Veduta della mostra: Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are. Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito. Photo credit Giorgio Bombieri, Settore Cultura, Comune di Venezia
The Body of/at Work, Elena Cologni, 2018/2021

English version below

Dal 17 maggio al 4 luglio 2021 Fondazione Bevilacqua La Masa presenta negli spazi di Palazzetto Tito la mostra Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are, a cura di Gabi Scardi. L’esposizione propone un percorso attraverso la pratica artistica di Cologni (Bergamo – vive e lavora a Cambridge; UK) a partire da una serie di opere – disegni, sculture, installazioni e coreografie performative – afferenti a momenti diversi della sua ricerca, fino ad arrivare al progetto appositamente realizzato in relazione al contesto Veneziano. Abbiamo intervistato Elena in questa occasione.

Sara Benaglia: Come hai elaborato nella tua pratica lo spazio della separazione?

Elena Cologni: Attraverso il progetto ‘Seeds of Attachment’ (2016/18) in mostra ho definito uno spazio di relazione attraverso l’uso di una scultura dialogica, con il termine ‘intraluogo’. Lo spazio che il dialogo implica è da sempre un elemento importante nel mio lavoro, dapprima in performance sin dal 1999, nel rapporto performer-audience. Lo scarto temporale è insito nella comunicazione come un gap che non permette la simultaneità. Sin da allora l’avevo inteso come uno spazio che tende all’ interscambio nell’evento performativo, e nel presente per andare oltre la separazione tra se’ e altro. Più di recente nel lavoro dialogico e partecipato questo scambio avviene attraverso strategie che includono riferimenti alla psicologia e filosofia, oltre l’utilizzo di sculture dialogiche, come nel progetto in mostra ‘lo scarto’ (2015).

SB: Che cosa è per te la cura?

EC: Cura è oggi una termine imprescindibile e che usiamo per dare senso a quello che stiamo affrontando, ma il mio interesse all’etica della cura in particolare risale al progetto cui mi sono riferita prima. La maternità è come un ruolo del prendersi cura nella società, non solamente da parte della donna, in pratiche di cura che sono quelle periferiche, date per scontate, o ritenute essere poco importanti in una società che ruota intorno al profitto. Molte di queste non sono pagate o sono pagate poco e per questo vengono ritenute essere di meno valore. Per lo più esse sono svolte dalla donna, come dice la mia amica Susan Backingham, che nel suo più recente libro ecofemminista parla di Seeds of Attachment. In ‘Care: from periphery to centre’ (2018), commissionatomi per il 250° anniversario di Homerton College, ho collaborato con la pioniera dell’etica della cura Virginia Held proprio per capire come i principi  di interdipendenza e relazionalità possono essere alla base di una riorganizzazione sociale. Mai come adesso mi rendo conto come questo sia vero. I lavori che ne sono usciti, sono in parte ora in permanenza installati nel college, ma in mostra ci sono i taccuini, di cui uno ora è parte della Moleskine Art Collection. Attraverso un gioco di parole ho cercato di tradurre la cura in termini di supporto e resilienza. Ma la cura è anche una strategia dialogica che ho definito ‘caring-with’, prendersi cura con, che l’approccio partecipato ed ecologico implica.

Veduta della mostra: Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are. Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito. Photo credit Giorgio Bombieri, Settore Cultura, Comune di Venezia
Seeds of Attachment, Elena Cologni, 2016/18

SB: Nel tuo lavoro esposto alla Fondazione Bevilacqua La Masa hai esplorato spazi che sono stati testimoni di capitoli dell’emancipazione femminile. Ci racconteresti questi episodi e relazioni?

