Alcune settimane fa c’è stata la presentazione Open Studio in viafarini DOCVA. Sei artisti molto giovani –  Sara Benaglia, Giallo Concialdi, Andrea De Stefani, Andrea Magaraggia, Diego Petroso, Agne Raceviciute – alcuni promettenti, altri acerbi, altri ancora con la presunzione che basti copiare dei clichè per ‘spuntarla’. Molto spesso mi chiedo se ha senso applicare il proprio ‘sentire’ – ma potrei parlare anche di acume, sensibilità, emozioni, furbizia, astuzia ecc – allo stesso modo per artisti giovanissimi così come davanti all’opera di artisti middle carrier. Compiendo un esercizio di stile e sospendendo le varie perplessità, mi godo una mostra che, nell’insieme è di di buon livello.

I sei promettenti talenti, hanno dato prova – mi auguro in completa sincerità – di ciò che sanno fare, rendendosi disponibili non solo allo critica, ma anche a parlare del loro lavoro. Con quasi tutti ho cercato di condividere la mia curiosità mista a perplessità, a tutti ho chiesto di descrivermi brevemente il loto lavoro in modo tale da ampliarmi maggiormente lo spettro di comprensione del loro lavoro.

Cattura da subito la mia attenzione il loro (forse) meno appariscente di tutti. La fila di piccole tele bianche e blu di Diego Petroso. Da lontano sembrano non ‘conservare’ niente di prezioso, avvicinandosi, invece, scopro lievi e diafane ombre colorate. Profili, impronte, calligrafiche presenze, questi piccoli quadro nascondono, a detta dell’artista, una ricerca approfondita – e delirante – sul ‘fare’ pittura. Mi piace molto la tecnica utilizzata dall’artista, per la sua aleatorietà e incontrollabilità.

Così Diego mi racconta la sua ricerca: Il mio lavoro è frutto di un’azione tanto semplice quanto delirante, è una ricerca che sviluppo da poco meno di un anno che estende materialmente una riflessione sulla pratica stessa del fare pittura riflettendo sull’intero corso della storia dell’arte attraverso il linguaggio pittorico; la riflessione nasce da un’esigenza primordiale nel voler sperimentare una prassi del tutto inesplorata affinché nell’interazione tra artista supporto e materia vi sia un dialogo evolutivo, nello specifico si tratta di un’azione sovrapposta al quale ne sussegue un’altra di natura sottrattiva avanzando un’idea di pittura volta verso una forma di indagine aperta e non individualmente decifrata.” 

Diego Petroso banana is over let's trust the painter,   2013 pastelli ad olio metallici su tela 30 x 30 cm (10 elementi totali)  foto di Davide Tremolada

Diego Petroso banana is over let’s trust the painter, 2013 pastelli ad olio metallici su tela 30 x 30 cm (10 elementi totali) foto di Davide Tremolada

Più presenti le due installazioni di Andrea De Stefani, che occupa i due angoli opposti dello spazio. Una delle due si impone per grandezza e ricercata scelta dei materiali. Inevitabile toccare le superfici ruvide, lisce, granulose, porose… A differenza di molto altri artisti contemporanei che utilizzano i più strani materiali (dal lievito di birra al lucidascarpe), Andrea ci conduce a ricercare e, quando possibile, toccare la guaina ardesiata, il cemento e il gesso, la paraffina, l’asfalto, il truciolare ecc. Mi piace molto il titolo dell’installazione, Paesaggio Secco. 

Andrea De Stefani, racconta: “In occasione di questo OpenStudio ho deciso di dare forma ad alcuni resti e frammenti di materiale con cui ho “collaborato” di recente. Ho disegnato un ambiente geometrico piuttosto severo radunando detriti scomposti in superfici poligonali. La forma dominante a terra poggia su geometrie preesistenti proprie dello spazio espositivo e delinea un’area inviolabile. (…) Avrai notato tre pannelli in pvc, trattati con del calcestruzzo bianco, addossati alle pareti. Ognuno di quei pannelli è un frammento di un’azione che ho registrato qualche tempo fa. Quel pvc trattato infatti fungeva da pavimentazione nell’ambiente che avevo predisposto per la mia prima personale (No Way – Fluxia, 2011 : http://www.fluxiagallery.com/archive/no-way/ ). Le impronte dei visitatori si erano impresse sul bianco, che è rimasto incontaminato solo nelle zone in cui poggiavano le sculture. Sul lato opposto della sala ho posizionato un dissuasore che ho sradicato direttamente dalla strada a inizio residenza. E’ un bozzetto per un progetto futuro, un’idea ‘pesante’.

