Workshop di Elena Mazzi alla Fondazione Ermanno Casoli - Foto Daniele Alef Grillo

Workshop di Elena Mazzi alla Fondazione Ermanno Casoli – Foto Daniele Alef Grillo

Elena Mazzi è la vincitrice della XVII edizione del Premio della Fondazione Ermanno Casoli, premio che permette a un artista di realizzare un’opera d’arte destinata a un’azienda, con la partecipazione attiva delle persone che vi lavorano. Il progetto di Elena Mazzi, dal titolo Mass age, message, mess age, prevede un workshop che si terrà a Fabriano, in Elica – azienda leader mondiale nella produzione di cappe ad uso domestico –,  il 28 e il 29 giugno 2018, nell’ambito di E-STRAORDINARIO, il programma ideato dalla Fondazione Ermanno Casoli (FEC) che da anni porta l’arte contemporanea nel mondo dell’impresa quale strumento didattico e metodologico rivolto alla formazione aziendale e che ha ottenuto il patrocinio del Ministero dei beni e le attività culturali e del turismo.
Il
 curatore del Premio, Marcello Smarrelli, afferma che la scelta è stata motivata dall’“l’interesse da lei dimostrato verso le pratiche dell’arte partecipativa o “context specific”, dando prova di una particolare abilità nell’attivare percorsi virtuosi di collaborazione con gruppi e istituzioni che, a vario titolo, promuovono forme di partecipazione civica, progetti di ricerca collaborativa, esperimenti di educazione alternativa e campagne di sensibilizzazione su questioni socio-politiche, tutti temi molto cari alla Fondazione Ermanno Casoli”.

ATPdiary ha posto a questo proposito alcune domande ad Elena Mazzi.

ATP: Il progetto che realizzerai per la Fondazione Ermanno Casoli è frutto di un lungo processo iniziato nel 2015. Che valore ha questa dimensione processuale e la lunga elaborazione del tutto?

Elena Mazzi: Come spesso avviene nel mio lavoro, la parte di ricerca è essenziale e necessaria alla buona riuscita dell’opera finale. Ho iniziato questa progetto nel 2015 in occasione di una mostra presso lo Spazio Barriera di Torino, su invito di ones – office. a non exhibition space (composto da Carolina Gestri, Francesca Vason, Stefano Vittorini), a seguito di alcune suggestioni avute durante il MaXter program organizzato dal Museo di Villa Croce nel 2014. Mi piacerebbe rimandare direttamente all’artist’s diary da voi curato e scritto in occasione di quella mostra per approfondire le sfaccettature del percorso intrapreso.

ATP: In cosa consisterà il progetto? Quali sono le ‘priorità’ che hai sviluppato?

EM: Nel caso di Elica riprendo le stesse modalità di lavoro adottate a Barriera, ossia una fase laboratoriale di confronto con un gruppo selezionato di dipendenti dell’azienda, e una parte d’azione, dove si ‘performerà’ il gioco del telefono senza fili. Ciò che mi sta a cuore è capire le dinamiche di comunicazione e le strategie adottate quando questa viene disturbata da fattori esterni. Così come nel caso precedente, le parole di partenza che verranno utilizzate per il gioco sono parte di un vocabolario da costruire insieme, e riguardano la tematica della rivoluzione intesa nell’accezione più scientifica del termine, ossia di movimento, rotazione, cambiamento. Le priorità stanno nella struttura di lavoro: le tre parti (analisi-azione-realizzazione) si succedono e si definiscono l’una con l’altra.

Workshop di Elena Mazzi alla Fondazione Ermanno Casoli - Foto Daniele Alef Grillo

Workshop di Elena Mazzi alla Fondazione Ermanno Casoli – Foto Daniele Alef Grillo

ATP: Per quanto riguarda il titolo, Mass age, message, mess age (Elica 2018): da cosa nasce e che significato ha?

