Pierre Huyghe (F) The Host and The Cloud,   Courtesy of Marian Goodman Gallery,   New York and Paris Photo by Ola Rindal

Pierre Huyghe (F) The Host and The Cloud, Courtesy of Marian Goodman Gallery, New York and Paris Photo by Ola Rindal

Xing – Silvia Fanti, Daniele Gasparinetti, Andrea Lissoni – presenta la seconda edizione di Live Arts Week che si terrà a Bologna dal 16 al 21 aprile 2013 con sede principale negli spazi di MAMbo Museo d’Arte Moderna di Bologna.

Conversazione con Daniele Gasparinetti

ATP: Il festival che avete dilatato dai 3 giorni alla settimana, è il frutto di anni di lavoro. Inaugurate un festival che, in nuce, sembra contenerne già i progetti che avete per il futuro. E’ poca cosa,   a mio parere, la settimana del festival, rispetto ai mesi di ricerca attorno al globo per scovare sempre nuovi artisti, performer, musicisti ecc. Penso che con i vostri contenuti, altre realtà potrebbero ‘campare’ per mesi.

Daniele Gasparinetti: Sì, il festival è solo la punta dell’iceberg dell’intera nostra ricerca. Quello che cerchiamo di fare con Live Arts Week è di provare a verificare dei modi possibili di fare cultura nel XXI secolo. Farla a partire dai campi operativi – lo dice il titolo, liveness – da cui proveniamo in modi diversi sia io sia  Andrea Lissoni sia Silvia Fanti. Nello specifico, Live Arts Week è la conseguenza di esperienze diverse, una più tecnologica, l’altra, invece più legata alla fisicità e alla concretezza delle azioni reali. Questa seconda parte per noi è fondamentale perché, a prescindere dal fatto che il ‘precipitato’ potesse essere totalmente immateriale, la nostra scelta è stata quella di creare, o provare a studiare delle possibilità al di fuori della rete, sulla questione fondamentale della compresenza fisica delle persone.

ATP: Nuovi formati, fuori formati, contaminazioni. L’esperienza che fate – proveniente da un festival della danza e da un festival di arte visiva, musica elettronica, cinema di ricerca e cinema espanso – unendo tutte queste cose crea una sorta di ‘mostro’ – da intendere con un significato etimologico di ‘cosa straordinaria, fuori dall’ordinario, monere, avvenire, mostrare…

DG: E’ un ‘mostro’ perché non ha un tema, non ha un nome e non ha una disciplina. Anche il nome G?ANNY PÄNG, è un’espressione gergale per nominare questo ‘Frankenstein’ che viene costruito pezzo a pezzo. Quest’anno sicuramente la scommessa più grossa è quella che stiamo facendo con il MAMbo. È una scommessa cooperativa, non simbolica. Di esperienze fatte all’interno di spazi museali, nel nostro passato, ce ne sono state più di una. Certamente, in quello spazio, che è un monovolume (il salone nell’ala sinistra) è sfuggente: ogni volta che abbiamo fatto dei sopralluoghi, la percezione dello spazio cambiava. Questo spazio, che definisco ‘sfuggente’, era un tempo una fabbrica – post industriale –, era una fabbrica che produceva pane nella prima epoca dell’industrializzazione.  La verticalità è derivata da dei camini di raffreddamento. Abbiamo deciso di aderire ad un certo tipo di atteggiamento verso la città di Bologna, ossia la necessità di fare ‘sistema’. Siccome ci sono evidenti problemi e difficoltà complessive di natura economica, il giocare l’uno per conto proprio, in questo momento, non è proficuo. Pensiamo che sia fondamentale creare un meccanismo di ottimizzazione del rapporto tra contenitori e fornitori di contenuto. MAMbo ha una sua economia culturale, ma le cose che possiamo portare dentro noi, sono un surplus di contenuto che in questo momento MAMbo – con le sue forze – forse non sarebbe in grado di produrre.

ATP: Chi finanzia il Live Arts Week?

