascoltare facoltativamente, a vedere ciò che scegliamo di guardare.

Spesso mi sono trovata a parlare con persone smarrite che confessavano di non capire, proprio da quelle persone assieme alla spontaneità dei bambini, derivavano le osservazioni più affascinanti. Sono allora i fruitori che riescono a cogliere fratture e riverberi e ci riescono semplicemente perché lo vogliono. Credo che non serva molto per raggiungere questa sensibilità. Credo occorra il tempo e la volontà di concedersela. Come per i motivetti assordanti che invadono per ventiquattro ore le nostre menti, basta canticchiarli un paio di volte, ricordare e commemorare le immagini che vi avevano fatto da cornice e sarà esattamente in quel momento che arricchiremo il ricordo con una nuova piccola storia.

Allora & Calzadilla,   Fault Lines,   Fondazione Trussardi,   Palazzo Cusani,   Milano Installation view Ph Francesca Verga

Allora & Calzadilla, Fault Lines, Fondazione Trussardi, Palazzo Cusani, Milano Installation view Ph Francesca Verga

Allora & Calzadilla,   Fault Lines,   Fondazione Trussardi,   Palazzo Cusani,   Milano Installation view Ph Francesca Verga

Allora & Calzadilla, Fault Lines, Fondazione Trussardi, Palazzo Cusani, Milano Installation view Ph Francesca Verga

 

Allora & Calzadilla,   Fault Lines,   Fondazione Trussardi,   Palazzo Cusani,   Milano Installation view Ph Francesca Verga

Allora & Calzadilla, Fault Lines, Fondazione Trussardi, Palazzo Cusani, Milano Installation view Ph Francesca Verga