• Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA - Photo © Gianluca Di Ioia - La Triennale di Milano
  • Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA - Photo © Gianluca Di Ioia - La Triennale di Milano
  • Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA - Photo © Gianluca Di Ioia - La Triennale di Milano
  • Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA - Photo © Gianluca Di Ioia - La Triennale di Milano
  • Jos de Gruyter & Harald Thys, Das Loch, 2011. Photo by Andrea Fichtel, Image courtesy of Isabella Bortolozzi Galerie, Berlin; Galerie Micheline Szwajcer, Antwerp; and the artists
  • Jos de Gruyter & Harald Thys, White Suprematism, Installation view, 24.09.–20.11.2016, Portikus, Frankfurt/Main. Photo: Diana Pfammatter. Courtesy of the artists, Portikus, Frankfurt/Main and Isabella Bortolozzi Galerie, Berlin; dépendance gallery, Brussels, Gavin Brown’s Enterprise, New York
  • Jos de Gruyter & Harald Thys, Fine Arts, installation view. Photo by Pablo Enriquez. Courtesy of the artists, Isabella Bortolozzi Galerie, Berlin and MoMA PS1

La prima sensazione è quella di trovarsi in un posto sbagliato – etimologicamente parlando*. In un luogo dove qualcuno ha inscenato una pseudo esposizione d’altri tempi. Tutto, o quasi, di ciò che ci circonda – il bianco insistente e ridondante, i pannelli espositivi auto-sostenenti, i plinti, le pseudo sculture, i piccoli e grandi monumenti, i tanti disegni – sembra realizzato per una “messa in scena” teatrale dove noi, attori estemporanei, recitiamo il nostro ruolo di visitatori: ci fermiamo ad apprezzare la ricercatezza dei temi rappresentati, la maestosità di alcune sculture, immaginiamo i paesaggi oltre le finte aperture a parete, ammiriamo l’incalzante fissità dei tanti ritratti che, spettatori a loro volta, ci fissano mentre guardiamo… L’impressione prima che ho, dunque, della grande mostra ELEGANTIA del duo belga Jos de Gruyter & Harald Thys - ospitata fino al 19 marzo alla Triennale di Milano – è quella di entrare in un marchingegno – ben rodato visto il curriculum di questi due importanti artisti che contano, tra i tanti, il MoMA PS1, il Museum of Contemporary Art di Chicago, il CC Wattis di San Francisco, le Kunsthalle di Vienna e Basilea ecc. – dove a essere messo in mostra è il concetto stesso di “mostra”: i percorsi, i tempi, gli spazi, il non-colore e, non ultimi, noi stessi, siamo elementi di un più vasto meccanismo.