DG: Molti dei finanziamenti arrivano dalle ambasciate e dagli istituti di cultura. Però non siamo succubi di questo. Non necessariamente costruiamo un programma a partire da questi finanziamenti. Cerchiamo, in ogni caso, di non appiattirci nello scegliere artisti provenienti da paesi con molte disponibilità economiche. Ad esempio in questo momento la Norvegia ha molte possibilità ma se non c’è un artista o una compagnia norvegese che ci interessano, non ci lavoriamo. Per fortuna, possiamo contare anche su altre risorse come la Regione, il Comune…abbiamo un certo margine per non dover scendere troppo a compromessi.

ATP: Che segnale volete dare ad una città come Bologna con questo Festival?

DG: Il segnale più importante è quello della volontà di rafforzare una base culturale sensata e istituzionale. In questo momento non ha senso lavorare in senso di contrapposizione come accennavo, bensì puntiamo a fare sistema.  Continuando ovviamente a coltivare la nostra vena di ricerca, che si potrebbe forse ancora definire più underground in senso letterale. Quello check teniamo ad evitare sono la semplificazione e l’impoverimento. Mi riferisco alle opzioni possibili: teniamo un rigore sul linguaggio e sul contenuto perché pensiamo che questa scelta faccia veramente la differenza in termini di cultura. Fa la differenza anche la ricchezza sociale. Una società che ha più forme di espressione è più ricca di una società che ne ha una sola. La nostra attenzione è rivolta a salvaguardare la possibilità di far accadere delle cose improbabili soprattutto rispetto ai mercati culturali. Esiste un’industria museale, esiste il mercato dell’arte così come esiste il mercato discografico. Ci sono una serie di fenomeni o forme pratiche che in qualche misura rispettano più i ‘cavoli’ di determinate persone che non la cultura nel senso più generico del termine.

ATP: Il fatto che vi opponiate ad un certo tipo di omogeneizzazione di contenuti, fa la vostra ‘differenza’ e, a mio avviso, anche la vostra prerogativa fondamentale.

DG: Ci sono molti modi per organizzare un festival come il nostro. Gli organizzatori posso starsene a casa e lavorare su carta, invece noi abbiamo – il privilegio o lo sbattimento –  di poter andare in giro, vedere le cose e darci tempo. Come metodo c’è questa necessità di mantenere un rapporto con la realtà produttiva e non con la sua rappresentazione.

ATP: A quale personalità, nel fitto palinsesto che proponete, ci tene particolarmente o seguite con una certa intensità?

DG: La cosa importante per noi è che si riesca ancora a fare della produzione, a far nascere cose che prima non esistevano, soprattutto in Italia. Uno di questi casi è Riccardo Benassi. Sta portando avanti un lavoro molto interessante a suo modo, anche se è quello più lontano, per certi versi, dalla liveness e più vicino all’installazione e a una riflessione sulla trasformazione degli spazi, che si espande al design, all’architettura non per forza attarverso l’installazione stessa, ma anche attraverso la scrittura. Anche Daniela Cattivelli, un’altra artista che sosteniamo e di cui produciamo il lavoro per il festival. Italiani, ma anche stranieri, come Lucio Capece – improvvisatore elettro-acustico ed esponente della scena musicale riduzionista berlinese, ma nativo in Argentina – è una strana figura che ruota attorno al riduzionismo più radicale però, avendo quella formazione sudamericana, porta con sè un approccio un  po’ più ‘caldo’ alla riduzione della materiale musicale.

ATP: Qual è la particolarità di questa edizione? In cosa di differenzia rispetto la passata edizione?

