Even a birch can be real, veduta parziale della mostra

Even a birch can be real, veduta parziale della mostra

La galleria A+B di Brescia ha avviato il 19 dicembre un progetto che prevede di organizzare, nell’arco di un anno, tre mostre collettive diverse, con, però, gli stessi artisti. Questi sono Niccolò Morgan Gandolfi (Washington D.C., 1983. Vive a Bologna), Silvia Hell (Bolzano, 1983. Vive a Milano) e Simon Laureyns (1979, Ghent. Vive a Ghent) e sono stati invitati ad esporre delle loro opere in tre tappe per indagare un modo diverso di presentazione del lavoro di un artista in una collettiva, triplicando le occasioni di incontro e i risultati espositivi.

Il progetto, curato da Gabriele Tosi, si chiama Even a Birch Can Be Real e vedrà gli altri due appuntamenti a maggio e settembre 2016.

Di seguito il testo critico del curatore.

Even a birch can be real è una mostra che assume la forma di un paesaggio metafisico. La pacata complessità del sistema compositivo vuole suggerire al fruitore la naturalezza con cui, nelle pratiche artistiche, sia possibile leggere una densa compresenza di diversi piani del reale. L’apparenza astratta o enigmatica delle opere cela infatti il carattere attivo di un’esperienza soggettiva. Si tratta di oggetti che verso i mondi da cui provengono, come indici, continuano a puntare. I pezzi sono solo un segmento delle diverse ricerche artistiche, ma qui, tali frammenti sono anche porzioni di mondo: di possibili modi di viverlo, di dove scegliamo o ci troviamo a esperirlo.
Una delle chiavi di lettura di Even a birch can be real è quindi il rapporto tra l’artista e il suo intorno. Dove guardano questi autori? Come lo fanno? Come operano? Come rielaborano il proprio sguardo? Dalle opere di Simon Laureyns che, nel riutilizzo pittorico di materiale recuperato dalla strada, denunciano una profonda interiorizzazione dello scenario urbano; a quelle di Gandolfi, grandi oggetti trasportabili pensati per interagire in maniera diretta con la natura, fino all’immagine digitale di Hell, frutto di un linguaggio sviluppato appositamente per ripensare alla rappresentazione dell’altro.

La pratica in studio e la pratica del mondo sono momenti che restano distinti, ma che si influenzano incessantemente. Un rapporto che è anche quello tra l’artista e la definizione di uno spazio per l’immagine. Ciò si palesa, ad esempio, nei quadri di Laureyns. L’artista mappa i luoghi per l’affissione pubblicitaria nella città di Ghent, dove vive, controllando il riciclo dei manifesti. Una volta che se ne sono stratificati abbastanza, Laureyns attende la pioggia per staccarli n un’unica massa, arrotolarli e portarli in studio. Nell’ambiente chiuso i materiali vengono composti, montati su tela e quindi tirati in un telaio. L’esposizione del retro, fatto di colla sul blu dei billboard, come fosse una censura operata da una ribellione silenziosa nei confronti della condensante univocità delle immagini pubblicitarie, apre uno spazio aperto e molteplice. Qui la percezione incontra un campo di sfogo delle proprie potenzialità mnemoniche, visive e immaginative.

Silvia Hell, Day Potraits_1 vertical (AC, CB, CV, DC, GC, GG, HF, LL, LT, RG), 2011. 108x140cm, C-print diasec

Silvia Hell, Day Potraits_1 vertical (AC, CB, CV, DC, GC, GG, HF, LL, LT, RG), 2011. 108x140cm, C-print diasec

Il senso di apertura dato dal blu che caratterizza i pezzi di Laureyns si oppone all’isolamento del nero, che ha una precisa funzione nelle opere di Gandolfi, mentre la stampa digitale di Hell è caratterizzata da un’esplosione di colore. A partire dal 2011, Hell ha sviluppato un particolare linguaggio per realizzare dei ritratti. L’artista scatta due foto al soggetto su due diversi sfondi monocromi, uno scelto dal soggetto stesso, l’altro da lei. I due colori vengono poi sfumati in due soluzioni, una verticale e l’altra orizzontale, mantenendo del volto la sola posizione dei nei. Stampati singolarmente come delle fotografie, Hell realizza un’ulteriore immagine che raccoglie i ritratti scattati in un anno, come quella esposta in mostra, dove le tracce degli sfondi di ogni ritratto vengono mantenute ma sfumano in unico insieme. A questo linguaggio autoriale, rigoroso eppure fluido e omogeneo, capace di mischiare le identità di ciascuno in un tempo e in uno spazio che appaiono come inscindibili, fanno da contrappunto gli oggetti neri e atemporali di Gandolfi. Sono strumenti per la fotografia, creati dall’artista per isolare o inquadrare un frammento di natura direttamente nell’ambiente. I due oggetti, parte di una serie, evocano quindi uno specifico metodo di studio del paesaggio e raccontano della presenza del fotografo e della fotografia in un determinato contesto. Gandolfi scatta spesso in posti difficilmente raggiungibili e lo fa soltanto con il banco ottico, oggetto di per sé ingombrante, pertanto i suoi strumenti, pur dovendo ricreare l’artificialità dello studio fotografico, devono essere leggeri e smontabili. Esposti in mostra nella loro versione aperta, all’occorrenza possono quindi essere ripiegati e assumere la forma di uno zaino.

In Even a birch can be real, la prima mostra di un progetto che prevede tre collettive realizzate con gli stessi tre autori nello spazio di aplusb, si è scelto di presentare queste opere perché opportunamente capaci di raccontare i contesti visivi, pratici, spaziali e temporali, dove agiscono gli artisti. Un’informazione che resterà come importante traccia di significato nelle esposizioni che seguiranno. (G.T)

sx Niccolo Morgan Gandolfi, Foldin g Studio (backpack), 2012. 145x275cm. dx Simon Laureyns, Never Going Anywhere, 2015. 100x140cm

sx Niccolo Morgan Gandolfi, Foldin g Studio (backpack), 2012. 145x275cm. dx Simon Laureyns, Never Going Anywhere, 2015. 100x140cm