© ZAPRUDERfilmmakersgroup

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Intervista ai  ZAPRUDERfilmmakersgroup in occasione della loro mostra ‘Yes Sir, I Can Boogie’ – a cura di Chiara Agnello e Silvia Bottiroli – ospitata al  Careof DOCVA (in collaborazione con Santarcangelo •12 • 13 •14 Festival Internazionale del Teatro in Piazza / supporto di Marsèll)

Sabato 6 aprile, in occasione di Miart, presenteranno ‘ Suite per tennis da tavolo e organo’, un ‘concerto’ live – h 19.30 e h 21.00 (durata 30′).

ATP: Gli ZAPRUDERfilmmakersgroup sono spesso presentati come creatori di ‘pellicole fuori formato’ e ‘dispositivi per la visione e l’ascolto’; teatro incorporeo e cinema incarnato. Chi siete??

Nadia Ranocchi:?Date le premesse della domanda mi vien da dire che siamo dei disadattati. Non è solo una boutade, perché in effetti quello che facciamo nasce spesso deforme, fuori standard…non è raro che nei formulari d’iscrizione ai festival di cinema alle voci formato e genere scatti l’opzione Altro a cui segue il complicato Specificare. E vai lì a spiegargli che non fai cinema sperimentale, ma è solo che lo produci diversamente, personalmente, con l’economia di persone, la mini-troupe che siamo, per cui fare significa fare tutto: manovale, imbianchino, falegname, idraulico, catering e così via…fino a costruire tutti i presupposti della visione.?Ecco, credo che questa genesi concorra alla ‘deformità’ dei nostri progetti. E capita, a volte, che la ripresa coincida con una sorta di documentazione dell’innesco di una ‘macchina’ di cui siamo spettatori, ospiti. Una camera Zut (dal nome della nostra sala di posa), riproducibile in luoghi diversi.?Ad oggi Zapruder è composto dal Maestro Francesco Brasini, musicista; Mattia Dallara, musicista e ingegnere del suono; Mirco Guidi e Alessandra Brunelli, scenografi; Andrea Marini, grafico, colorist e King of Forum; Leonardo Monti co-produttore e cineservice; Monaldo Moretti, direttore della fotografia, attore, rumorista, stereografo etc; me, Nadia Ranocchi e David Zamagni, ideatori, registi…e responsabili dei progetti di Zapruder.

ATP: E’ dal 1998 che siete nelle scene, nazionali e internazionali. Che ricordi avete dei vostri esordi??

NR:? Qua è sempre tutto un esordio, ogni nuovo progetto non sai mai chi sei, cosa e perchè lo fai… comunque all’inizio della nostra frequentazione, io e David scattavamo molte foto, in macchina, ai distributori, ai cieli… giravamo degli sketch in s8, poi nella sua casa-laboratorio abbiamo allestito il set per un’animazione a-passo-uno ambientata nel deserto. Abbiamo quindi prodotto un trittico di animazioni con giocattoli, da 180 secondi l’una: Marylin & the K. (dove K sta per Kennedy); Steack & Chips (poliziesco); Tony the fireman (una festa di compleanno). Avevamo creduto di chiamare questa casa di produzione Aphrodite.A poi abbiamo capito di essere Zapruder. A un certo punto, abbiamo buttato giù dei muri e costruito il set di ‘Spring Roll’, il nostro primo live-action a tema ‘Malattia del domicilio’. Si girava spesso nel week-end e abitavamo nel set. Un giorno Monaldo passa da casa e comincia a lavorare con David alla fotografia. Erano diventati amici in collegio, dove scontavano l’assenteismo scolastico giovanile. Nel 2000 abbiamo prodotto ‘Spring roll’ un film senza mezze misure: o lo si ama o lo si detesta. Ha girato molto, e con nostro grande stupore, è stato premiato al Festival di Oberhausen. Eravamo tutti e 3 in platea durante la cerimonia di chiusura, non afferravamo tutte le parole e ogni tanto facevo un riassunto sommario in italiano per David che non parla inglese. Sentiamo leggere la motivazione del premio e poi il titolo del nostro film ‘Spring Roll’ e i nostri nomi. Un grande imbarazzo. Non abbiamo saputo dire niente, eravamo sbigottiti, sorridevamo e ringraziavamo, senza sapere davvero cosa fare. Al party di fine festival, una ragazza tedesca mi dice che il nostro film l’aveva terribilmente angosciata. In preda ai fumi dei festeggiamenti le rispondo, molto convinta, che la malattia del domicilio esisteva per davvero e ne era affetto chi provava disagio guardando il film, che io ero una psicologa, che quello non era un film ma un dispositivo per rilevare i sintomi della malattia…lo dicevo seriamente. Lei non era contentissima,  David e Monaldo invece hanno apprezzato.

