DONUTS, installation view, da sinistra Cuoghi Corsello, Pesce Khete

L’arte in vetrina, progetto itinerante che ha visto la partecipazione di circa cinquanta artisti nella città di Reggio Emilia, ha dato il là per la creazione di DONUTS, ‘collettiva nella collettiva’ organizzata dall’artista Giovanni Copelli. La morfologia dello spazio a lui affidato dalle associazioni promotrici dell’evento – ArtYou, Ateliers via due gobbi tre, FlagNoFlags Contemporary Art, Mestieri d’Arte, Spazio Fotografia San Zenone, Via Roma Zero e 1.1_ZENONEcontemporanea – ha ispirato infatti la realizzazione di una mostra alla quale hanno partecipato, oltre allo stesso Copelli, anche Giorgia Garzilli, Dario Carratta, Gianni Politi, Andrea Kvas, Nicola Melinelli, Mattia Pajè, Alice Visentin, Vincenzo Simone, Michele Tocca, Pesce Khete, Thomas Braida e Cuoghi Corsello. Abbiamo incontrato l’artista per farci raccontare la nascita di questo temporary space.

Antongiulio Vergine: Com’è nato DONUTS e qual è stata l’idea da cui è partito?

Giovanni Copelli: Il progetto è nato ai primi di dicembre a Reggio Emilia, quando mi è stato proposto di aderire a un’iniziativa, L’arte in vetrina, che è stata messa in piedi da alcune associazioni culturali locali allo scopo di animare alcuni dei molti negozi che sono rimasti chiusi o sfitti a causa del Covid. A me è stato concesso di utilizzare un locale che si trova in un punto molto centrale della città, dove si sono succeduti prima un tatuatore e poi un negozio di vestiti. Quando sono entrato per la prima volta nello spazio e ho preso coscienza delle dimensione del luogo e delle sue caratteristiche strutturali – un ex spazio industriale suddiviso in due piani da un soppalco balconato – mi è venuta molto spontanea la voglia di creare una mostra collettiva. Lo spazio portava ancora diverse tracce degli inquilini precedenti: graffiti sui muri e un logo in vetrofania sulla vetrina del locale di cui mi sono ‘appropriato’ trasformandolo nel simbolo del progetto, DONUTS. Nel giro di pochi giorni ho deciso di mettere in piedi un vero e proprio spazio espositivo pop-up e ho cominciato a coinvolgere altri artisti, proponendo loro di esporre le opere nell’ambito di questa iniziativa: hanno aderito Giorgia Garzilli, Dario Carratta, Gianni Politi, Andrea Kvas, Nicola Melinelli, Mattia Pajè, Alice Visentin, Vincenzo Simone, Michele Tocca, Pesce Khete, Thomas Braida e Cuoghi Corsello. Ho posto il limite del 20 gennaio come termine della mostra, e ho agito in un modo non abituale nel gestire la costruzione e la fruizione della mostra: essendoci tutte le limitazioni date dalla situazione Covid, che impedivano gli spostamenti e la creazione di eventi, ho deciso di renderla visibile in costruzione, man mano che ricevevo le opere degli artisti, rendendola così fruibile online attraverso un profilo instagram che ho creato appositamente, e aprendo lo spazio su appuntamento per visite individuali. Ho evitato di fornire dall’inizio la lista completa degli artisti partecipanti e ho preferito comunicarne indirettamente la presenza man mano che ricevevo il loro lavoro. La mostra si è mantenuta dunque in una condizione di costante allestimento, con interventi continui di aggiunta, settimana dopo settimana, fino al termine appunto del 20 gennaio, quando la mostra era pronta paradossalmente per un opening, impossibile da praticare in queste circostanze. Per concludere l’esperienza, l’ultimo giorno di apertura si è svolta una performance di Davide Tagliavini, il cui video verrà anch’esso mostrato sui social.

A. V.: Com’è avvenuta la scelta degli artisti e delle opere? Si è seguito un tema unitario o si è lasciata libera scelta nella realizzazione?

G. C.: Ho invitato artisti a cui sono legato umanamente e professionalmente. Con alcuni c’era una conoscenza di lunga data, con altri si è trattato di trovare una connessione per stabilire un contatto e uno scambio. Ho cercato deliberatamente di coinvolgere artisti dalle ricerche molto differenti. Non ho fornito un tema ma ho chiesto di contribuire con una o più opere a libera scelta dell’autore: in qualche caso c’è stato un confronto preciso su cosa portare, con altri, ed è il caso di Cuoghi Corsello, ci siamo trovati fisicamente a lavorare in situ nello spazio. Monica e Claudio hanno un approccio molto diretto e spontaneo e sono riusciti persino a creare un’opera appositamente per la mostra, utilizzando dei vecchi espositori che erano stati lasciati nello spazio (Quadrupedi 2020). 

DONUTS, installation view, da sinistra Pesce Khete, Cuoghi Corsello, Gianni Politi
DONUTS, installation view, da sinistra Giovanni Copelli, Cuoghi Corsello, Andrea Kvas, A lice Visentin, Mattia Pajé

A. V.: DONUTS è stato un progetto on-going, costruito man mano che le opere sono giunte nello spazio, eppure visitabile comunque nel frattempo. Tutto questo rappresenta un aspetto interessante in termini di allestimento. Come si è proceduto in questa fase? Ci sono stati dei cambiamenti in corso?

