Jonathan VanDyke,   Oltre l'Oblio,   Courtesy unosunove,   Roma,   Installation view

Jonathan VanDyke, Oltre l’Oblio, Courtesy unosunove, Roma, Installation view

Testo di Carmen Stolfi /

L’aggettivo postmoderno è un termine che ho sempre biasimato e cercato di evitare perché vago, spesso decontestualizzato e soprattutto abusato. Eppure, proprio l’attributo postmoderno è quello che meglio descrive l’atmosfera di Oltre l’oblio, la personale di Jonathan VanDyke alla galleria 1/9unosunove a Roma .

Perché quando la burocrazia alla voce ‘sesso’ permette di scegliere anche transgender, oltre a maschio e femmina; quando il rap macho è interpretato oggi da personaggi come Mykki Blanco, rapper è vero, ma dalla dualità sessuale – “Oh this fag can rap” a quanto pare sì e anche con stile; quando, infine, l’americano VanDyke fa della drip painting di Jackson Pollock, virile, impulsiva e istintiva, un atto performativo cross-dressed alla Janine Antoni di Loving Care (1992) esaltandone la femminilità del corpo e dei movimenti; allora è nella pluralità, nella polimorfia, nell’impossibilità della codificazione e nell’ibridazione delle espressioni che vedo e si manifesta il paradigma postmoderno.

Se a livello formale l’opera di VanDyke rifiuta ogni qualsivoglia categorizzazione, il contenuto è ben preciso e rimanda al concetto di sguardo tanto caro a Michelangelo Antonioni, sua musa ispiratrice. Dark room (2013), o l’oscurità come luce rivelatrice, è una serie di fotografie stampate tradizionalmente nonché la documentazione di una performance di circa sei ore in cui la coppia di ballerini (per professione e nella vita privata) Bradley Teal e David Rafael Botana danzano mascherati e incappucciati alla ricerca reciproca di sé e dei loro corpi. L’attenzione alla dimensione processuale rivela la volontà di indagare i giochi e le dinamiche del potere, del desiderio, della passione attraverso l’esperienza diretta e la partecipazione ai momenti intimi dei due partner e collaboratori. Risultato delle sessioni performative sono anche le tele, dalle più piccole della serie Costume (2013) alle più grandi L’Eclisse (2013) e George Platt Lynes (2013) assemblate dall’artista ma cucite insieme da sarte professioniste, e esposte in modo da camminarci intorno così che l’esplicito sia l’implicito, l’evidente il sottointeso, il fronte come il retro: lo spettatore, del resto, deve guardare altrove per capire, cambiare prospettiva.

Il video Saints (2013) e Half Life (2013) e Émigré (2013), più vicine formalmente agli assemblaggi astratti di Sarah Lucas in Au Naturel (1994) – due installazioni rispettivamente evocanti la fisionomia della donna e dell’uomo – esplorano il tema della trasformazione e dell’esplorazione del proprio corpo attraverso la scultura, il movimento, il contatto con la materia. Come era stato per Pollock, anche per VanDyke allora, il gesto inteso come liberazione dagli schemi estetici, etici, sociali tradizionali.

Jonathan VanDyke Ventriloquist Archival pigment print Edition of 4 + 2 AP 24 cm x 35,  9 cm (25,  6 x 37,  5 cm with frame) 2013

Jonathan VanDyke Ventriloquist Archival pigment print Edition of 4 + 2 AP 24 cm x 35, 9 cm (25, 6 x 37, 5 cm with frame) 2013

Jonathan VanDyke Darkroom (1) Edition of 4 + 2 AP Gelatin silver print 27,  9 x 35,  6 cm (29,  3 x 37 cm with frame) 2013 Courtesy Unosunove,   Roma

Jonathan VanDyke,  Darkroom (1),  Edition of 4 + 2 AP Gelatin silver print 27, 9 x 35, 6 cm (29, 3 x 37 cm with frame) 2013 Courtesy Unosunove, Roma

 

Jonathan VanDyke,   Oltre l'Oblio,   Courtesy unosunove,   Roma,   Installation view

Jonathan VanDyke, Oltre l’Oblio, Courtesy unosunove, Roma, Installation view

Jonathan VanDyke,   Oltre l'Oblio,   Courtesy unosunove,   Roma,   (dettaglio)

Jonathan VanDyke, Oltre l’Oblio, Courtesy unosunove, Roma, (dettaglio)