ATP: C’è un opera che più di altre sintetizza come concepite il vostro lavoro?

David Zamagni: E’ difficile concentrarsi su un singolo lavoro, lo vedo più come un percorso, pieno di strade secondarie. Ci sono delle ossessioni che ci portiamo dietro, nel senso che le teniamo ben nascoste. Altre invece sono palesi, come la segmentazione del discorso, il montaggio per “somma”, per addizione di immagini; la relazione tra inquadrature statiche e quelle in movimento che acquista valori diversi da un film all’altro; lo CHOC come generatore di pensiero; il Rebus irrisolvibile della realtà . Non credo di essere in grado di scegliere un titolo esemplare, la filmografia è di per sé un film …

ATP: Definite i vostri progetti filmici come ‘cinema da camera’. Mi spieghi questo concetto??

NR:? Una volta costruito il primo accrocchio di ripresa in 3d, per 2 handycam consumer, ci siamo resi conto che eravamo gli unici in grado di proiettare il filmato generato. E anaglifo per giunta, che si può vedere solo in condizioni dedicate, cioè, indossando degli occhialini con filtri colorati e la ferma volontà di unificare, non senza sforzo, un’immagine composta da due fotogrammi. Abbiamo cominciato a presentare i nostri film stereoscopici in ambiti diversi dal cinema. Per ogni proiezione costruivamo un apposito schermo, grande o piccolo a seconda della sala o dell’occasione; orizzontale, verticale; al Pac di Ferrara ne abbiamo fatto uno su due piani. Il Cinema da camera è una macchina flessibile, mobile, può essere un’operazione piuttosto invasiva, ma anche mimetica.

Zapruder  All Inclusive © ZAPRUDERfilmmakersgroup

Zapruder All Inclusive © ZAPRUDERfilmmakersgroup

ATP: In questi giorni siete ospiti nello spazio Careof DOCVA di Milano, con la mostra ‘Yes Sir, I Can Boogie’ (a cura di Chiara Agnello). Mi racconti le opere che avete deciso di esponete??

DZ: Sono quattro lavori distribuiti nel buio, in un certo senso il loro funzionamento e direttamente collegato al fruitore che unisce i vari film come uno scotch da pellicola .

Si entra con ‘I TOPI LASCIANO LA NAVE’, proiettato a parete. Un film mimetico che mostra un conflitto tra reale e finzione, tra documentazione e documentario in una gara di ballo a eliminazione dove la musica è prodotta direttamente dai ballerini. Su monitor 3d ci sono in sequenza due film, SPELL e JOULE il primo è un finto documentario su un cane con poteri paranormali e il suo padrone, l’altro è una sequenza d’immagini apparentemente scollegate tra loro, quadri fissi in tensione sul concetto di lavoro improduttivo e una certa spiritualità del quotidiano. Poi il MEDIATORE, un’immersione stereoscopica attraverso un visore altimetrico e due piccoli monitor, che mostrano una partita di pong pong incantata, bloccata su un risultato di assoluta parità… E’ un dispositivo a tu per tu, per una persona alla volta, che diventa il Mediatore stesso. Il titolo del lavoro è il nome del fruitore, colui che sta in mezzo, ed è proprio in questi termini che il Mediatore agisce.

ATP: La scelta dei temi che avete deciso di indagare – il paranormale, il tema della coppia, il sentimento religioso – è molto ambiziosa. Perchè queste scelte? Cosa vi intriga di questi temi?