EC: Il lavoro precedentemente citato celebrava esempi di cura da parte di donne dell’Homerton College, a lungo escluso dall’Università di Cambridge. Una di queste donne era Leah Manning, un’attivista che viene ricordata per numerose imprese politiche, tra cui l’aver sostenuto la fuga di migliaia di spagnoli dai paesi baschi dal regime franchista. Un altro progetto è visibile attraverso una sua traccia: l’installazione ‘Gropius’ Offcuts’ (2015). È una risposta alla facciata curva del Impington Village College. In realtà le sculture ingombranti occupano lo spazio inutilizzato tra le finestre sporgenti, i bovindo della facciata stessa ed erano spostate da una parte all’altra dell’edificio a creare una forma chiusa. Il riferimento diretto è alle tremila donne che lavoravano nella fabbrica di marmellate Chivers. Chivers pagò il design di Gropius per il college, a patto che l’autorità educativa offrisse un programma ai suoi dipendenti. Il film esposto ‘From the Orchard to the Home’ (1930, East Anglian Film Archive, University of East of England) mostra le donne al lavoro. Ma in modo più specifico, il lavoro di Venezia ‘The body of/at work’ si basa sul mio interesse a una lettura femminista della spazializzazione, attraverso una ricerca di archivio e un dialogo con le dipendenti della Bevilacqua tessiture, incentrato sul tragitto casa-lavoro. Questo è affiancato a una ricerca di luoghi di lavori dimenticati e marginali a Venezia. La mia intenzione è di portarci a ricordare, ripercorrere i luoghi e il lavoro fisico, e la nostra fisicità nei luoghi. ‘Il corpo del/al lavoro: sono gancio, cerniera, perno’ ho scritto a un certo punto.

SB: Come descriveresti la tua pratica, tra ricerca, partecipazione e astrazione?

EC: ‘Art as research as art’, sa un po’ di slogan, ma sta a significare che i miei strumenti sono sia materiali, pratici che immateriali, teorici. Quando cerco un filo conduttore, credo che tutto ruoti intorno a una ricerca di vicinanza, collaborazione, che Merleau-Ponty definiva co-functioning, non solo nel mio lavoro creativo. Penso che dipenda molto dal fatto che mi sono allontanata dal mio luogo di origine e mi manca quel senso di vicinanza, ma in realtà in alcuni disegni e strutture precedenti l’intenzione di ‘coinvolgere’ lo spettatore era già presente. 

SB: In che modo hai richiamato Barbara Hepworth in Pratiche di cura, o del cur(v)are?

EC: Ho fatto un Master in scultura, ma non solo per questo credo che il mio lavoro sia scultoreo, lo era anche quando facevo per lo più performance e usavo la tecnologia. Hepworth mi ha sempre affascinato, seppure nel suo approccio estremamente tradizionale. Ho poi visto una mostra a St. Albans, curata da Sophie Bowness, sua nipote ora responsabile del suo estate. Nella mostra veniva messo in evidenza il suo interesse alla dualità, al gruppo, la relazione tra individui. È li che ho visto le cartoline che Hepworth aveva tenuto di piazza San Marco a Venezia e su cui aveva annotato le sue osservazioni sulle dinamiche comunicative delle stesse nello spazio pubblico. Da queste ha poi sviluppato una serie di sculture di gruppi di persone. I miei esercizi esperienziali site specifc prendono spunto da quelle osservazioni.

Gropius’ Offcuts, Elena Cologni, 2015
Veduta della mostra: Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are. Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito. Photo credit Giorgio Bombieri, Settore Cultura, Comune di Venezia

SB: Ci parleresti degli esercizi esperienziali legati al progetto?

