Alessandra Spranzi,   Maraviglia,   installation view - Courtesy  P420 Bologna

Alessandra Spranzi, Maraviglia, installation view – Courtesy P420 Bologna

“Creare delle condizioni”. Con Alessandra Spranzi percorriamo la sua mostra ospitata alla galleria di Bologna P420. L’artista ci spiega il perchè di certe scelte formali e tecniche, le possibile motivazioni, ma anche l’inspiegabilità e l’ambiguità insita “dentro” alle immagini.

In conversazione con Alessandra Spranzi in occasione della mostra “Maraviglia” ospitata fino al 31 gennaio 2015 alla P420.

ATP: Il titolo, “Maraviglia”, sembra fare eco a stupore, ammirazione. Mi racconti il nesso tra questa parola e le serie di fotografie e collage esposti?

Alessandra Spranzi: Maraviglia è una delle parole aggiunte (sono una trentina) da un lettore sconosciuto a una edizione del 1927 del Dizionario Moderno, supplemento ai dizionari italiani, di Alfredo Panzini, che ho trovato due anni fa a un mercato. Il precedente lettore si è forse stupito che non ci fosse la parola Meraviglia o Maraviglia, l’ha cercata in qualche altro libro o rivista (l’Enciclopedico, è firmata la definizione aggiunta), l’ha tagliata e incollata nel Dizionario moderno. Maraviglia è una parola ancora più meravigliosa di meraviglia, perché sottolinea, con la ripetizione della a, un incantarsi di fronte all’inatteso, all’insperato, uno spalancare la bocca e gli occhi e balbettare per lo stupore del secondo sguardo.

(«Maraviglia: ecco una parola comunissima, il cui significato è risaputo da tutti. Non egualmente si può, forse, dire della sua etimologia: Il vocabolo deriva dal latino mirabilia, un neutro plurale che significa esattamente “cose ammirevoli”. Da questo plurale è nata la parola italiana.» L’Enciclopedico)

Tutti i lavori che ci sono in mostra (Obsoleto, Vendesi, Sortilegio, Io, Ogni giorno, Maraviglia) hanno in comune, credo, oltre al rumore delle pagine sfogliate e delle forbici, una piccola vertigine che mi prende quando un’immagine si apre davanti a me e sembra che indietreggi, si allontani e inviti a seguirla. Una fascinazione o affascinazione visiva, cioè uno stupore che trascina dietro e dentro all’immagine.

ATP: Fotografie di fotografie: come nasce questa tua “necessità” di lavorare con immagini già fatte? A volte fotografando, altre volte prelevandole fisicamente dal loro contesto, penso a dei libri si scuola, a libri scientifici o riviste. Cosa ti attrae di queste immagini “prelevate”?

AS: Mi piace molto guardare le fotografie, di qualsiasi tipo, con una preferenza però per quelle che si trovano in vecchi libri e riviste, manuali pratici, scientifici, di arredamento, enciclopedie, materiale non prezioso, non ricercato, non artistico, quelle che quasi non si guardano più e sfuggono dagli occhi, lontane anche nel tempo. Le ragioni per cui un’immagine o una serie di immagini mi colpisce sono diverse, dipende da quello che cerco e anche da quello che trovo, spesso inaspettatamente. A volte sfoglio dei libri velocemente, senza un interesse particolare, con una curiosità distratta e il desiderio che qualcosa, in qualche modo, accada lì, sotto i miei occhi, fra le mie mani. È come camminare, con attenzione e disattenzione. Altre volte cerco un tipo preciso di immagine, con certe caratteristiche e il modo di guardare è diverso, più mirato e selettivo.

Le immagini che guardo sono come dei frammenti evanescenti e obsolescenti di un momento delle cose e delle persone e stanno per sparire. Guardandole, tagliandole, rimontandole, fotografandole, si svegliano, tornano, come se accadessero ancora, nel presente, in un modo diverso, non più necessarie. Nel fotografare una fotografia o usarla in qualche modo, c’è anche il piacere di lavorare partendo da qualcosa che c’è già, senza iniziare ogni volta da capo. Non c’è niente da inventare. È come fare un innesto su una pianta.

ATP: Hai scritto: “Da anni rifletto sul potenziale, spesso addormentato o consumato, presente nelle immagini, tornando a guardare e utilizzare materiale anacronistico o povero con progetti ogni volta diversi, che portano alla luce, o svelano, il lato nascosto e irrazionale delle cose e delle immagini.” A cosa ti riferisci quando parli di “lato nascosto e irrazionale”?

AS: Il lato nascosto è un segreto che le cose e le immagini portano con sé. Un segreto è una storia che si può ascoltare, avvicinandosi e stando molto attenti. Spesso il lato nascosto è la cosa così com’è, semplicemente. O l’immagine, così com’è, niente di più. Non c’è niente di nascosto, ma c’è qualcosa che non si vede, che sta in ombra, che è invisibile. O meglio, che noi non vediamo. È come bussare a una porta, nessuno risponde, pensiamo che la casa sia vuota e la porta chiusa per sempre. Un giorno invece una voce risponde. Possiamo entrare, se vogliamo, aprire la porta. Attraversare uno spazio che non conosciamo, girare nelle stanze, guardare dalle finestre, aprire un armadio, sederci intorno a un tavolo. Le cose sono insieme trasparenti e opache, misteriose e ovvie, si lasciano guardare attraverso, si aprono e si chiudono. Dipende da noi.