DG: Il tentativo più grosso che abbiamo tentato di fare, è costruire delle serate ‘flusso’ che, nel loro insieme – la settimana del festival – tentano di costruire un dispositivo nuovo tra performer e pubblico. In qualche modo, questo ‘flusso’ va a toccare una tradizione che ha a che fare con l’happening per certi aspetti. Il fatto di aver tolto il palco, riduce o azzera la separazione tra lo spazio dello spettatore e quello dove si compiono le azioni. Dal punto di vista tecnico le performance che presentiamo hanno una discreta complessità, quindi lo spazio è molto infrastrutturato. Tutto lo spazio è diventato uno stage senza divisione tra il performer e chi osserva. Tutte le serate sono un flusso di opere abbastanza diverse tra loro, ma che producono nel loro insieme quel ‘mostro’ di cui parlavi. Ogni sera, in realtà, non sappiamo esattamente cosa accadrà, e molto probabilmente anche il pubblico che assiste alle performance rimarrà stupito. Devo dire che, con gli anni, il pubblico è cresciuto con noi, nel senso che ha una base culturale e una preparazione ad una fruizione di un certo tipo, per cui è ‘addestrato’ ad aspettarsi di tutto.  Questo aspetto è fondamentale per noi in quanto c’è sempre il pericolo di proporre delle cose che sono fraintese o non capite. Essendo la maggior parte del programma prodotto o fortemente adattato per il festival, chiaramente c’è un alto tasso di rischio che i vari artisti si sono presi. La natura del festival è lontana dalla ‘forma’ canonica di contenitore di spettacolo.

Ad esempio, l’intervento di Tony Conrad – che presenta la ripresa della storica performance Fifty-one Years on the Infinite Plain (1972-2013), ambiente/performance di suoni e proiezioni – è l’unico appuntamento che ha consentito di poter essere programmato e gestito nella sua prevedibilità. Ovviamente, consistendo in una composizione senza partitura completamente basata sul lavoro dal vivo, sul tempo sonoro, anche nel suo caso non esiste del tutto una partitura… anche se, essendosi ritrovato a testare sei proiettori 16mm invece di quattro e avendo con sè giusto sei loop di pellicola, ha giocato fino in fondo e ripensato il suo live per sei proiettori, dando vita ad un vero unicum,   in qualche modo una ‘prima’, dentro il frame della ripetizione, … insomma, quasi tutto il resto degli interventi, sono caratterizzati da  una forte componente situazionale.

ATP: Quali, tra quelli che avete invitato, sentite particolarmente vicini alle vostre attuali ricerche?

Conoscevamo praticamente tutti, e con molti abbiamo già lavorato. Quello che abbiamo scoperto e la cui ricerca ci ha veramente colpito è Goodiepal. L’ho incontrato per la prima volta un paio di anni fa a Berlino. Stranamente non mi capita mai di ‘raccattare’ roba quando viaggio, ma mi sono imbattuto in un suo strano disco.  Lui è un compositore, performer, agitatore critico e artista visivo delle isole Far Oer. Autodidatta ed eccentrico, Goodiepal è un’intelligenza alternativa e una delle figure che hanno sotterraneamente più influenzato il corso della musica di ricerca degli ultimi anni con escursioni radicali nella tecnologia digitale e nei nuovi media. È riuscito, tramite una sua strana visione della musica, a farsi sbattere fuori dall’Accademia Danese per una serie di atteggiamenti che contrastavano con le vigenti forme di produzione culturali. Ha fatto degli strani giochi con il denaro, ribaltando un po’ i metodi di produzione e fruizione.. raccogliendo soldi per poi distribuirli in un altro modo. E’ diventato una sorta di ‘icona’ per la sua bicicletta-bolide KK2, con cui si sposta. Per anni, essendo senza passaporto e non potendo espatriare, usava la bici lungo strade secondarie e passare così le frontiere. Ora è tornato alla ‘normalità’ e possiede il passaporto. Separatamente, io, Andrea Lissoni e Silvia Fanti, lo abbiamo incrociato e tutte e tre siamo rimasti stupiti per la sue storia, per le sue modalità, anche per l’estrema serietà con cui fa musica. In sincerità, non sappiamo esattamente cosa farà per il festival.

ATP: In che senso non sapete che farà per il Festival?

