• Emma Hart, Mamma Mia!, 2017 - Exhibition view at Collezione Maramotti © Emma Hart - Ph. Dario Lasagni
  • Emma Hart, Mamma Mia!, 2017 - Exhibition view at Collezione Maramotti © Emma Hart - Ph. Dario Lasagni
  • Emma Hart, Mamma Mia!, 2017 - Exhibition view at Collezione Maramotti © Emma Hart - Ph. Dario Lasagni
  • Emma Hart - Restaurant, Milan, 2016 - Ph. Emma Hart - Courtesy of the Artist
  • Emma Hart, Portrait taken in Museo Carlo Zauli, Faenza, 2016 - Ph. Andrea Piffari - Courtesy Collezione Maramotti

English text below 

Pochi giorni fa, alla Collezione Maramotti, sono state rese note le sei finaliste della settima edizione del Max Mara Art Prize for Women: Helen Cammock (n. 1970), Céline Condorelli (n. 1974), Eloise Hawser (n. 1985), Athena Papadopoulos (n. 1988), Lis Rhodes (n. 1942) e Mandy El-Sayegh  (n. 1985).  Il Max Mara Art Prize for Women è stato istituito da Whitechapel Gallery in collaborazione con Max Mara nel 2005. Persegue l’obiettivo di promuovere e sostenere artiste che lavorano nel Regno Unito, consentendo loro di sviluppare le proprie potenzialità.
Le finaliste 2017 -2019, artiste che lavorano con svariati media, sono state selezionate da una giuria presieduta da Iwona Blazwick OBE, Direttrice della Whitechapel Gallery, e composta da Vanessa Carlos, gallerista di Carlos/Ishikawa, Londra; Laure Prouvost, artista e vincitrice della quarta edizione del Premio; Marcelle Joseph, collezionista; e Rachel Spence, critica d’arte.

Emma Hart, la vincitrice della sesta edizione del Max Mara Art Prize for Women, ha inaugurato alla Collezione Maramotti il progetto Mamma Mia!, presentato alla Whitechapel Gallery la scorsa estate. Londinese, classe 1974, attraverso la residenza artistica conseguita dopo la vittoria del premio, l’artista ha avuto la possibilità di studiare le tecniche rinascimentali della maiolica a Faenza e a Todi, frequentando laboratori artigianali.
Il suo soggiorno italiano le ha anche permesso di compiere un’esperienza privilegiata, come osservatrice, in una clinica di terapia familiare a Milano, specializzata in quello che è chiamato l’approccio Milan System che utilizza metodi fisici e non verbali per scoprire e interrompere i pattern comportamentali problematici fra i membri di una famiglia. Queste due esperienze sono state basilari per la realizzazione della mostra “Mamma Mia!” alla Collezione Maramotti, a Reggio Emilia, dal 15 Ottobre al 18 Febbraio 2018 (la mostra era stata precedentemente ospitata alla White Chapel a Londra e sarà ad Edimburgo durante la primavera 2018).

Domitilla Argentieri Federzoni ha posto alcune domande a Emma Hart —

ATP: So che nei primi anni della tua carriera hai iniziato studiando fotografia…

Emma Hart: Sì, esattamente…

ATP: E ora invece stai lavorando con la ceramica. Credi che ci sia qualche connessione fra questi due media?

EH: Credo che la fotografia e la ceramica siano in effetti molto simili. Quando ho studiato fotografia era prima dell’era digitale: facevi una foto per poi farla passare attraverso un processo lungo e difficile e pregavi do ottenere un buon risultato.

ATP: Sono due tecniche che in qualche maniera hanno a che fare con una dimensione materica.

EH: Entrambe, in qualche modo, hanno a che fare con un’impronta del corpo. Quindi per me sono molto simili. Modellare la creta è un gesto connesso alla mia presenza.

ATP: Qual è la connessione col design? Questi oggetti sono opere d’arte ma anche lampade…

EH: Sì, certamente. Quello che non avevo previsto arrivando in Italia era di progettare pattern e questo è accaduto dopo aver visto il design e i pattern delle maioliche che mi hanno molto influenzata.

ATP: La ceramica è sicuramente una tecnica che per molti anni è stata connessa con l’artigianato e il lavoro femminile e lo stesso vale per il lavoro a maglia e il ricamo. Negli ultimi anni questi media stanno sono stati rivalutati. Basti pensare alla recente ricerca di Laure Prouvost (vincitrice del premio Max Mara del 2011) che lavora con la ceramica o, per citare delle artiste storiche, Louise Bourgeois che ha usato tantissimo il lavoro a maglia, così come Marisa Merz. Cosa pensi di questa nuova era dove tutti questi media possono avere la stessa “dignità” artistica?