La mostra, come racconta il curatore Francesco Garutti, è il frutto di oltre due anni di lavoro, ma il suo interesse per la ricerca degli artisti inizia molto prima, nel 2008, quando gli artisti erano presenti con il video “Die Fregatte/The Frigate” (2008) alla 5th Berlin Biennale curata da Adam Szymczyk and Elena Filipovic. Spiega Garutti: “è un film che riprende due personaggi immobili che si osservano in silenzio; il set è il sotterraneo di un centro di recupero di malati psichici, l’atmosfera è inquieta, lo spazio sembra semplicemente quello di una proiezione, in realtà dopo qualche istante, si scopre che i due artisti belgi hanno lavorato nella definizione del luogo del film, installando due grandi porte di metallo che si chiudono alle spalle dei visitatori con un rumore sonoro forte e creando una situazione claustrofobica nello spazio”.
Il curatore, nell’introdurre l’opera di de Gruyter & Thys, cita un’altra mostra importante, la loro personale del 2010 alla Kunstalle di Basilea, (Projekt 13, Kunsthalle Basel) dove espongono più di 500 disegni bianchi illustrati su display simili a quelli ora presenti in Triennale, 500 immagini ricalcate di apparente normalità della vita in Svizzera. I due artisti hanno chiesto ai guardiani della Kunsthalle di chiudere, alle spalle dei visitatori appena entrati, le grandi porte d’accesso; hanno poi allestito lo spazio decidendo di chiuderlo con cartongesso, trasformandolo in un ambiente asettico e alienante. Come questi due progetti citati, anche per la mostra alla Triennale i due artisti hanno realizzato dei veri e propri ambienti “spiazzanti” dove allestire una ampia selezione di opere.
Continua il curatore: “ELEGANTIA è un’operazione sofisticata, di spiazzamento e estraniamento; è la costruzione della messa in scena di una mostra sulle belle arti, ma in realtà contiene piccoli errori, momenti di inquietudine, un’alternarsi di innocenza e narratività. È stata costruita l’idea della messa in scena della mostra. La prima parte segue la tipologia classica dell’allestimento tradizionale della mostra d’arte […] Le sculture in gesso rappresentano i volti di otto degli attori che hanno attraversato la carriera cinematografica o il lavoro di filmaker, che si ritrovano nei film proiettati al Teatro dell’arte”. (il 28 gennaio, al Teatro dell’arte sono stati proiettati una serie di 5 produzioni filmiche dei due artisti, da “Die Fregatte” del 2008 a “Die aap van Bloemfontein” del 2014).
L’idea classica di galleria a cui il curatore accenna, al passaggio, si rivela immediatamente finta; di fatto si mette in moto il meccanismo illusorio di rimpicciolire teste, plinti e arcate per dare la sensazione di profondità.

 Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA  - Photo © Gianluca Di Ioia - La Triennale di Milano

Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA – Photo © Gianluca Di Ioia – La Triennale di Milano

Addentrandosi nel merito di vari temi approfonditi degli artisti, il curatore rivela un aspetto decisivo: “Uno dei temi su cui hanno lavorato spesso è quello della fissità dello sguardo […] Il tema degli occhi e delle pupille dilatate lo troverete nella scultura, nei disegni e nei film. Questo tema della massima apertura dell’occhio nel loro lavoro ha a che fare con una dimensione della paura; quando si ha paura l’occhio si dilata, si altera. Senza contare che l’occhio è la ‘macchina della percezione’, ci permette di percepire l’arte, ma non solo, ha a che fare con l’idea stessa dell’arte e del mostrare. Vi invito ad osservare le oltre più 200 coppie di pupille dilatate in disegni, quadri e teste.” 

Definita “caricatura di un’architettura”, la mostra ha una forte relazione con gli spazi della Triennale. Le due sale che ospitano il progetto sono state completamente trasformate. Spiega Garutti: “L’arco è evidentemente una citazione e contemporaneamente una loro ossessione, si vede sia nelle forme dell’enfilade che apre la mostra, sia nella geometria di queste accennate griglie alle pareti; sono l’astrazione di una possibile finestra di un palazzo o sembrano suggerire l’atmosfera di un ipotetico giardino all’italiana […] Nelle due sale simmetriche e speculari rispetto all’enfilade, troviamo tre grandi gruppi di lavori. La serie ‘Fine Arts’, concepita per lo spazio a Londra nel 2015, ma anche esposta al MOMA PS1, consistente in grandi disegni di volti, e le grandi sculture che sono allestite sui plinti. Al centro della sala un artificioso e meccanico ‘luogo’ ospita la scultura “Three White noses” (allestita al centro della sala come alla Kunsthalle di Vienna): il titolo è traducibile, in modo ironico, come i ‘Tre sapienti’ […] È forte la doppia combinazione di punti di vista da cui si può guardare l’opera in questo contesto. Da una parte come un ipotetico e fittizio giardino all’italiana, nel cui centro c’è una fontana; per molti versi rimanda all’idea dell’idillio, di costruire una mostra nella quiete. Contemporaneamente il suono dell’acqua che cade nel metallo che sta alla base evoca una forma di ossessione psicologica. Gli artisti hanno deciso di allestire, attorno alla scultura, quattro panche invitando così i visitatori a sedersi e ad osservare, a loro volta per essere osservati”.

