• Eliseo Mattiacci, veduta dell'allestimento, in primo piano "Cultura mummificata" 1972. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Eliseo Mattiacci, "Sette corpi di energia" 1973. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Eliseo Mattiacci, "Parafulmine, attirafulmine, neutro" 1965. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Eliseo Mattiacci, veduta dell'allestimento. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Eliseo Mattiacci, "Colpo di gong" 1993. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Eliseo Mattiacci, "Predisporsi a un capolavoro cosmico-astronomico" 1981-1982. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Eliseo Mattiacci, veduta dell'allestimento, in primo piano "Piattaforma esplorativa" 2008. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Eliseo Mattiacci, "Tensione verticale" 1993. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Eliseo Mattiacci, veduta dell'allestimento, in primo piano "Motociclista" 1981/2016. Foto: Mart, Jacopo Salvi

Prima di questa eccezionale antologica di Eliseo Matiacci, ci sono state altre due grandi mostre, su Giuseppe Penone e Robert Morris, che,  insieme a quest’ultima, hanno contribuito a rivitalizzare il Mart di Trento e Rovereto iniziando un percorso incentrato su un dialogo costante con la sua ricca collezione. Il Museo ha, infatti, ripensato e ricollocato la collezione in un nuovo display espositivo dal titolo esplicativo: Lirruzione del contemporaneo.

L’antologica dedicata a Eliseo Mattiacci si presenta come la conclusione perfetta della trilogia sulla scultura, poiché l’artista è uno dei protagonisti di quella fondamentale stagione di ripensamento delle pratiche scultoree. Difatti, l’uso spregiudicato e innovativo dei materiali, l’eliminazione del basamento, il rapporto osmotico con lo spazio, hanno fatto dell’artista marchigiano un precursore dell’arte povera. Osservando le opere in mostra, si percepisce quel clima generazionale che ha coinvolto gli artisti intorno agli anni ’60 e ’70, permettendoci di cogliere quegli importati cambiamenti che hanno segnato quell’epoca. Quel decennio si è caratterizzato da un’idea di lavoro sinergico tra artisti che portarono avanti delle pratiche e dei linguaggi pensati in constante relazione tra loro e con l’ambiente circostante.
Eliseo Mattiacci, infatti, concepisce la scultura non più come forma in sé, ma come dispositivo energetico in grado di determinare lo spazio e di ricodificare i rapporti con il mondo, muovendosi da forma autonoma e compiuta, a relazione con il mondo; da oggetto nello spazio, a dispositivo energetico. Il suo lavoro è stato definito dalla critica come la “fabbrica del cosmo” e, durante la sua lunga carriera, l’artista è stato magistralmente capace di innovare il suo linguaggio e trovare nuove soluzioni, pur mantenendo  una coerenza di fondo con i temi centrali della sua ricerca, che spaziano dal recupero della dimensione arcaica e simbolica, alle relazioni che sussistono tra la terra e lo spazio, per giungere poi allo studio degli elementi dell’universo e delle forze che lo governano; il tutto molto spesso espresso simbolicamente attraverso la forma prediletta dall’arista: il cerchio.

Eliseo Mattiacci,   "Locomotiva" 1964 e "Tavole degli alfabeti primari" 1972. Foto: Mart,   Jacopo Salvi

Eliseo Mattiacci, “Locomotiva” 1964 e “Tavole degli alfabeti primari” 1972. Foto: Mart, Jacopo Salvi

I metalli in generale, come l’acciaio, l’allumino, il ferro, il rame, sono i materiali usati da Mattiacci che sente in loro il manifestarsi di un’energia intrinseca, un’“energia invisibile” che viene in seguito rievocata attraverso l’introduzione di grandi magneti, come nelle sculture  Tensione verticale (1993) o Disco in equilibrio (2007).
Il percorso espositivo inizia con un’opera d’esordio,  Locomotiva (1964), una scultura di ferro composta da pesanti e spesse forme circolari, che anticipano il senso di

dinamismo insito in questa forma, che diventerà presto un topos del linguaggio di Mattiacci.
Con il corpus di opere quali Tavole degli alfabeti primari (1972),  Sette corpi di energia (1973) e Cultura mummificata (1972),  si fa chiaro il fulcro dei temi su cui ruota la ricerca artistica di Mattiacci durante gli anni 70’: la circolarità del tempo, l’idea anti-storicista della cultura, il senso dell’arcaico e dell’originario letti attraverso la lente dell’antropologia, guardando alla ritualità dei fenomeni culturali. Agli elementi primitivi e totemici, alla ripresa dei riti e dei miti, si innesta infatti la visione dell’uomo del futuro proiettato nello spazio. In mostra il grande Colpo di gong (1993), che, sospeso nello spazio, funge da soglia e indica le forze delle energie primarie, ci invita in un mondo circolare carico di suggestioni cosmiche. La sua potenza ci catapulta nello spazio, tra  pianeti e campi magnetici che sfidano le leggi della fisica.
La mostra si chiude con due opere paradigmatiche. Da un lato  Motociclista (1981), lavoro che manifesta un forte senso di inquietudine attraverso l’immagine prometeica dell’uomo proiettato nello spazio – un salto  nel  vuoto – che  preannuncia il passaggio dalla dimensione terrestre a quella cosmica. Dall’altro, l’opera Essere e respirare  (1978) che sembra riequilibrare il rapporto del singolo uomo con la volontà e l’esistenza, attraverso una visone osmotica del mondo.

Eliseo Mattiacci,   "Esplorazione magnetica" 1988. Foto: Mart,   Jacopo Salvi

Eliseo Mattiacci, “Esplorazione magnetica” 1988. Foto: Mart, Jacopo Salvi

Eliseo Mattiacci,   "La mia idea del cosmo" 2001. Foto: Mart,   Jacopo Salvi

Eliseo Mattiacci, “La mia idea del cosmo” 2001. Foto: Mart, Jacopo Salvi