EC: Fanno parte di un aspetto del mio lavoro astratto e che indaga la nostra percezione del contesto in cui ci troviamo. ‘Spe(a)cious’ (2012/2013), uno dei primi lavori di questo tipo, era stato presentato al Wysing Arts Centre, a Bergamo Scienza nel 2013 e poi a Stanford. È incentrato sulla percezione spazio-temporale di un gruppo di cinque persone su una piattaforma basculante. In mostra, invece, c’è un lavoro fatto per lo spazio pubblico, sviluppato durante una residenza al Museums Quartier di Vienna, intitolato ‘Lived Dialectics, Movement and Rest’ (2016). Qui un riferimento allo psicologo ambientale David Seamon mi ha portato a considerare la ripetizione come centrale per lo sviluppo dell’attaccamento al luogo da un lato, e il ruolo dell’architettura dall’altro. Per Venezia si tratta di considerare l’attaccamento al luogo di lavoro. Per questo i punti di partenza sono: i disegni trovati sulla pavimentazione della città in corrispondenza dei luoghi definiti attraverso conversazioni e ricerca, a partire dal Giardino delle Vergini nel Padiglione Italia in Biennale. Metteremo in atto una sorta di misurazione utilizzando le sculture dialogiche che ho creato appositamente, composte da due parti rigide ricoperte di un tessuto autopulente (the Breath) e un tessuto stretch bianco. In mostra ci sono dei disegni-scores che verranno usati come possibile riferimento del movimento. Alla base di questo approccio c’è la volontà di creare delle esperienze condivise per riattivare le dinamiche più semplici del vivere quotidiano, e che anche la pandemia ci ha fatto riconsiderare.

SB: Sei femminista? C’è un limite o un potenziale nella relazione tra arte e femminismo?

EC: Non saprei, mi sembra ormai un termine strausato. Ma mi hanno chiamato così. Ho degli scambi bellissimi con artiste e curatrici in quest’ambito e mi sento a mio agio. Il mio lavoro è discusso in ambiti di ecofemminismo. Io stessa, come dicevo, mi sono interessata di spazializzazione femminista e trovata a dialogare con la geografa Linda McDowell. Credo che per me si sia trattato di trovare il filo conduttore della mia vita, in cui ho reagito prima subendo e poi andandomene da una certa cultura. Un filo che ha poi legato una serie di lavori che io stessa non intendevo essere ‘femministi’. Un’amica allora all’Università di Leeds mi diede un parere su un ambiente che avevo presentato alla mostra di fine corso, nel 1997, definendola ‘un’appropriazione matriarcale dello schema dello sguardo di Lacan’. Ci è voluto un PhD per capire che non era solo quello il mio riferimento, sto ancora cercando di capire qual è. Ma a quel punto l’ambito era quello inglese intorno a Griselda Pollock, e Kristeva un costante riferimento. Oggi la riflessione di tipo ecofemminista  sul progresso di alcuni a discapito dei più deboli, incluse le donne, ma non solo, mi interessa. Preoccupazione condivisa dall’etica della cura di cui anche Elena Pulcini, da poco scomparsa, era studiosa.  Non saprei dire quali sono i limiti del rapporto femminismo e arte, ma credo che sia come considerare qualsiasi posizione concettuale o politica in rapporto all’arte come un limite. Qualsiasi azione facciamo in casa o fuori è politica, nel senso che ha una conseguenza sugli altri. È impossibile che non sia così. La consapevolezza ci rende liberi e allo stesso tempo responsabili. Avere uno stage come artista è una responsabilità enorme, non si può sprecare con l’indifferenza. 

Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are.
A cura di Gabi Scardi
17.05-04.07.2021
Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito, Venezia

Veduta della mostra: Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are. Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito. Photo credit Giorgio Bombieri, Settore Cultura, Comune di Venezia
Veduta della mostra: Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are. Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito. Photo credit Giorgio Bombieri, Settore Cultura, Comune di Venezia

Interview with Elena Cologni

By Sara Benaglia | ATPdiary

From May 17 to July 4 2021 Bevilacqua La Masa Foundation presents an exhibition by Elena Cologni in the spaces of Palazzetto Tito. ‘Pratiche di cura, o del del cur(v)are’ (Practices of care, on finding the cur(v)e) curated by Gabi Scardi offers a journey through the artistic practice of Cologni (Bergamo – lives and works in Cambridge; UK). This includes a series of works – drawings, sculptures, installations and performative choreographies – relating to different moments of her research, as well as the project specifically created in relation to the Venetian context. We interviewed Elena on this occasion.