EM: Il titolo è stato definito insieme a ones – office. a non exhibition space nel 2015, a seguito dello spunto di lettura del famoso saggio di Marshall McLuhan ‘Il medium è il massaggio’. Qui l’autore decide di mantenere il refuso presente nel titolo (massaggio anziché messaggio), a conferma della sua tesi sulla non-neutralità dei mezzi di comunicazione. Scrive McLuhan: “I mezzi di comunicazione, alterando l’ambiente, evocano in noi sintesi uniche di percezioni sensoriali. L’estensione di un qualsiasi senso altera il modo in cui pensiamo e agiamo, il modo in cui percepiamo il mondo. Quando questi rapporti cambiano, cambiano gli uomini”. Come già precedentemente fatto da McLuhan, gioco con la parola ‘messaggio’. Ho aggiunto (Elica 2018) perché questa è una nuova versione pensata appositamente per Elica insieme al curatore Marcello Smarrelli: una volta invitata a partecipare ad E-Straordinario,  abbiamo riflettuto insieme a come definire l’importante vocabolario di partenza per il gioco. Abbiamo alla fine deciso, anche sotto suggerimento della direttrice Viviana Cattelan, di partire da una selezione di libri (principalmente aventi come soggetto l’economia aziendale) donati dai dipendenti dell’azienda a Francesco Casoli e Viviana Cattelan nel Natale del 2016. Da qui il punto di partenza dell’intero workshop.

ATP: Marcello Smarrelli, curatore del Premio, ha dichiarato che la scelta della tua ricerca è motivata dall’“interesse dimostrato verso le pratiche dell’arte partecipativa o ‘context specific’, dando prova di una particolare abilità nell’attivare percorsi virtuosi di collaborazione con gruppi e istituzioni che, a vario titolo, promuovono forme di partecipazione civica, progetti di ricerca collaborativa, esperimenti di educazione alternativa e campagne di sensibilizzazione su questioni socio-politiche, tutti temi molto cari alla Fondazione Ermanno Casoli”. Ci parleresti di questo aspetto del tuo lavoro?

EM: Lavorare con il reale è ciò che muove il mio interesse verso l’arte contemporanea. Vedo l’arte come mezzo per esplorare il mondo che mi circonda, costituito da dinamiche sociali complesse. Credo che l’arte sia un ottimo strumento di lavoro collettivo, proprio perché libero da concetti predefiniti. Ogni volta cerco di calarmi in una situazione specifica, operando con lo strumento migliore. L’obiettivo non è certo quello di cambiare il mondo, ma perlomeno mi interessa sviscerarne le complessità, prendermi un tempo di analisi e studio, provando a tradurre risultati e osservazioni che possono essere utili non solo a me, ma anche a un gruppo allargato di persone.

Workshop di Elena Mazzi alla Fondazione Ermanno Casoli - Foto Michela Curti

Workshop di Elena Mazzi alla Fondazione Ermanno Casoli – Foto Michela Curti

ATP: Mass age, message, mess age si concentra molto sui meccanismi di comunicazione tra individui a seconda del contesto e del periodo storico. Legato a questo c’è anche il tema della vulnerabilità del dato di base, dell’inaffidabilità del resoconto mediata dalla personalità di giudizi e commenti, del dubbio di un’effettiva e contemporanea comprensione tra soggetti. Cosa ti sta a cuore di questo ambito?

EM: Il prendere consapevolezza della possibilità dell’errore. Nel gioco del telefono senza fili, circa due volte su tre la parola di arrivo non è mai la stessa di quella di partenza. Il gioco è bello anche per questo, e si ironizza sul risultato finale, oltre ad analizzarlo in maniera accurata. Siamo in grado di farlo anche nella comunicazione di tutti i giorni? Se no, quanto queste dinamiche ci pesano a livello sociale?

ATP: Cosa rimarrà di questo percorso?

EM: Ogni partecipante è invitato a costruire uno strumento di comunicazione a partire da scarti dell’azienda Elica. Gli strumenti verranno utilizzati per passarsi le parole durante il gioco del telefono senza fili. Successivamente, realizzerò un’unica installazione in alluminio che sarà la sintesi di queste auto-costruzioni, mentre le tracce del nuovo vocabolario realizzato insieme rimarranno, impresse con degli stencil colorati, sulla grande parete della Piazzetta interna di Elica, dove il workshop avrà luogo.

Workshop di Elena Mazzi alla Fondazione Ermanno Casoli - Foto Michela Curti

Elena Mazzi alla Fondazione Ermanno Casoli – Foto Michela Curti