Plenary Melbourne - Exhibition and Convention Centre

Plenary Melbourne – Exhibition and Convention Centre

“Noi ci muoviamo in base al mercato e non ci conviene avere artisti italiani!”

Tra i tanti  tavoli di discussione presenti al Forum di Arte Contemporanea di Prato – nella sezione “Discussione, analisi, approfondimento, denuncia” – si parla di attrazione verso l’estero, sia da parte degli artisti, che degli galleristi e collezionisti. Perche?? In che misura? Colpa del mercato? Assenza di ricerca? Pochi stimoli?

A seguire gli interventi dei partecipanti, coordinati da Francesco Garutti, curatore e editor d’arte contemporanea e architettura.

Francesco Garutti

La debolezza o soggezione nel rapporto con l’estero e? semplicemente legata a carenze sistemiche o e? legato a questioni di cultura dell’arte? La mostra di Paul Newman del ‘92 aveva un catalogo meraviglioso con una sezione iniziale rivoluzionaria, potente, in cui il progetto grafico di FreedmanArt era di collezionare immagini, pezzi di giornali, ecc. che avevano a che fare con gli anni intorno al 92, che raccontavano la societa? del periodo. C’era la capacita? di raccontare una storia, capace di rendere riconoscibile gli artisti. Noi siamo stati o non siamo mai stati in grado di fare cio?, fa parte della nostra natura non costruire narrative tali per fare un discorso? Ha senso farlo a partire da un’idea di identita? nazionale? Siamo effettivamente esterofili? Quanto questo ha una incidenza della nostra esperienza personale? (…)

Mi viene in mente un numero di Freeze con una copertina con degli spaghetti (numero dedicato alle realtà italiane – cover di Anthea Hamilton, Monarch Pasta, 2010). E’ interessante il momento temporale in cui Frieze ha fatto questa sezione monografica dell’Italia: come se un paese anglosassone, storicamente solido, abbia deciso di guardare chi invece era stato sempre in crisi, come per vedere come si sta quando le cose non vanno molto bene. Se pensiamo che la prima maratona di Hans-Ulrich Obrist nasce in Italia e si chiama “Birds”, fatta nel Parco degli Uccelli vicino a Roma, utilizza quindi una riserva naturale inventandosi un tema ed un formato a partire da un tema tutto italiano, mi chiedo se si era flessibili nel muoversi nel paesaggio, in giro, …  (…) Bisognerebbe affrontare anche il problema del panorama editoriale, legittimazione a partire dalla scrittura.

Paolo Zani, Gallerista

Vedo questo problema in modo forte. Ho notato che il sistema internazionale in cui ci muoviamo come italiani e? piuttosto omogeneo, ovviamente basato su parametri economici di stampo anglosassone (gallerie privata). Credo sia anche un problema generazionale. Le nuove generazioni hanno piu? capacita? ad inquadrarsi in un sistema internazionale, in cui vigono regole standard. L’appeal di gruppi artistici nel mercato dell’arte, che e? il loro habitat, e? legato a fattore come il sostegno degli stessi in base ai luoghi di provenienza. Faccio l’esempio della Polonia, che ha creato numerosi artisti anche solo per il fatto di essere sostenuti dalle fondazioni, oltre che per essere accompagnati da figure critiche. Cosi? pure la Scozia, il Messico, il Brasile, … Essendo una questione di mercato, sono quelli emergenti a spingere gli artisti nel loro paese di appartenenza. Tutto cio? in Italia non succede, anzi c’e? una problematica in tal senso. Lo sguardo delle gallerie verso l’estero non e? un fattore di attrazione esotica verso qualcuno di piu? bravo, ma e? un mero calcolo economico legato alla sopravvivenza stessa della struttura-galleria. Si crea un cortocircuito: l’economia di una galleria, che biologicamente deve trovare piu? soldi per sopravvivere, deve trovarsi nel dibattito in modo piuttosto acritico e sterile. Viene tolta energia ed attenzione alla ricerca artistica per girarla in una dimensione di denaro. L’esterofilia e? quindi legata ad una situazione che andrebbe affrontata con piu? forza e con meno accondiscendenza. Il problema del collezionismo e? effettivamente complicato in Italia, perche? credo che lo sguardo sia piuttosto superficiale, soprattutto nei giovani collezionisti. L’impostazione e? di tipo puramente speculativo: e? bello comprare l’opera di un giovane artista e vedere che questa cresce sotto il profilo dell’attenzione, economico… Sono convinto delle grandi potenzialita? dell’arte italiana, ma la sua debolezza e? legata al mercato internazionale e non e? legata alla ricerca.

