Drawing as Fighting di Marco Bongiorni è un training book, un manuale di disegno sperimentale che si struttura in una serie di appunti corredati da esercizi ispirati al mondo della Boxe. Frutto dell’accostamento di due discipline diametralmente opposte come il disegno e il pugilato, questo libro sfida le apparenze e colma la distanza tra l’attitudine del disegnatore e quella del pugile. 

Segue l’intervista con l’autore —

Elena Bordignon: Una domanda doverosa per soddisfare la mia curiosità: quando è scattata la scintilla che ti ha condotto alla stesura di questo originale libro? Com’è nata l’idea? 

Marco Bongiorni: L’idea di questo libro nasce in palestra più di 6 anni fa, mentre mi allenavo con la pallina veloce; un tipico esercizio con cui i pugili sviluppano i riflessi visivi legando una pallina da tennis ad un cappello tramite una corda elastica e poi colpendola ripetutamente mentre si muove come impazzita (link di Lomachenko che si allena) Mi sono detto: se un pugile ha bisogno di allenare lo sguardo perché non deve farlo anche un pittore?
Ho cominciato ad inventarmi degli esercizi da praticare in studio, per cercare di allenare il mio disegno “rubando” le strategie dei maestri con cui mi allenavo in palestra. Con il tempo questa pratica è passata da disorganizzata e solitaria ad essere ben strutturata e praticata con altri disegnatori, tra cui i miei studenti di NABA.
E’ nato un vero e proprio metodo di lavoro, un workshop che abbiamo portato in giro in Italia e a Parigi, al Palais de Tokyo; siamo stati invitati da Vittoria Matarrese al DoDisturb festival.
Vorrei dirti che il passaggio da lì, a scrivere un libro è stato facile, ma in realtà è stato lungo e faticoso.. come un match di una volta, sulle 15 riprese. Milieu Edizioni ha creduto nel progetto e mi supportato ottimamente come un maestro all’angolo del pugile. 

EB: Drawing as Fighting è un libro che avvicina due discipline in apparenza molto distanti come il disegno e il pugilato, e ipotizza dei punti di contatto tra l’attitudine del disegnatore e quella del pugile. Cosa unisce, dalla tua prospettiva, queste due discipline? 

MB: Disegnare e boxare sono la stessa cosa. Sono disciplina di confronto; confronto con il male, con il dolore, con il mondo, con se stessi, ma soprattutto vivono dei loro stessi limiti. Per questo mi piace la Boxe. Perché non ti lascia andare da nessuna parte: sei chiuso in un quadrato di circa 5 metri per lato e tu devi fare succedere qualcosa.
Il ring è un’eterotopia esattamente come lo è il foglio da disegno e tra questi limiti il pugile e il pittore cercano l’imprevedibilità che si discosta dai modelli predeterminati. Posso dirti che Drawing as Fighting è un libro di allenamento per un disegno sperimentale, è una pratica destabilizzante, decentrante, che ha lo scopo di preparare il disegno a combattere. Uccide il disegno per farlo rinascere più forte. 

EB: Considerando il disegno come una disciplina sia fisica che mentale che ha bisogno di allenamento, non bisogna trascurare il fatto che il pugile si confronta sempre con un altro boxer. Il disegnatore invece? Contro chi tira (pugni) segni? 

MB: Prima di tutto ci tengo a dirti che non sono un pugile. Mi alleno ancora, ma ho troppo rispetto per la categoria per farmi passare per ciò che non sono. Posso definirmi un Pittore innamorato del Pugilato.
Poi ti direi che nella pratica del disegno ci sono diversi aspetti contro cui scontrarsi: alcuni di questi sono tennici, come supporti, strumenti e materiali, altri più formali o percettivi, come le specifiche del soggetto che stiamo disegnando.
Credo però che il più grande nemico del disegno, l’avversario con il quale ti scontri ogni volta che prendi in mano una matita, un pennello o disegni con il cellulare, sia costituito da tutti i disegni del mondo, o meglio, da tutti i disegni che sono stati realizzati fino a un momento prima del tuo.
Nel libro spiego che ogni mio disegno tiene conto di Rosso Fiorentino e del Pontormo.
Quando disegno su grande formato, non posso fare finta che la sinopia della Scuola di Atene non sia mai stata disegnata da Raffaello. Dovessi dimenticarmi della sua esistenza, lei rimarrebbe ferma e muta al suo posto, pronta a distruggere ogni mio tratto non degno e a ridicolizzare ogni mia mancanza.
Però c’è una sorta di sfida nei confronti dei maestri del passato. Un’ansia di smarcarsi dal loro lavoro, non tanto per rivendicare un’autonomia che sarebbe ingenua, quanto piuttosto per cercare il loro riconoscimento, un rispetto che evidentemente può essere colto soltanto quando il lavoro regge il confronto al loro cospetto. Una prova del ring, come quando i giovani pugili fanno da sparring partner ai campioni che preparano il mondiale. Si ricerca questo tipo di rispetto, e per ottenerlo bisogna combatterli. 

EB: Nel libro citi, tra gli altri, Mike Tyson, Marvin Hagler e Muhammad Ali. Nell’arco della storia dell’arte, quali artisti prendi come esempio per dare sostanza al postulato “Drawing as Fighting”? 

MB: Comincio citando Claudio Olivieri, un maestro e amico che ci ha purtroppo lasciati da poco, ma gli esempi che porto nel libro sono molti ed eterogenei tra loro: Gorky, Morandi, Sickert, ma anche Beckman, Nordstrom o Leon Golub che nel libro paragono a Roberto Duran, il campione panamegno noto con il soprannome “manos de Piedra”. 

Drawing as Fighting
Marco Bongiorni
Milieue Eizioni