Kaye Donachie, And I am weary of my lonely ease, 2012, oil on canvas, 55.5×41 cm – Courtesy Artist and Maureen Paley, London

A volte penso che una delle poche cose che capisco (veramente) sia il linguaggio pittorico. Lo so che sembra presuntuoso, ma è inevitabile pensarla così nel momento in cui l’assuefazione per l’inutilità di certe mostre la vince – spesso – sulla capacità di capirle.

Ma intendo con l’intelletto o con i sensi? Mi devo emozionare o devo capire?

Perché mi pongo queste domande dopo anni di esperienza nel mondo dell’arte e migliaia di mostre viste? Ebbene sì, davanti ad un quadro di Kaye Donachie, mi sono posta domande.  L’artista è ospite allo  Spazio Cabinet  per la mostra ‘a due’ con  Dagmar Heppner . Titolo della mostra  Color (rules) . Nel breve testo che introduce Color, la curatrice  Maria Chiara Valacchi  ci racconta di ‘orfismo pittorico’ e ‘tonalismo contemporaneo’, di esperienze soggettive e ‘temperatura Romantica’. Nel suo scritto eleva la visione di questa mostra delicata, quasi crepuscolare, ad un altezza quasi commovente.

Nell’asettico biancore del nuovo Spazio Cabinet in via Tadino, questa piccola raccolta di piccoli quadri emoziona e fa ammutolire. E’ evidente che la mostra mi sia piaciuta molto.

Verde, giallo, marrone e blue: queste le stazioni cromatiche che segnano il percorso espositivo. Ogni tono caratterizza un quadro che gioca con uno spettro limitato di colori.

E’ come se la Donachie volesse mettere alla prova la sua abilità di dire tanto con poco, di mostrare tanto con poche scelte cromatiche. Tutto si consuma, dunque, sull’intensità più o meno forte delle sfumature. Tanto potrei raccontare nel descrivere la tecnica – venendo meno al mio idioletto sulla silenziosità ‘dovuta’ al linguaggio pittorico (ma quanto è bello contraddirsi con consapevolezza e divertimento) -, quanto potrei dilungarmi nel fantasticare su chi sia e non sia la donna ritratta, quella che si ritrae e quella che si mostra. Cosa guarda, a chi sorride, cosa pensa, chi ospita la casa, di chi è il volto oltre i tetti…

Scoprendo, velo dopo velo, la complessità di questi quadri, ci si imbatte in una grande opera scultorea che domina, quasi con prepotenza, lo spazio.

Sono 32 i metri di stoffa che  Dagmar Heppner ha mescolato dentro un bollente pentolone a mò di strega (l’immagine che mi viene è inevitabilmente questa). E se i colori utilizzati da Doniche sono solo 4, Heppner fa le cose in grande, quasi ingorda, li vuole tutti.

L’artista infatti mischia assieme 32 nuance per ottenere – e forse qui ci viene d’aiuto il libricino ‘Il capolavoro sconosciuto’ di Honorè De Balzac – una tonalità compressa e oscura, che anziché brillare con i colori dell’arcobaleno, sembra che se li sia golosamente mangiati tutti. Ma tanto è opaco e terroso il colore ‘di tutti i colori’ quanto è elegante e scultoreo il suo fluttuare o danzare nello spazio. Le volute del drappo cadenzano i passi che ci vogliono per attraversare sia lo spazio che l’opera: morbido panneggio, sfumatura casuali tra la tela stropicciata, molte ombre.

Due pitture che spaziano, una dentro e una fuori.

Kaye Donachie, Dagmar Heppner, Color (rules), 2012, Spazio Cabinet, Milan – Photo Filippo Armellin