Il coinvolgimento privato e? legate anche ad un mutamento di mentalita? da parte loro. Come fanno la Scozia, Brasile, Messico occorre essere favorevoli al sostegno degli italiani, grazie a persone che abbiano relazioni e contatti col governo.

Michele D’Aurizio, caporedattore dell’edizione internazionale di Flash Art e co-fondatore dello spazio progetto Gasconade
Se banalmente penso ad una mia giornata  – sono editor di una testata internazionale basata a Milano e coordinatore di uno spazio no profit a Milano -, per me ci possono essere macrotematiche di riflessione stimolate da artisti italiani e poi rivolte all’internazionale, ma molto spesso e? il contrario. L’esercizio era che l’artista che presentavo lo potesse essere all’interno di una questione attiva a livello internazionale. Quello che trovo un po’ statico e? appunto l’esercizio che dal locale porta all’internazionale e viceversa. Problematico e? riaffermare sempre questa italianita?. L’Arte Povera ha avuto un apparato universale, che universalizzava peculiarita? italiane… Tutti i tentativi di teorizzazione che si sono susseguiti hanno puntato sulla nazionalita? italiana, ed e? un problema. Si tenta ancora di individuare un movimento specifico di italiani che possa affermarsi poi in ambito internazionale. Ma bisogna concentrarsi su un dialogo con l’estero. Molti artisti milanesi degli anni 2000 non si sono affermati in quanto categorizzati un una specificita? italiana: legame col design, gruppo 0… La questione teorica e? completamente slegata dalla produzione dell’arte italiana. (…)

Io mi occupo solo dell’edizione internazionale di FlashArt, ma sarebbe interessante chiamare in causa chi dirige le testate italiane. E’ stata l’unica che davvero si e? occupata dell’arte italiana, seppur abbia mancato di valorizzare e prendere in considerazione alcuni artisti. Secondo me bisogna sempre trovare delle connessioni, non focalizzandosi troppo sull’italianita?, che diventa quasi una specificita? di linguaggio.

Diego Marcon, artista

L’esterofilia non e? da intendersi come attrazione verso l’esotico, ma un fatto sociale, economico, linguistico che possa rendere piu? semplice il definirsi artista come una figura reale in un sistema socio-economico. A Parigi se ti definisci artista, anche persone non dell’arte riescono comunque a percepirti come entita? con un ruolo sociale. Invece tra molti miei mici artisti italiani c’e? una sorta di insofferenza, esigenza di andarsene. (…) Sembra che l’Italia non offra un percorso che porti alla ricerca, alla riflessione, alla sperimentazione. E’ importante sottolineare che forse c’e? una situazione economica e politica maturata in diversi anni, per cui lavorare in questo contesto e? complesso. Dall’altra parte credo che ci sia un logorio dell’identita? piuttosto diffuso, non solo nella scena artistica. (…) In Italia manca uno spazio che accolga i primi esperimenti dei giovani artisti usciti dall’accademia. Manca anche un linguaggio burocratico che definisca l’artista e la sua posizione: questo rende molto faticoso un percorso, la sopravvivenza psico-emotiva e pratica, ma forse non e? neanche un bene che ci sia una eccessiva definizione statale. E forse e? anche meglio non avere un mondo accademico vincolante nel guidare i giovani artisti.