Andrea De Stefani Paesaggio Secco,   2013 guaina ardesiata,   cemento,   gesso,   paraffina,   asfalto,   osb,   truciolare,   legno,   calcestruzzo su pvc 160 x 110 cm (3 elementi)  foto di Davide Tremolada

Andrea De Stefani Paesaggio Secco, 2013 guaina ardesiata, cemento, gesso, paraffina, asfalto, osb, truciolare, legno, calcestruzzo su pvc 160 x 110 cm (3 elementi) foto di Davide Tremolada

Sara Benaglia ha accolto, prima degli altri, i visitatori. L’artista ha disseminato lo spazio di elementi diversi. Colorati, giocosi e ‘interattivi, le sue sculture sono echi del mondo vegetale. Come fosse sintetica pelle di serpente ‘sotto acido’, la superfice delle sculture di Sara indaga delle fantasiose mutazioni genetiche. Colori acidi, geometrie compulsive, strani totem (una ciotola di cane ad altezza umana). L’aspetto performativo è quello che sta più a cuore all’artista. Durante l’inaugurazione una ragazza staccava dal muto un corda per saltare mista bandiera e ha compiuto un numero imprecisato di salti. Azione non coinvolgete (se non i visitatori che osservano ciò che accade), l’azione in sé non aveva niente di particolare; apprezzabile la voglia di far ‘funzionare’ un oggetto scultoreo inanimato.

Racconta Sara Benaglia: “In mostra avevo tre lavori: una ciotola di cane ad altezza umana, un ostacolo e una bandiera. Contro l’ideologia di genere, considero essenziale lavorare con dispositivi installati nello spazio espositivo per essere usati fisicamente. Un oggetto in un set non ha necessariamente un’ubicazione stabilita e la sua staticità è contrattabile. Due stagiste staccano una bandiera a strisce bianche e nere (cucita ad una corda) dalla parete e la usano per saltare nella collettiva.”

Sara Benaglia Burina (progressive),   2013 bandiera,   corda per saltare 130 x 70 cm  foto di Davide Tremolada

Sara Benaglia Burina (progressive), 2013 bandiera, corda per saltare 130 x 70 cm foto di Davide Tremolada

Dopo l’eccesso di colore di Sara Benagli, le opere di Agne Raceviciute cancellano con un misterioso nero ogni eccesso. La giovane artista lituana espone una serie di disegni e una grande foto. Tremolanti, filamentosi, oscuri, i suo disegni ricordano la pittura lenticolare ‘all’incontrario’. Dando forma a pensieri nascosti, le sue rappresentazioni astratta ricordano ragnatele macabre, ma anche scorrere torrenziale d’acqua, del marmo, dei capelli, il muovere di foglie. Molto belli, davvero. Mi coinvolge un po’ meno la foto, colgo delle note leziose che non guastano ma distraggono. In realtà l’immagine dice forse poco del tempo trascorso per realizzarla, del colore cangiante della luce nello scorrere delle ore, della dedizione con cui l’artista registra e cerca di catturare l’implacabile.

Racconta l’artista: “La fotografia grande presentata a Viafarini Posa 02/04, fa  parte del progetto Posa. Posa è un progetto realizzato da sculture ‘istantanee’, costruite (al momento) in studio che indagano  l’evolversi della forma nei suoi passaggi attraverso il tessuto, (pieni/vuoti, chiaro/scuro). Posa percorre una parte della mia ricerca/lotta che rimbalza fra fotografia e scultura, oggi sono arrivata alla conclusione che per il mio lavoro è la stessa identica tecnica. La scultura costruita in studio (Posa 02/04) è stata realizzata da un unico tipo di tessuto, la viscosa. Installata in studio, ‘ha aspettato’ diversi giorni per essere rappresentata. Ho fatto diversi scatti a luce naturale tra alba e tramonto, questi hanno creato il colore sull’installazione di base neutra/grigia. La fotografia/la camera qui è solo un mezzo che ferma il momento; una volta ritratta, la scultura svanisce disfandosi e afflosciandosi in un contenitore. La rappresentazione in grande formato 190×130 è necessaria per riportare  le dimensioni reali dell’installazione, quindi scala 1:1, appunto per trasmettere la tattilità e il momento. 

I disegni fanno parte del progetto Conclave. Sono la parte più chiara e narrativa del progetto. In viafarini  ho deciso di esporne 6 piccoli e 2 grandi. Nei sei piccoli, il primo rappresenta la scena di un incidente, visto/attraversato, tra l’altro il primo appunto del progetto. L’incidente nella sua casualità crea una scena perfetta che fa scaturire tutt’intorno all’accaduto una serie di movimenti-detriti (da qui è partito il mio progetto). Come in un percorso narrativo, si sussegue nei 3 disegni verticali; come in uno stopmotion fanno vedere la macchina incidentata cadere gradualmente in una voragine, che deforma e si deforma, rendendo la macchina un trivellatore. Da cui il fulcro del progetto: la voragine di Dravaza in Turkmenistan (voragine creatasi negli anni 70 dopo un intervento da parte di geologi russi che trivellando hanno fatto esplodere un sottotetto; si è formato il foro che brucia grazie all’uscita di gas naturale anche oggi). Rappresento la voragine nei due disegni orizzontali successivi, con sezioni e passaggi che mostrano la trasfigurazioni del cratere.