DG: Ci sono due personaggi che, nel nostro palinsesto sono imprevedibili. Lui e l’artista svedese, teorico e agitatore attivo nel campo della performance e della danza contemporanea Mårten Spångberg. Mårten lo abbiamo già invitato e sappiamo, a grandi linee il suo progetto per il festival. Con Goodiepal, invece, non abbiamo mai lavorato. Lui ha già suonato in Italia, perché appartenendo ad un circuito poco visibile nel mondo della ricerca elettronica e musicale, gira da molto, ma non è mai diventato una star, dunque nessuno si è mai accorto di lui. Non è conosciuto anche per la sua natura, se lo vedi ti sembra veramente un po’ un matto. Per cui quando lo vedi in uno scantinato così com’è, magari non riesci a capire tutto il lavoro che ci sta dietro alle sue performance sonore. Lui sicuramente è una new entry che ci ha stupito.

ATP: Da quest’anno il Live Arts Week propone un video channel (www.liveartsweek.it/ita/video-channel) che ospita ulteriori contenuti e riprese delle varie performance. In cosa consiste questo nuovo canale? Che contenuti avrà?

DG: Non sarà un canale streaming, sarebbe stato troppo complicato con un effetto pessimo. Nel sito c’è una sezione che si chiama Video-channel dove abbiamo raccolto dei materiali video riguardanti una parte del festival. Invece di proiettarli in un’area del MAMbo, li abbiamo messi online. E’ una parte effettiva del programma del festival, solo che è fruibile dalla rete. Per la natura degli spazio che abbiamo quest’anno per il festival, non abbiamo avuto molta elasticità nell’utilizzare schermi per proiettare video. Anche se c’è un lavoro della coppia franco – tedesca, Elise Florenty/ Marcel Türkowsky/, che creerà un’installazione video e sonora nelle gallerie sotterranee del rifugio del Pincio, sotto il Parco della Montagnola.  Per la loro opera audio-visiva We, the frozen storm i due artisti hanno composto un’opera site-specific costituita da proiezioni video, suoni, bagliori e ombre: un viaggio colorato e ipnotico che spinge verso il disorientamento e la deambulazione dell’inconscio, tra storia e finzione, tra passato e futuro. La loro installazione non si sviluppa con una proiezione monocanale, bensì in più canale in modo tale da creare un ambiente immersivo e coinvolgente.

ATP: Produrrete del materiale di documentazione da pubblicare in rete?

DG: Faremo della documentazione audio, nel limite del possibile. Non so la tempestività con cui pubblicheremo questo materiale. Ci sono degli aspetti che tendiamo, col passare del tempo, a sottolineare per capire al meglio la natura non solo del nostro lavoro, ma anche dell’intensità di ciò che produciamo. Uno di questi aspetti è la qualità della ricerca, basata sull’esperienza ‘reale’ di vedere concerti, performance o azioni, dal vivo. È tutta un’altra cosa rispetto a quella che si farebbe altrimenti con mp3, soundcloud o tutti i mezzi disponibili in rete. Vedere o monitorare un fenomeno che capita dall’altra parte del globo, è massacrante, distruttivo. Se perdi l’attitudine di andare nei posti e capire cos’è un fenomeno musicale  nella realtà… ti perdi una bella possibilità di esperienza. Un esempio è Sun Araw. E’ un musicista statunitense di una nuova generazione di sperimentatori che articolano con maestria insiemi eterogenei di fonti ed ispirazioni: afro-beat, dub, psichedelica, retro- futurismo, krautrock, correnti sotterranee. Appartiene totalmente ad una generazione nativa digitale. L’ultimo suo lavoro è stato segnalato come uno dei dischi più belli del 2012. E’ per esempio andato in Jamaica per lavorare con dei vecchi musicisti del luogo. Lasciando perdere l’immaginario che ci può essere intorno alla Jamaica, dico semplicemente che questa possibilità di andare ad ascoltare la fenomenologia dei suoni è un’enorme prerogativa. Per noi è fondamentale la riflessione sulla natura dei media, così come è fondamentale la differenziazione che ogni canale ha rispetto agli altri. Ogni media ha il suo portato, ha la sua potenza. Non ci può essere un media che assume una egemonia. Uno non ne esclude altro o lo sostituisce. Detto questo, sentire, vedere o esperire parti circoscritte del festival attraverso la rete è come assorbire un’altra cosa rispetto a ciò che accade o accadrà nella realtà. Sono due diversi canali di fruizione.