Sara Benaglia: How did you elaborate the space of separation in your practice?

Elena Cologni: Through the ‘Seeds of Attachment’ project (2016/18) on display, I defined a space of relationship through the use of a dialogic sculpture, with the term ‘intraplace’. The space that dialogue implies has always been an important element in my work, first addressed through performance since 1999, in the performer-audience relationship. The time lag is inherent in communication as a gap that does not allow simultaneity. Since then, I had understood it as a space that tends to an interchange in the performative event, and in the present to go beyond the separation between self and other. More recently, in dialogic and participatory work, this exchange takes place through strategies that include references to psychology and philosophy, as well as the use of dialogic sculptures, as in the project on show ‘lo scarto’ (2015).

SB: What do you mean by care?

EC: Care is now an essential term, and we use it to make sense of what we are currently facing, but my interest in the ethics of care in particular goes back to the project I referred to earlier. Motherhood is like a role of caring in society, not just by the woman, in care practices that are peripheral ones, taken for granted, or considered to be unimportant in a society that revolves around profit. Many of these are either unpaid or poorly paid and are therefore considered to be of less value. Mostly they are done by the woman, as my friend Susan Backingham says, who in her most recent ecofeminist book talks about ‘Seeds of Attachment’. In ‘Care: from periphery to center’ (2018), commissioned for the 250th anniversary of Homerton College, I collaborated with the pioneer of ethics of care Virginia Held precisely to understand how the principles of interdependence and relatedness can be the basis of a social reorganization. Never before have I realized how true this is. The resulting works are partly now permanently installed in the Cambridge college, but on display are the notebooks, one of which is now part of the Moleskine Art Collection. Through a play on words, I tried to understand care in terms of support and resilience. But care is also a dialogic strategy that I have defined as ‘caring-with’, which the participatory and ecological approach implies.

SB: In your work exhibited at the Bevilacqua La Masa Foundation you have explored spaces that have witnessed chapters of women’s emancipation. Could you tell us about these episodes and reports?

EC: The previously cited work celebrated examples of care by women at Homerton College, long excluded from the University of Cambridge. One of these women was Leah Manning, an activist who is remembered for numerous political exploits, including supporting the flight of thousands of Spaniards from the Basque country from the Franco regime. Another project is visible in the show through the ‘Gropius’ Offcuts’ installation (2015). It was designed in response to the curved facade of Impington Village College. In reality, the bulky sculptures occupy the unused space between the protruding windows, the bay windows of the facade itself and I moved them from one part of the building to the other to create a closed shape. The direct reference is to the three thousand women who worked in the Chivers jam factory. Chivers paid for Gropius’s design for the college, as long as the education authority offered a program to its employees. The exhibited film ‘From the Orchard to the Home’ (1930, East Anglian Film Archive, University of East of England) shows these women at work. But more specifically, the work I am developing for Venice ‘The body of/at work’ is based on my interest in a feminist reading of spatialization, through archive research and a dialogue with Bevilacqua tessiture employees, focused on the journey home- work. This is coupled with a search for forgotten and marginal places of work in Venice. My intention is to bring us to remember, to retrace the places and the physical work, and our physicality in the places. ‘The body of/at work: I am hook, hinge, pivot’ I wrote at one point.

Veduta della mostra: Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are. Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito. Photo credit Giorgio Bombieri, Settore Cultura, Comune di Venezia

SB: How would you describe your practice, between research, participation and abstraction?

EC: ‘Art as research as art’, knows a bit of a slogan, but it means that my tools are both material, practical and intangible, theoretical. When I look for a common thread, I believe that everything revolves around a search for closeness, collaboration, which Merleau-Ponty defined as co-functioning, not only in my creative work. I think it depends a lot on the fact that I have moved away from my place of origin and I lack that sense of closeness, but in reality, in some previous drawings and structures, the intention to ‘involve’ the viewer was already present.