I due disegni grandi (nel completo sarebbero 3) sono una ricerca e una continuazione legata al sottosuolo e ai suoi movimenti. 3 disegni, tre luoghi: Juodkrante Lithuania, Omodeo Sardegna e Darvaza Turkmenistan, luoghi conosciuti e visitati, nei quali si susseguono vicende accadute e narrate da leggende. In Juodkrante si narra da anni, che una tempesta di sabbia ha sommerso la penisola creando diverse dune di sabbia. Si racconta che qui hanno sotterrato paesi e persone, e con gli anni e i movimenti terreni sono diventati parte dell’archeologia del territorio.

Omodeo, ovvero il lago artificiale più grande in Italia, è stato creato dall’evacuazione di centinaia di persone che hanno abbandonato la valle per essere poi sommersa. Oggi è un lago inutilizzato. Si pensavo di poterlo usare per l’irrigazione dei campi circostanti ma un’alga ha infestato il lago e ha reso l’acqua inservibile. Con l’abbassamento dell’acqua, si svelano delle strane strutture sottostanti. Darvaza, come accennavo poco sopra, c’è un cratere infuocato. Unendo questi tre avvenimenti ho voluto scavare, attraverso il disegno (per me la tecnica più emotiva e reale, dove appunto non c’è scampo), la stratificazione e le varie sezioni – sia immaginative che ritrattistiche – dei luoghi.”

(grazie cara Agne per la dettagliata spiegazione)

VIR Open Studio - viafarini 2013 foto di Davide Tremolada

VIR Open Studio – viafarini 2013 foto di Davide Tremolada

Assenza di colore e forme scarnificate anche nell’installazione di Andrea Magaraggia che mi piace pensare come tracce tridimensionali di un disegno nello spazio. Misurazioni, grumi, sbavature di materiali orchestrati tra loro, per formare una scenografia impossibile e inabitabile. Sottrazione formale che rasenta un’astrazione solipsistica: il pericolo è che il togliere quasi tutti finisca per non lasciare niente. L’artista lavora sui confini – non a caso il titolo del lavoro è Alcuni confini –  o su limite non solo dell’opera ma, dilatando metaforicamente l’arte alla vita, sulla morte delle cose. Affascinate il concetto che pesca dalla biologia, l’ apoptosi (termine parallelo alla necrosi, ma forse un po’ più cinico).

L’artista racconta: “Alcuni confini è un lavoro sulla relazione tra quattro sculture che ho recentemente terminato. ?E’ una riflessione sui bordi, sui termini apoptotici della forma: se l’apoptosi è la morte cellulare geneticamente programmata in natura,  ciascuna delle sculture presenti possiede un grado di finitezza variabile, data dal mio continuo controllo.  Mi è anche interessato costituire uno spazio nello spazio con strutture geometriche semplici che sono andate ad evidenziare, a volte disturbare, la relazione visiva delle opere presentate. Ho voluto creare una griglia come una sorta di display che potesse continuamente modificarsi e accogliere su di essa una serie di lavori.?All’interno di questo sistema ho inserito un involucro semi aperto in cui si intravedono dei legni combusti; questo elemento, apparentemente di disturbo, pone l’accento sul problema formale ed estetico della materia, intesa come potenziale inespresso.”

Andrea Magaraggia Alcuni confini,   2012-2013 poliuretano,   ferro,   legno combusto,   fibra di legno,   nylon dimensioni variabili  foto di Davide Tremolada

Andrea Magaraggia Alcuni confini, 2012-2013 poliuretano, ferro, legno combusto, fibra di legno, nylon dimensioni variabili foto di Davide Tremolada

‘Occupa’ tanto spazio la grande installazione di Giallo Concialdi. L’artista mi racconta che per questo lavoro ha frequentato per alcuni giorni degli addetti dell’ANAS (Azienda Nazionale Autonoma delle Strade). Con loro ha elaborato un’esperienza pittorica inclusiva e invadente. Utilizzando i colori che usano per la segnaletica stradale, l’artista e gli ‘addetti’ hanno composto/riempito/occupato metri e metri di tela. L’installazione nell’insieme non mi dispiace, fa da pendant alle lievi ombre colorate di Diego Pretoso: alla delicatezza la prepotenza, dal diafano al impetuoso, dalla sintensi alla ridondanza. Strato su strato, non convince di più, semmai l’opera ribadisce quanto ‘la coalizione a ripetere’ abbia voglia di convincere.

Giallo Concialdi Cara Cassano,   2013 pittura segnaletica orizzontale,   tela dimensione ambiente  foto di Davide Tremolada (dettaglio)

Giallo Concialdi Cara Cassano, 2013 pittura segnaletica orizzontale, tela dimensione ambiente foto di Davide Tremolada (dettaglio)