EH: Credo che quello che un artista voglia veramente fare sia creare qualcosa; vogliamo sentire e toccare le cose. Per me la prima volta che ho messo le mani nella creta è stata un’esperienza magnifica perché ho realizzato che potevo davvero fare qualcosa. Forse questa è una risposta al digitale, agli schermi e a noi che siamo così rimossi dal mondo reale. Io voglio creare oggetti. Voglio sporcarmi le mani e la creta secondo me te ne da davvero la possibilità.

ATP: Parlando di queste opere e naturalmente anche dei pattern, come li hai realizzati? Sono stati creati a mano?

EH: Mi hanno aiutata molto durante la mia residenza artistica e i pattern erano una strada completamente nuova per me; non ho mai fatto nulla di simile prima nella mia vita. È stata una risposta all’essere stata nella clinica psicologica e aver assistito ai pattern dei comportamenti umani. Ho anche visitato un museo di ceramiche e li ho visto molti pattern decorativi. Ho deciso che queste due cose potessero essere connesse.

ATP: Questi pattern sembrano essere stati disegnati in digitale e vettorialmente.

EH: Sono stati progettati prima col computer e poi li ho dipinti.

Emma Hart, Mamma Mia!, 2017 - Exhibition view at Collezione Maramotti  © Emma Hart - Ph. Dario Lasagni

Emma Hart, Mamma Mia!, 2017 – Exhibition view at Collezione Maramotti © Emma Hart – Ph. Dario Lasagni

ATP: Quindi c’è un contrasto fra qualcosa di digitale e un aspetto, invece, artigianale.

EH: Sì, proprio così. Uso il computer al solo scopo di progettarli, di pensarli e poi i pattern sono dipinti a mano.

ATP: Queste opere hanno la forma di teste e anche i pattern al loro interno sono connessi in qualche modo con la tua esperienza visitando la clinica durante la tua residenza artistica…

EH: Sì e anche pensando alle famiglie…

ATP: È lo stesso motivo per il quale troviamo la presenza di molte posate in queste opere?

EH: Sì, quando siamo a casa, nella dimensione domestica, dovremmo essere sani e salvi, al sicuro, ma allo stesso tempo si tratta di un luogo nel quale attraversiamo tutte le emozioni umane possibili: un giorno sei innamorato, un altro sei arrabbiato, geloso o triste. Nella sfera domestica proviamo emozioni vere.

ATP: Qual è la potenza della luce in questi lavori?

EH: Ho usato la luce perché viene proiettata sullo spettatore; quindi diventa parte dell’opera. Le sculture stanno urlando o strillando o parlando con lo spettatore e io volevo creare un lavoro che lo influenzasse e toccasse fisicamente.

ATP: Sì, questo è chiaro. Non si tratta di una mostra dove si può semplicemente entrare e guardarsi intorno come succederebbe con dei quadri appesi alle pareti. Queste opere sono tridimensionali e c’è bisogno di muoversi per vederle, di guardare in su, di piegare le ginocchia.

EH: Sì, esattamente, è fisica. Bisogna avere una risposta fisica a queste opere, è così che funzionano.

Emma Hart, Mamma Mia!, 2017 - Exhibition view at Collezione Maramotti  © Emma Hart - Ph. Dario Lasagni

Emma Hart, Mamma Mia!, 2017 – Exhibition view at Collezione Maramotti © Emma Hart – Ph. Dario Lasagni

Emma Hart, Mara Selvini Palazzoli Clinic, Therapy Room, Milan, 2016 - Ph. Emma Hart - Courtesy of the Artist

Emma Hart, Mara Selvini Palazzoli Clinic, Therapy Room, Milan, 2016 – Ph. Emma Hart – Courtesy of the Artist

 Interview with Emma Hart — Max Mara Art Prize for Women

The finalists have been announced: the Whitechapel Gallery, Collezione Maramotti and Max Mara have announced the six shortlisted artists for the seventh edition of the Max Mara Art Prize for Women: Helen Cammock, Céline Condorelli, Eloise Hawser, Athena Papadopoulos, Lis Rhodes and Mandy El-Sayegh.
Featuring artists that work across a range of mediums, the shortlisted artists were selected by a judging panel chaired by Iwona Blazwick OBE, Director of the Whitechapel Gallery, and joined by gallerist Vanessa Carlos, Carlos/Ishikawa, London; artist and previous recipient of the prize Laure Prouvost; collector Marcelle Joseph and art critic Rachel Spence.

