Davide Balliano, Luce Gallery Torino - Courtesy of Luce Gallery  Photographer Gianni Oliva, 2015

Davide Balliano, Luce Gallery Torino – Courtesy of Luce Gallery Photographer Gianni Oliva, 2015

  • Davide Balliano Untitled, 2015 Gold patina on ceramic 70 x 35 x 23 cm Courtesy of Luce Gallery and the artist Photographer Gianni Oliva, 2015
  • Davide Balliano Untitled, 2015 Gesso, plaster and lacquer on wood 366 x 243.8 cm Courtesy of Luce Gallery and the artist Photographer Gianni Oliva, 2015
  • Davide Balliano, Luce Gallery Torino - Courtesy of Luce Gallery Photographer Gianni Oliva, 2015
  • Davide Balliano Untitled, 2015 Copper oxide on ceramic 50 x 35 x 23 cm Courtesy of Luce Gallery and the artist Photographer Gianni Oliva, 2015
  • Davide Balliano, Luce Gallery Torino - Courtesy of Luce Gallery Photographer Gianni Oliva, 2015
  • Davide Balliano, Luce Gallery Torino - Courtesy of Luce Gallery Photographer Gianni Oliva, 2015
  • Davide Balliano Untitled, 2015 Gesso, plaster and lacquer on wood 152 x 122 cm Courtesy of Luce Gallery and the artist Photographer Dario Lasagni, 2015
  • Davide Balliano, Luce Gallery Torino - Courtesy of Luce Gallery Photographer Gianni Oliva, 2015
  • Davide Balliano, Luce Gallery Torino - Courtesy of Luce Gallery Photographer Gianni Oliva, 2015
  • Davide Balliano Untitled, 2015 Gesso, plaster and lacquer on wood 152 x 122 cm Courtesy of Luce Gallery and the artist Photographer Dario Lasagni, 2015

Fino al 25 Settembre alla Luce Gallery di Torino ha inaugurato la prima personale in Italia di Davide Balliano.

In mostra, una serie di nuovi dipinti accompagnata da sculture in ceramica, queste ultime frutto di una residenza svolta lo scorso anno a Nove.

Segue una conversazione tra ATPdiary e Davide Balliano.

ATP: In questa mostra presenti per la prima volta dei lavori in ceramica. In che modo ti sei avvicinato a questo materiale?

Davide Balliano: Lavorare con la ceramica e’ stata un’esperienza davvero eccezionale. Ho avuto occasione di partecipare ad una residenza a Nove, in Veneto (Nuove Residency) durante l’estate scorsa, ed e’ stato davvero un incontro felice con un nuovo materiale. Mi piace molto la malleabilità e l’umiltà anche visiva della ceramica, è un materiale che non ha bisogno di strillare la propria natura… Può sembrare molto povero o molto prezioso, leggero come pesantissimo. Mi affascinava la sua natura di materiale vivo come il legno, con cui ho lavorato molto, e la sua ambivalenza strutturale simile a quella del vetro: un materiale che sembra (e può essere…) molto resistente ma anche molto fragile. Inoltre mi interessava enormemente la possibilità di poter lavorare ancora di più sulle curve esterne alla scultura, un dettaglio molto difficile da raggiungere con il legno.

ATP: La forma circolare ricorre spesso nei tuoi lavori. Cosa intendi per “curve esterne alla scultura”?

DB: L’arco (e quindi la forma circolare e le sue evoluzioni) sono un elemento per me importantissimo. Io lavoro molto con forme geometriche semplici e “domestiche”, mi viene da dire. Il mio lavoro sarebbe facilmente estremizzabile in direzioni ulteriormente complicate, quasi optical, con un certo manierismo da cui voglio davvero stare lontano. Per me è essenziale mantenere un’estetica aperta, che non respinge. Mi piace avere un lavoro che rimane aperto ad ogni tipo di interpretazione da parte di chi lo guarda, un lavoro accogliente. Per questo mi affascina molto l’arco, l’arco invertito e tutte le variabili e astrazioni; combacia con la mia idea di forma come contenitore di un vuoto. Per curva esterna intendo proprio la parte esteriore delle sculture. L’anno scorso avevo fatto diversi lavori su legno con nicchie e curve inserite all’interno di piccoli monoliti geometrici. Sono lavori che mi piacciono ancora molto e a cui tornerò, ma volevo poter lavorare più sulle curve esterne, come se rimanesse solo la curva ad essere parte strutturale e portante invece che essere uno scavato.

ATP: Nei tuoi dipinti infatti le curve è come se accompagnassero lo sguardo e lo guidassero, come se creassero un percorso interno da seguire “fisicamente”. Con le sculture in legno questa sensazione sembra quasi invertirsi, forse perchè le loro curve a confronto sono più “pulite”, più vuote. Che relazione c’è tra i tuoi dipinti e le sculture?

DB: C’e’ una relazione molto stretta, un dialogo continuo. Io penso al mio lavoro come ad un soggetto autonomo che poi finisce per muoversi più in una direzione o nell’altra, ma penso che sia le sculture che i dipinti vogliano cercare di dialogare con un certo senso di assenza che intuisce una presenza in qualche modo. I quadri sono enormemente basati su quello che non si vede: spesso il novanta per cento del lavoro viene poi coperto sotto strati di gesso in modo da farlo apparire solo in trasparenza. Come con le rovine. Si possono unire i punti, riempire i vuoi, e avere una vaga impressione di quello che era stato. Mi è capitato di definire il mio lavoro come un’architettura di rovine e penso sia un esempio calzante.