La serie “Fine Arts” è composta da oltre 100 acquerelli ed è stata esposta al MOMA; in Triennale è stata compiuta una selezione di 60.
In merito al titolo -“Fine Arts” – il curatore spiega che la serie è da guardare come “un’esplorazione sull’idea classica di belle arti e di cultura”. I soggetti rappresentati sono stereotipati: scene bucoliche, gruppi di persone al lavoro in fattoria, animali domestici, ritratti di donne, interni borghesi, nature morte; anche la tecnica di realizzazione è caratterizzata da una mano veloce, quasi naif. Garutti si sofferma, in particolare, sul classico ritratto di donna con cappello. Tutto appare molto ovvio se non per la fissità dello sguardo della donna: ritorna l’ossessione dei due artisti per gli occhi dilatati, straniati… spaventati dalla banalità del vivere quotidiano… dall’orrore che si cela sotto le piccole cose, dietro ai pensieri abitudinari…
Al tetro crepuscolo in cui ci portano gli innumerevoli sguardi che punteggiano l’intera mostra, un’altra ossessione, ancora più toccante: è il bianco totale, insistito, oserei direi il bianco oscuro che caratterizza tutto: luogo, opere, allestimento. Un non-colore che non agisce come dovrebbe, non ha la funzione di trascendere, di tranquillizzare. E’ un bianco che diventa simbolo di negazione: svela come la mostra sia una totale messinscena, un inganno ben architettato.
“L’idea del bianco ci permette di entrare ad un altro livello di astrazione. Gli artisti utilizzano spesso la parola ‘miraggio’, nella cui radice tedesca si trova la parola “specchi”, come se questo luogo e il suo biancore fossero un’immagine riflessa.”
Bianche anche le possenti sculture che cadenzano lo spazio come fossero uomini stilizzati che sostengono, per l’opposto, dei volti su carta, tracciati per sommi capi: sono gli “White Elements” (2015-2016), dalle forme che richiamano vagamente i display pre moderni. Ecco che le sculture richiamano piedistalli che a loro volta si rifanno a forme vagamente umana, per sostenere un approssimativo ritratto. Nel gioco dei continui rimandi, i contenuti deflagrano tra un ‘riflesso’ e l’altro.

Che dire poi del titolo, che non potrebbe essere più centrato: ELEGANTIA, scritto sempre, rigorosamente in  maiuscolo, a ribadire l’esattezza, la perfezione, che ha “un certo non so che” – d’altra parte, spesso nell’ambito della moda, si utilizza (o almeno in passato) l’espressione “quel certo non so che”. Direi che, per ELEGANTIA, questo cliché linguistico, questa frase fatta potrebbe essere decisamente calzante. Ha “un non so che” che mi giustifica tutto ciò che, per secoli, ha connotato esposizioni, rassegne, manifestazioni, raduni… e, infine, grandi mostre del genere umano che, una volta consapevole, non è più riuscito ad uscire dagli archetipi (estetici, culturali, linguistici, ecc.) che hanno reso “tutto” una messa in scena.

* Sbagliare, da abbaglio, bagliare (bagliore), il quale sta per Vagliare, dal lat. VARIUS, cangiate e quindi abbagliante. In profondità si scopre che deriva da Badaglio, originato da badare, osservare: onde lo Sbaglio sarebbe per non badare, cioè per mancanza di osservazione. In relazione alla mostra, mi interessa il significato di prendere un “abbaglio”, offuscare…

Le citazioni di Francesco Garutti  sono state raccolte da Marco Arrigoni

 Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA  - Photo © Gianluca Di Ioia - La Triennale di Milano

Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA – Photo © Gianluca Di Ioia – La Triennale di Milano

 Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA  - Photo © Gianluca Di Ioia - La Triennale di Milano

Jos de Gruyter & Harald Thys, ELEGANTIA – Photo © Gianluca Di Ioia – La Triennale di Milano