Emma Hart is the winner of the Max Mara Art Prize for Women Award of 2017. Born in 1974, working and living London, through the artistic residence derived from the award winning, she had the opportunity to study the Renaissance majolica techniques in Faenza and Todi, attending craft workshops. His Italian stay also included the observer’s experience at a family therapy clinic in Milan, specializing in what is called the Milan System approach that uses physical and non-verbal methods to discover and interrupt problematic patterns of behaviour among members of a family. These two experiences were strands from which “Mamma Mia!” was born. The exhibition will be at the Collezione Maramotti, in Reggio Emilia, from October 15 to February 18, 2018 (the exhibition was previously showed at the White Chapel in London and will be in Edinburgh in spring 2018).

Domitilla Argentieri Federzoni asked some questions to Emma Hart —

ATP: I’ve read that you started from photography in your earliest years…

EH: Yeah…

ATP: …and now you moved to ceramics. Do you think there’s some connection in between these two media?

EH: I find that photography and ceramics are very very similar. When I’ve studied photography, it was before digital, so if you wanted to take a photo, you had to put it through a process, and say a prayer and hope it came out ok…

ATP: They are both linked to matter somehow…

EH: They both kind of record the body. So for me they’re very similar. Clay it’s somehow really connected with my presence.

ATP: Do you think there’s some connection with design somehow? Because as a matter of facts these objects are artworks but also some kind of lamps too.

EH: Yeah, for sure. The thing I didn’t expect to do when I came to Italy was to design patterns and that happened after seeing majolica designs and patterns and being influenced by it, a kind of outlook in Italy.

ATP: Ceramic it’s surely some kind of media that for many years was linked to craftsmanship and even to women’s work and the same goes for knitting and embroidery. Lately these years in contemporary art these media has been renewed and not underrated anymore, I think about Laure Prouvost for instance (Winner of the Max Mara price in 2011) that works a lot with ceramics as well or  Louise Bourgeois that used to work with knitting. What do you think about this era where all these media can be used with the same artistic “dignity”?

EH: I think that what an artist really wants to do it’s to make something, we want to feel things and touch things and make something. For me it was a wonderful experience when I first touched with my hands the clay and I realized I could actually make something. Maybe that’s a response to the digital dimension and the screens and us being so removed from the real world. I want to make things. I want to get my hands dirty and clay really does that for me.

ATP: About these artworks and the patterns of course, how do you made it? Did you made it by hand?

EH: I’ve had a lot of help from my residency and then the patterns were a completely new step for me, I’ve never done anything like that in my life before and it was in response to being in the psychological clinic (in Milan) and witnessing patterns of human behaviour and then going to a ceramic museum and seeing decorative patterns. I understood that these things could be connected and so I’ve decided to design patterns.

ATP: These patterns looks like they’re made digitally with vectors art…

EH :I’ve designed them first with the computer and then I painted them.

Emma Hart, Mamma Mia!, 2017 - Exhibition view at Collezione Maramotti  © Emma Hart - Ph. Dario Lasagni

Emma Hart, Mamma Mia!, 2017 – Exhibition view at Collezione Maramotti © Emma Hart – Ph. Dario Lasagni

ATP: So there’s this contrast of something digital and something really artisanal.

EH: Exactly, yeah. I only use the computer to just work out, to think out and then the patterns are painted by hand.

ATP: These artworks are shaped as some heads and even the patterns are somehow connected with your experience visiting this clinic during your residency.

EH: Yes and also thinking about families…

ATP: Is this the same reason for the presence of cutlery?

EH: Yes, thinking about how in the domestic world, when we’re home, it’s meant to be safe and secure but at the same time is a place where we go through every human emotion possible and one day with the family you could be in love, you could be angry, you can be jealous, you could be sad. The domestic it’s where we really feel things.

ATP: What’s the power of light in these works?

EH: The light it’s because it projects on the viewer; so the light it’s how the viewer becomes part of the work. The sculptures are screaming or shouting or talking to the viewer and I wanted to create an artwork that affected, that physically touched the viewer.

ATP: Yes, that’s clear. You can’t just walk around this exhibition and take a look around like these artworks were regular pictures hanged to a wall. These works are 3D and you need to move to see them, to look up, to bend your knees.

EH: Yes, exactly: it’s physical. You have to have a physical response to these works, that’s how they work.

Emma Hart, I WANT WHAT YOU’VE GOT, EVEN WHEN I AM ASLEEP, 2017 © Emma Hart

Emma Hart, I WANT WHAT YOU’VE GOT, EVEN WHEN I AM ASLEEP, 2017 © Emma Hart

Emma Hart, THUMBS UP THUMB DOWN, 2017 © Emma Hart

Emma Hart, THUMBS UP THUMB DOWN, 2017 © Emma Hart