Margherita Castiglioni, Gallery assistant presso la Seventeen Gallery – Cofondatrice di Armada, Milano

Sicuramente bisogna parlare di esterofilia per tutti. Io sono a Londra da diversi anni e vedo che c’e? una migrazione da parte di tanti artisti e persone che lavorano in gallerie che vengono dal Canada, dalla Germania, … Sono esterofili tutti: e? semplicemente la voglia di uscire, avere nuovi stimoli, confrontarsi con culture diverse. Citta? come Londra e Berlino, in cui ci sono state grandi migrazioni, inizialmente grazie ad una facilita? economica, hanno poi creato questi contesti migratori che fanno parlare di esterofilia, ma e? solo una conseguenza. Adesso da Londra gli artisti stanno andando a Berlino, Citta? del Messico, in cerca di residenze (“In Messico si possono pagare le tasse con le opere” cit. Paolo Zani). Non e? un problema, ma solo un dato di fatto. Ci potrebbe essere un dialogo piu? intenso tra galleristi ed artisti e collezionisti ed artisti. Io credo che tutti dobbiamo fare una piccola esperienza all’estero, non per scappare dall’Italia, ma per capire cio? che c’e? la? fuori. Quello che vedo a Londra sono curatori e galleristi che vanno a vedere gli studi e a conoscere gli artisti, ma a Milano non lo vedo… Penso che gli artisti sono messi spesso in soggezione. Forse si potrebbe pensare ad un aiuto privato a favore delle gallerie che aiutano artisti italiani, per esempio nelle fiere.

Beatrice Bertini, Direttrice Ex Elettrofonica

Io invece credo che un problema sull’esterofilia lo abbiamo. Noi galleristi abbiamo certo rapporti con artisti del nostro territorio e se abbiamo diversi artisti stranieri e? solo per una questione economica: sono i collezionisti ad essere esterofili. Noi ci muoviamo in base al mercato, e non ci conviene avere artisti italiani! Non credo che non esista l’esterofilia. Negli anni e nella storia l’Italia e? contraddistinta da un pensiero orizzontale, aperto, meticcio, democratico. Ma non siamo mai riusciti ad imporre una politica culturale che dia all’arte la possibilita? di essere un volano. Non e? una cosa autogiustificante. Noi facciamo un lavoro pratico, basico e quindi ci rendiamo conto di cosa dobbiamo fare. Sulla carte ci piace dire che non lo siamo, se ci pensiamo esterofili ci sentiamo di destra… E’ piu? facile scambiare con le altre gallerie artisti stranieri che italiani, anche per una questione di curriculum. Gli italiani entrano in galleria subito poco dopo l’Accademia, non avendo ancora un rapporto solido col loro lavoro. Gli artisti italiani non hanno master, borse di studio. E spesso questi artisti giovani diventano contabili noiosissimi.

Cuoghi Corsello, duo artistico bolognese

Sono convinta che gli artisti sono esseri sensibili che captano idee delle persone del mondo. Le idee girano nel mondo e io posso fare un lavoro a Bologna mentre uno simile nasce nel Messico. Pero?, l’Italia ha un’antenna maggiore nel percepire queste idee del mondo e abbiamo un surplus di energia artistica, che nasce in Italia e poi viene fatta fiorire in altri paesi. Abbiamo artisti molto importanti da sempre, ma che sono fioriti all’estero. Secondo me, e? giunto un momento energetico in Italia che fara? in modo che qui si svilupperanno le idee importanti per portare ad un cambiamento. Quindi, sono ottimista. Nell’Italia non c’e? un’idea omogenea, ma e? come se fosse fatta da tanti piccoli paesi e ci sono quindi molte individualita?. (…) Per superare questa impasse occorre confrontarsi di piu?, parlarne tra di noi, capirci meglio.  Noi siamo stati fortunati perche?, finita l’accademia, abbiamo organizzato noi le mostre, abbiamo giocato facendo sia la parte dei galleristi che quella degli artisti. Forse anche oggi sarebbe interessante che gli artisti si organizzino delle mostre da se?, uscendo dal sistema.  Bisogna parlare, secondo me, degli artisti italiani contemporanei nelle scuole, a partire dalle elementari.

Facendo il punto, gli elementi emersi, dai quali far nascere proposte pratiche.
Interrelazione: lo scenario italiano e? fatto da attori che devono parlarsi e fare sistema; critica, che ha come tendenza quella di contenere in una dimensione italiana la discussione sull’arte; le propaggini possibili che una mostra puo? avere; supporto pubblico, problema della politica; sensibilizzazione al linguaggio italiano; gli scambi con le gallerie estere; editoria italiana: parlare troppo degli stranieri, parlare degli italiani in inglese, non parlarne.

Report di Marco Arrigoni