Alessandra  Spranzi,   Vendesi #440,   2007,   foto a colori montata su alluminio,   cm.30x45,   ed.of 3+2pda

Alessandra Spranzi, Vendesi #440, 2007, foto a colori montata su alluminio, cm.30×45, ed.of 3+2pda

ATP: Come è nata “Obsoleto”, la serie di polaroid di piccole composizioni di oggetti trovati?

AS: Ho iniziato a raccogliere delle cose in strada più di due anni fa, il più delle volte dei pezzi di cose, dei resti. Spesso è difficile capire a che cosa siano serviti, è difficile anche descriverli. Un pezzo di rame schiacciato dai bordi irregolari, un fanale di bicicletta metallizzato e crepato, una bottiglietta di plastica marrone con scritto agitare prima dell’uso, un manico verde-azzurro di un ombrello, un frammento di bicchiere di plastica trasparente… Li metto sul tavolo e li fotografo, un po’ a caso, facendo sia dei polaroid che delle fotografie. Dei polaroid mi piace che non c’è nulla da fare, non si ingrandiscono, non si cambia il colore, non si cambia supporto. Quando riesco, monto i polaroid dentro a una pagina di un libro. Quando riesco? Quando per qualche ragione, narrativa, intuitiva, formale, casuale, le due immagini stanno bene insieme, c’è una giustezza nella loro sovrapposizione o incontro. Quando succede, è bello. A me sembra di fare molto poco, solo creare delle condizioni, sono l’assistente che ascolta e fa. È un lavoro lento, che non posso accelerare. Ci sono degli elementi comuni in tutte le immagini di questa serie: degli oggetti abbandonati, delle immagini ugualmente dimenticate, un tavolo, la luce del giorno, delle composizioni elementari. Però le storie raccontate sono diverse, lontane fra di loro, ognuna è un mondo sconosciuto, che non avevo proprio visto, neppure immaginato. Non c’era.

ATP: Ricordo che mi spiegavi, a proposito della serie “Sortilegio” che ti interessava la semplice idea del ‘fare’. Mani che compiono gesti sapienti e concreti. Cosa ti affascina della manualità?

AS: Anche la parola sortilegio è una parola inserita dal lettore precedente al Supplemento ai dizionari italiani. 

(«Sortilegio: è l’arte (chiamiamola pure così…) di predire la sorte per magia: E sapete da che cosa deriva? Da due parole latine: da sors = “sorte” e légere = “leggere”. Cioè “leggere la sorte, il destino”: e leggerla, s’intende, come usano leggerla i maghi (o ciarlatani), nelle carte, nel palmo della mano, nelle stelle, nella sabbia, e così via.»)

Le prime cinque immagini di Sortilegio, del 2012, sono dettagli di gesti di mani che preparano il cibo e cucinano, le cinque che sono in mostra sono invece dettagli di mani di un bricoleur. I gesti che facciamo si ripetono uguali, da sempre, come i sentimenti, non ce n’è di nuovi. Isolati, sono gesti che riconosciamo, famigliari, e nello stesso tempo enigmatici, da maghi o ciarlatani. Sono entrambi delle fotoincisioni in bianco e nero. Il realismo della mano che compie un gesto abituale viene alleggerito, si attenua in una forma più astratta, vicina al disegno.

ATP: In mostra hai optato per diversi tipi di tecniche di stampa e formati. Da cosa dipendono queste scelte? 

AS: C’è una fotografia, uno scatto. Questo è solo un punto di partenza. Poi c’è il formato, il tipo di carta, le correzioni e decisioni sul colore, il montaggio, la cornice, la posizione e quantità su un muro. Ogni lavoro è come se contenesse e sottintendesse una forma giusta. È solo sottintesa però, va pensata, cercata e provata. Il più delle volte è la parte per me più faticosa, ma importante, molto, altrimenti è come tenere in mano una cosa delicata, distrarsi e lasciarla cadere, con superficialità, e poi con rimpianto.

Intervista di Elena Bordignon

Alessandra  Spranzi,   Maraviglia,   installation view - Courtesy P420 Bologna

Alessandra Spranzi, Maraviglia, installation view – Courtesy P420 Bologna

Alessandra  Spranzi,   Obsoleto #9,   2013-2014,   polaroid e pagina di libro o rivista:polaroid and page of book or magazine,   cm.21,  5x14 (cm.33x28 incorniciato:framed)_1

Alessandra Spranzi, Obsoleto #9, 2013-2014, polaroid e pagina di libro o rivista:polaroid and page of book or magazine, cm.21, 5×14 (cm.33×28 incorniciato:framed)

Alessandra  Spranzi,   Obsoleto #18,   2013-2014,   polaroid e pagina di libro o rivista:polaroid and page of book or magazine,   cm.21x14,  5 (cm.33x28 incorniciato:framed)_1

Alessandra Spranzi, Obsoleto #18, 2013-2014, polaroid e pagina di libro o rivista:polaroid and page of book or magazine, cm.21×14, 5 (cm.33×28 incorniciato:framed)_1