G. C.: Come ti dicevo, far sì che l’allestimento diventasse già la mostra si è reso necessario in primis dalle circostanze, dall’unione di tempi abbastanza stretti e dall’impossibilità di tutti di circolare liberamente sul territorio. A inizio dicembre per chi veniva da Bologna è stato possibile venire direttamente a Reggio, e con quelle opere, insieme alle mie che avevo in studio, ho iniziato a costruire il nucleo della mostra, intorno al quale si sono strutturati poi tutti gli inserimenti successivi.
Le opere sono andate a inserirsi in modo molto fluido all’interno dello spazio, senza che ci siano stati particolari ripensamenti: anzi, l’idea è stato proprio quella di lasciarsi andare nella creazione di sovrapposizioni. La struttura dello spazio, molto articolata e ricca di elementi pre-esistenti, ha sicuramento aiutato questa operazione di ‘vestizione’: un vecchio mobile nel piano terra è diventato un’architettura sulla quale appoggiare la scultura di Cuoghi Corsello e un acquerello di Dario Carratta; uno specchio da camerino è diventato il perno di un’installazione sempre di Cuoghi Corsello, mentre al piano di sopra ho sfruttato la scansione di vuoti e pieni che il vecchio impianto di illuminazione disegna nello spazio, e i graffiti che erano già presenti sui muri. Questa dimensione di allestimento visitabile – che risultava molto più chiara per chi si è trovato nello spazio e ha potuto osservarne i cambiamenti – ha creato una grande curiosità, e mi ha piacevolmente sorpreso vedere come i visitatori siano tornati più volte per vedere le nuove opere che nel frattempo si erano aggiunte.

A. V.: Pensi di trasformare DONUTS in una sorta di format, prolungandolo anche in futuro? 

G. C.: L’idea che ho è proprio questa: mi piacerebbe che DONUTS diventasse un progetto con una sua continuità, mantenendo come obiettivo quello di restituire vita a degli spazi vuoti o inusuali, inserendo l’arte nel contesto quotidiano. Dopo questo primo esperimento sto valutando di trovare, sempre a Reggio Emilia, un altro spazio per un secondo appuntamento dalle caratteristiche molto diverse. Mi piacerebbe coinvolgere anche altri artisti, raccontare altre storie.  

A. V.: A tal proposito, quanto è importante secondo te, a prescindere dal complicato periodo che stiamo attraversando, unire le forze tra ‘addetti ai lavori’ nel continuare a promuovere l’arte, sfruttando, come nel tuo caso, nuove possibilità narrative ed espositive? 

G. C.: Credo che quest’ultimo anno ci abbia messo di fronte al fatto che l’arte è un elemento fondamentale dell’uomo, e che se la elimini di conseguenza disumanizzi la società. Personalmente ho sofferto molto nel vedere i cinema, i teatri e i musei chiudere per così tanto tempo, e penso che DONUTS sia nato anche da una mia esigenza personale di trovare un rimedio a questa assenza di arte che vivevo: sicuramente, nel farlo, ho riacquistato coscienza dell’enorme potere che possiedono gli artisti nell’arricchire con la propria espressione l’identità di un tempo e di un luogo. In molti, tra quelli che sono riusciti a visitare lo spazio, mi hanno ringraziato per avergli permesso di venire a contatto con il lavoro degli artisti, e questo mi ha fatto enormemente piacere. Penso che il valore umanizzante dell’opera dovrebbe tornare più al centro dell’attenzione sociale; l’arte contemporanea è diventata troppo legata al mercato, tant’è che non appena si sono eliminate fiere e annessi a causa della pandemia, è mancata la dimensione per raggiungerla. Gli artisti per primi si dimostrano capaci di esprimersi anche in questo periodo, e gli artisti usano i mezzi a loro disposizione per far vedere di cosa sono capaci, dai social a iniziative come questa. Purtroppo, però, l’arte non è un bene di cui si sente immediatamente la mancanza: la sua assenza nel quotidiano lascia cicatrici meno immediatamente percepibili, ma non per questo meno profonde. Sicuramente gli artisti possono sforzarsi di unirsi in modo da raggiungere più persone possibile, possono sforzarsi di far sentire la propria voce creativa e chiedere diritti come categoria di lavoratori, ma per ottenere risultati realmente concreti occorre ci sia uno sforzo generalizzato da parte di tutte le parti sociali per ridare centralità all’arte – gli artisti da soli non bastano. Occorre che si costruisca una riflessione più allargata sul ruolo che vogliamo dare all’arte nel nostro presente, e questo comporta necessariamente che la cosa diventi una questione di interesse pubblico. Oggi chi ha delle possibilità in termini di intuizione e progettualità, e chi possiede i mezzi per sostenere delle iniziative, deve farsi avanti.

DONUTS, Reggio Emilia, Vicolo Scaletta 4
@donuts_temporaryspace

DONUTS, installation view, da sinistra Cuoghi Corsello, Dario Carratta, Cuoghi Corsello, Giovanni Copelli
DONUTS, installation view, da sinistra Giovanni Copelli, Michele Tocca, Cuoghi Corsello, Vincenzo Simone