Alfredo Jaar,   Abbiamo amato tanto la rivoluzione,   vedute della mostra. Fondazione Merz,   Torino. Foto Andrea Rossetti

Alfredo Jaar, Abbiamo amato tanto la rivoluzione, vedute della mostra. Fondazione Merz, Torino. Foto Andrea Rossetti

Testo di Matteo Mottin

Dal 5 Novembre la Fondazione Merz di Torino presenta nei propri spazi espositivi Alfredo Jaar. Abbiamo amato tanto la rivoluzione, a cura di Claudia Gioia.

Il progetto di Alfredo Jaar parla di riflesso e riflessione sulla storia degli anni ’60 e ’70, non per commemorare, ma per promuovere la cultura come fattore di cambiamento. La mostra è composta da circa 60 opere ed ha inizio con una grande installazione in cui tonnellate di vetro ricoprono il pavimento della Fondazione. Lo spettatore è invitato a camminare su questa distesa di detriti al buio, illuminato soltanto dalla luce di una grande scritta la neon che riproduce il titolo della mostra e dal video Opus 1981, Andante Desesperato (1981). In un secondo spazio Jaar orchestra un dialogo con un’opera di Mario Merz del 1970 intitolata Sciopero generale azione politica relativa proclamata relativamente all’arte, riportandola al tempo presente attraverso una nostalgica e poetica messa in scena. Infine vengono presentati dei lavori realizzati a partire dai primi anni ’70 fino ad alcuni ideati appositamente per la mostra, che si combinano e confrontano con lavori di Alighiero Boetti, Luis Camnitzer, Valie Export, Hans Haacke, On Kawara, Yves Klein, Joseph Kosuth, Piero Manzoni, Fabio Mauri, Cildo Meireles, Yoko Ono, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Gerhard Richter, Nancy Spero e Lawrence Weiner.

In occasione del vernissage avevo preparato alcune domande da rivolgere a Jaar. Mi sarebbe piaciuto iniziare parlando delle due targhe che nell’aiuola di piazza Fontana a Milano commemorano la morte di Giuseppe Pinelli: una è dedicata a “Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico ucciso innocente nei locali della questura di Milano”, l’altra a “Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, innocente morto tragicamente”, la prima è stata posta dagli studenti e democratici milanesi, la seconda dalla questura. Gli avrei chiesto del gap tra realtà e rappresentazione e di come questo influenzi la sua ricerca, e di come questa, attraverso l’empatia, l’identificazione e il coinvolgimento intellettuale, si proponga a sua volta di colmare questo divario.

Avrei voluto parlare di queste cose, ma invece le ho subite: l’installazione mi ha colpito così tanto che sono come scivolato in quel gap, e l’unica cosa che sono riuscito a chiedergli è stata:

MM: “Signor Jaar, come mai per terra ci sono tutti quei vetri?” 

Alfredo Jaar: “Ci sono vari motivi. Per prima cosa, questo edificio faceva parte di una fabbrica di automobili, la Lancia, e come sai, tutta l’industria italiana degli anni ’80 oggi è finita. Questa è la relazione del vetro con le auto. Come seconda cosa, c’è la Fondazione Merz, e tu sai che Merz usava molto il vetro per i suoi igloo e per i neon. Quindi, combinando queste due cose nasce un’unità poetica e nostalgica dedicata agli anni ’60 e ’70, in cui credevamo di poter cambiare il mondo. Però non cambiammo il mondo. La mia generazione ha fallito completamente. E questo ci porta alla distruzione che si è lasciato dietro questo sogno utopico – ma il vetro è importante, perchè il vetro è riciclabile, e significa che questo vetro ritorna, si trasforma in vetro nuovo. E quindi la tua generazione farà qualcosa con questo vetro. E’ la distruzione totale, è un paesaggio lunare, è la luna, è l’utopia massima di cambiare il mondo con l’arte. E poi tutta l’arte di quest’epoca, degli anni ’60 – ’70, sta in un’unica sala, con un’esplosione di significato. Tutto insieme, come un grido”

MM: “Ma come le è venuta l’idea?”

AJ: “Sono un artista”

Alfredo Jaar,   Gramsci,   2009 Inchiostro su pergamena 30,  4 x 30,  4 cm. Courtesy of the artist,   New York and Galleria Lia Rumma,   Milano

Alfredo Jaar, Gramsci, 2009 Inchiostro su pergamena 30, 4 x 30, 4 cm. Courtesy of the artist, New York and Galleria Lia Rumma, Milano

Alfredo Jaar,   M’illumino d’immenso,   2009 Neon 46 x 94 x 5 cm. Courtesy of the artist,   New York and Galleria Lia Rumma,   Milano

Alfredo Jaar, M’illumino d’immenso, 2009 Neon 46 x 94 x 5 cm. Courtesy of the artist, New York and Galleria Lia Rumma, Milano