ATP: Ti interessa quindi inserire una dimensione temporale nella percezione dei lavori?

DB: Mi interessa enormemente (provare a) raggiungere una certa atemporalita’ nel mio lavoro. Idealmente mi piacerebbe poter fare lavori che lasciano interdetti, perché potrebbero essere reperti antichi come oggetti fantascientifici arrivati dal futuro o dalle altre civiltà a noi sconosciute. Poi queste sono mie considerazioni, non concetti nè messaggi. Io faccio una ricerca estremamente visiva e di suggestioni, non ho messaggi da trasmettere, solo intuizioni da condividere. Il mio lavoro non è da capire, quanto più da riconoscere.

Non mi ricordo quale pittore astratto americano (forse Robert Ryman) disse che la bellezza è conferma di significato, e questa è un’idea per me molto appagante.

ATP: In effetti i tuoi lavori visti in foto non rendono come quando li si vede dal vivo. Se ne deve fare esperienza diretta. In foto si percepisce che manca qualcosa. Mi interessa molto il tuo vedere i lavori già come reperti arrivati dal futuro. Dà quasi l’impressione che tu, mentre li realizzi, stia più pensando al loro passato che al loro futuro.

DB: C’è un’altra bella citazione che può aiutare a spiegare. Purtroppo io mi ricordo spesso le citazioni e raramente gli autori. Questa era di un editore italiano che, interrogato riguardo al successo della sua casa editrice, rispose come a lui piacesse pubblicare libri “nati vecchi per durare per sempre”. Quando menzionavo l’architettura di rovine pensavo un po’ a questo. Le rovine sono il resto di strutture che erano pensate con una funzione e che finiscono per avere vita molto più lunga come monumenti, liberi dalla funzionalità originale. Mi piacerebbe poter fare lavori che saltano direttamente a quel punto. Per me è comunque molto importante creare una tensione con il vuoto, creare la sensazione che non si riesca a vedere il tutto, ma se ne intuisce la presenza.

Discutendo il testo della mostra dello scorso marzo da Timothy Taylor avevo detto come i miei lavori (specialmente le sculture) fossero come un fare ciambelle come unica maniera di esprimere il vuoto centrale…

ATP: La prima volta che ho visto queste tue nuove opere infatti mi sono venute in mente le planimetrie rinvenute con gli scavi archeologici, forme che lasciano intuire una antica funzione. Puoi raccontarmi di come inizi un lavoro e del suo processo di realizzazione?

DB: Io dipingo su legno, quindi prima di tutto preparo le tavole con strati di stucco. Una volta pronto per essere lavorato faccio il disegno tecnico a matita, poi l’outline della forma in inchiostro e campiture a gesso, e questo e’ un buon 80 per cento del lavoro. Poi spesso (non in tutti lavori ma in molti) vado a coprire il 90% della forma con strati e strati di stucco e lacche varie, andando a creare una nebbia, più o meno fitta, che lascia visibile solo una parte del tutto – davvero come le rovine a cui mancano pezzi che rimangono da intuire ma di cui si può sentire la presenza.

ATP: Come sei arrivato a questi lavori?

DB: Io di formazione sono fotografo. Ho smesso di lavorare con la fotografia attorno al 2006 per varie considerazioni che richiederebbero una conversazione a parte. Ho lavorato per anni ad interventi pittorici e grafici su piccole pagine di libro, prevalentemente su iconografie di arte classica o rinascimentale. Nel tempo poi gli interventi hanno preso il sopravvento sull’immagine di fondo e sono riuscito ad astrarre ulteriormente e a staccarmi dalla figura, cosa che ho sempre voluto fare. Ad un certo punto, circa tre anni fa, ho cominciato a giocare con l’idea di costruire un’icona senza l’immagine. Ho sempre avuto una grande passione per le icone ortodosse e mi ha sempre affascinato la loro fisicità di oggetti su legno, invece che normali tele. Le icone classiche sono spesso su tavole di legno con una leggera conca. Ci sono diverse forme e tradizioni, tra cui alcune con una forma vagamente ad arco, un bassorilievo quasi impercettibile. Senza sapere tanto perchè mi era venuta l’idea di provare a fare dei monocromi su tavole di legno con questi bassorilievi “votivi”, una specie di icona vuota… Vuota perché ancora in attesa di essere riempita o vuota perché ha perso ciò che conteneva. Da qui poi il lavoro è evoluto davvero molto velocemente in due direzioni: quella scultorea ha cominciato ad addentrarsi nell’esplorazione della nicchia centrale, mentre quella pittorica ha cominciato ad astrarre sempre più l’arco e i suoi derivati.

Davide Balliano, Luce Gallery Torino - Courtesy of Luce Gallery  Photographer Gianni Oliva, 2015

Davide Balliano, Luce Gallery Torino – Courtesy of Luce Gallery Photographer Gianni Oliva, 2015

Davide Balliano, Luce Gallery Torino - Courtesy of Luce Gallery  Photographer Gianni Oliva, 2015

Davide Balliano, Luce Gallery Torino – Courtesy of Luce Gallery Photographer Gianni Oliva, 2015

Davide Balliano, Luce Gallery Torino - Courtesy of Luce Gallery  Photographer Gianni Oliva, 2015

Davide Balliano, Luce Gallery Torino – Courtesy of Luce Gallery Photographer Gianni Oliva, 2015