NR:?Il paranormale per noi è traducibile con ‘la vita delle cose’, degli oggetti che abitano il nostro quotidiano; cose che arrivano in casa o che lì hanno sempre vissuto, capaci di determinare, come nel prologo di ‘Spring roll’, un disegno, una costellazione entro cui s’inscrive il proprio destino, o l’alibi per lo stare in scena, per la sopravvivenza e compresenza dell’attore sulla scena. Per questo motivo abbiamo sempre detto che i nostri sono film di fantascienza, perché lì i muri hanno un suono, anche la luce o il buio ce l’hanno. Ogni oggetto è infestato di presenze, ha una voce propria e il silenzio della stanza è una partitura di suoni concreti che comunica direttamente al nostro inconscio, si sovrappongono si relazionano e in qualche caso predeterminano le nostre azioni. Questa dualità presuppone un equilibrio tra spinte opposte e determina un risultato che è sempre superiore alla somma di 2. Non è democratica, nemmeno la visione lo è. Si rimanda tutto all’ambito della credenza, dell’agire comune, condiviso; che lo si faccia ballando, suonando o giocando, questa materia intangibile partecipa di un’economia e una sacralità proprie,  ed è un enigma che solo lo spettatore può risolvere.

ATP: Dal 2006 portate avanti la ricerca sulla stereoscopia. Cosa vi affascina di questa tecnica di realizzazione e visione delle immagini?

DZ: Diciamo che non è stata la tecnica a portarci verso la stereoscopia ma la lettura di Georges Bataille che ci ha segnati con l’idea di un “occhio-bocca” e occhio tattile. La visione tattile ha iniziato ad ossessionarci e la stereoscopia sembrava l’unico mezzo per fare del cinema “solido”, e aveva anche il fascino meraviglioso di una lingua morta. Ci ha permesso di filmare i volumi e lo spazio tra di essi, una rivoluzione visiva per noi, che determina forti conseguenze sui tempi filmici; la percezione del tempo si dilata in proporzione ai livelli di profondità, come se ogni livello fosse indipendente dall’immagine totale, una compresenza di tempi, una sinfonia visiva.

ATP: Il progetto al Careof DOCVA si chiude con l’appuntamento del 6 aprile: ‘Suite per tennis da tavolo e organo’. Mi racconta la premessa di quest’opera performativa??

DZ:?Suite è un concerto che nasce da un lavoro filmico, in un certo senso ne è la messa in vita, attraverso il live appunto. Consiste di una partitura musicale per organo-farfisa, Francesco Fuzz Brasini, con l’accompagnamento di due giocatori di ping-pong su un tavolo preparato. Le ritmiche che fuoriescono dal tavolo vengono elaborate in live da un altro musicista, Mattia Dallara. La partitura ritmica prevede di tenere la palla sempre in gioco, al fine di costruire un continuum musicale con variazioni di frequenza, da qui la complessità dell’operazione, possibile solo con atleti professionisti del ping-pong, che di volta in volta memorizzano la partitura come una serie di esercizi di allenamento. Non è una competizione ma una scomposizione del gioco in funzione del suono prodotto e i ponghisti diventano due musicisti formidabili.

SPELL. Hypnodog © ZAPRUDERfilmmakersgroup

SPELL. Hypnodog © ZAPRUDERfilmmakersgroup

I topi lasciano la nava © ZAPRUDERfilmmakersgroup

I topi lasciano la nava © ZAPRUDERfilmmakersgroup

ZUT postprod All Inc Mediatore pic © ZAPRUDERfilmmakersgroup

ZUT postprod All Inc Mediatore pic © ZAPRUDERfilmmakersgroup

Foto della mostra 'Yes Sir,   I Can Boogie' al Careof DOCVA,   Milano - Foto: Mario Gorni

Foto della mostra ‘Yes Sir, I Can Boogie’ al Careof DOCVA, Milano – Foto: Mario Gorni

Foto della mostra 'Yes Sir,   I Can Boogie' al Careof DOCVA,   Milano - Foto: Mario Gorni

Foto della mostra ‘Yes Sir, I Can Boogie’ al Careof DOCVA, Milano – Foto: Mario Gorni