Riccardo Beretta Donnerwetter, Galleria Zero…
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Ci accoglie con un ‘Accidenti!’ – traduzione dal tedesco del titolo della mostra DonnerwetterRiccardo Beretta alla Galleria Zero…
Tre le opere esposte: due claviciteri e un ricamo su velluto. Il testo che accompagna la mostra, sottolinea più volte quanto questi siano dei lavori corali, frutto di tante e diverse collaborazioni artigianali. Si evidenzia anche l’importanza dell’incontro ecc.
Se incontro, diversità, relazione, locale-globale e tante altre belle parole sono state spese per corroborare l’importanza del progetto di Beretta, mi chiedo, perchè c’è solo il suo nome nel comunicato stampa? Se questa mostra è l’occasione per unire saperi ed esperienze diverse, perchè abbiamo come protagonista solo e unicamente l’artista?
Accidenti, quanto è facile per noi ragazzi dell’epoca del disimpegno, usare (e abusare) di tante buone e oneste parole. Detto questo, mi chiedo anche perchè scomodare il doloroso e intoccabile ‘Se questo è un uomo’ di Primo Levi. Uno dei libro che più mi hanno sconvolto in assoluto e che farei leggere obbligatoriamente nelle scuole. Beretta ne prende un estratto tradotto in tedesco e lo fa ricamare seguendo un font da lui stesso creato.  Sempre da CS, si motiva la scelta di questo brano perchè Primo Levi, oltre che alla professione di scrittore, era anche chimico. Perchè allora non scelgliere e citare il libro ‘Sistema Periodico’ di Levi, che è più calzante?
“La nobiltà dell’uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia, e io mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele. Vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi: e quindi il Sistema Periodico di Mendeleev […] era una poesia.” (Primo Levi da Il Sistema Periodico)
A parte queste domande legittime, mi concentro sulla richezza dei dettagli delle due sculture. Cesellate, intarsiate, curate fin nei minimi particolari, queste forme definite e magistralmente rifinite sembrano veicolare un’ossessione per il connubbio perfezione-decorazione. La coppia di claviciteri o arpe a cembalo – due strumenti desueti e ricercati – dovrebbero in realtà affascinarmi per la dovizia del racconto, per la seducente storia che le eleganti forme emanano. No, non sento né storie nè racconti. Scorgo invece maniacalità e casualità, esuberanza e aleatorietà, confusione e caparbietà… Non in mostra ma visibili – in una stanza in cui, senza chiedere a nessuno accendo la luce (la porta era socchiusa), tre grandi tavole appese, una sopra l’altra. Mi avvicino e osservo i maniacali intarsi che creano una sorta di geografia astratta. Pura ricerca formale: piace o non piace.
Esco dalla mostra con dei dubbi che non sono riuscita a risolvere nemmeno ora che son qui a riflettere. Ma forse, il vero e unico potere dell’opera è forse questo: lascire lo spettatore in balia dell’ irrisolto, del misterioso, del conturbante ecc.  Forse.

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