ATP: Un appunto sull’immagine curata dagli Invernomuto.

DG: E’ un loro tentativo di dare una ‘grana’ a questa edizione. È chiaramente informale. So da cosa deriva, sono delle carte bruciate di petardi, di fuochi d’artificio. C’è una bruciatura reale e una digitale. La bruciatura ha smangiucchiato una stampa low cost di prodotti cinesi. Probabile che G?ANNY PÄNG evochi ancora le cineserie… Con Invernomuto c’è un rispetto autoriale totale. Trovo che questa immagine sia il loro modo di interpretare con una sensibilità la grana di questo anno, di questo periodo. Rispetto agli anni scorsi, gli Invernomuto si sono rifiutati di fare sequenze, di fare della narrazioni. Hanno optato per una sola immagine, secca.

PER IL PROGRAMMA COMPLETO LINK

Muna Mussie (I/B) Monkey See Monkey Do performance,   produzione Xing MAMbo 17 aprile 2013 credits: fotografo Giannina Urmeneta Ottiker

Muna Mussie (I/B) Monkey See Monkey Do performance, produzione Xing MAMbo 17 aprile 2013 credits: fotografo Giannina Urmeneta Ottiker

Goodiepal,   Kommunal Klon Komputer 2,   2012 foto: Robertas Narkus

Goodiepal, Kommunal Klon Komputer 2, 2012 foto: Robertas Narkus

Il programma è articolato in un palinsesto di opere dal vivo (performance, spettacoli, lectures, concerti e live media con date uniche, produzioni e anteprime) presentate da personalità di spicco della ricerca contemporanea internazionale. A questo nucleo centrale, che si struttura come un flusso multi-disciplinare, si affiancheranno installazioni e interventi di natura ambientale, incentrati sulle diverse modalità dello stare e dell’attraversare lo spazio museale.
Live Arts Week II dà spazio ad atletiche esistenziali: non antepone l’arte agli artisti, espone a forme di sensibilità e idee, accoglie opere ibride e poliglotte, ospita singolarità creative e tesse una sorta di contro-design della fruizione.
G?ANNY PÄNG, nome che accompagna il festival nella sua crescita biologica, sta ad indicare il momento di queste transizioni. E’ un fenomeno, non una persona: un nuovo soggetto identitario, improbabile ma reale, da trattare come un concetto astratto.
artisti:
Live Arts Week II: Tony Conrad (USA), Lucio Capece (AR/D), Daniela Cattivelli (I), Dracula Lewis/Out4Pizza (I/USA), Goodiepal (DK), Helm (GB), Rose Kallal/Joe DeNardo (CDN/USA), Junko (J), Sun Araw (USA), Pierre Huyghe (F), Riccardo Benassi (I/D), Marcel Türkowsky/Elise Florenty (D/F), Alix Eynaudi (F/B/A), Anne Juren/Marianne Baillot/Alix Eynaudi/Agata Maszkiewicz (F/A/B/PL), Sara Manente (I/B), Muna Mussie (I/B), Nature Theater of Oklahoma (USA), Eszter Salamon/Christine De Smedt (D/B), Mårten Spångberg (Sw), Dmitry Paranyushkin (RUS/D).
(da comunicato stampa)

Produced by Xing for
Live Arts Week II / Gianni Peng
Images and text: Riccardo Benassi / 365loops.com
Animations: Jurij Magoga / fibrilla.me
Original soundtrack composed by Riccardo Benassi
Voice by Margareth Kammerer
Production Assistant: Marianna Liosi