SB: How did you recall Barbara Hepworth in ‘Pratiche di cura, o del cur(v)are’?

EC: I did a Masters in Sculpture, but not only for this I think my work is sculptural, it was also when I was mostly performing and using technology. Hepworth has always fascinated me, albeit in her extremely traditional approach. I then saw an exhibit in St. Albans, curated by Sophie Bowness, her granddaughter now in charge of her estate. In the exhibition her interest in duality, in the group, the relationship between individuals was highlighted. It was there that I saw the postcards that Hepworth had kept in Piazza San Marco in Venice and on which she had noted her observations on the communicative dynamics of the same in public space. From these she then developed a series of sculptures of groups of people. My site-specific experiential exercises are inspired by those observations.

SB: Could you tell us about the experiential exercises related to the project?

EC: They are part of an aspect of my abstract work that investigates our perception of the context in which we find ourselves. ‘Spe(a)cious’ (2012/2013), one of the first works of this type, was presented at the Wysing Arts Center, Bergamo Scienza in 2013 and then at Stanford. It focuses on the space-time perception of a group of five people on a tilting platform. On display, however, is a work done for the public space, developed during a residency in the Museums Quartier in Vienna, entitled ‘Lived Dialectics, Movement and Rest’ (2016). Here a reference to the environmental psychologist David Seamon led me to consider repetition as central to the development of attachment to the place on the one hand, and the role of architecture on the other. For Venice project I am considering the dynamics of attachment to the workplace. For this the starting points are: the drawings found on the pavement of the city in correspondence with the places defined through conversations and research, starting from the Giardino delle Vergini in the Italian Pavilion at the Biennale. We will implement a sort of measurement using the dialogic sculptures that I have created specifically, composed of two rigid parts covered with a self-cleaning fabric (the Breath) and a white stretch fabric. On display there are drawings-scores that will be used as a possible reference of the movement. At the basis of this approach is the desire to create shared experiences to reactivate the simpler dynamics of everyday life, and which even the pandemic has made us reconsider.

SB: Are you a feminist? Is there a limit or potential in the relationship between art and feminism?

EC: I don’t know, it seems to me now an overused term. But they called me that. I have wonderful exchanges with artists and curators in this area and I feel at ease. My work is discussed in areas of ecofeminism. I myself, as I said, have been interested in feminist spatialization and found myself in dialogue with the geographer Linda McDowell. I think for me it was a question of finding the common thread of my life, in which I reacted first by suffering and then leaving a certain culture. A thread that then linked a series of works that I myself did not intend to be ‘feminists’. A friend then at the University of Leeds gave me an opinion on an environment that I had presented at the exhibition at the end of the course, in 1997, calling it ‘a matriarchal appropriation of Lacan’s scheme of gaze’. It took a PhD to understand that the reference wasn’t appropriate, I’m still trying to figure out what is. But at that point the context was the English one around Griselda Pollock, and Kristeva was a constant. Today the ecofeminist reflection on the progress of some at the expense of the weakest, including women, interests me. Concern shared by the ethics of care of which Elena Pulcini, who recently passed away, was also a scholar. I can’t say what the limits of the relationship between feminism and art are, but I think it’s like considering any conceptual or political position in relation to art as a limit. Any action we do at home or outside is political in the sense that it affects others. It is impossible that this is not the case. Awareness makes us free and at the same time responsible. Having a stage as an artist is a huge responsibility, it cannot be wasted with indifference.

Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are.
curated by Gabi Scardi
17.05-04.07.2021
Bevilacqua La Masa Foundation, Palazzetto Tito, Venice

Veduta della mostra: Elena Cologni. Pratiche di cura, o del cur(v)are. Fondazione Bevilacqua La Masa, Palazzetto Tito. Photo credit Giorgio Bombieri, Settore Cultura, Comune di Venezia
Care from Periphery to Centre, Elena Cologni, 2018