Darsena residency #2 - Galleria Massimodeluca,   Metsre 2016 - Exhibition view

Darsena residency #2 – Galleria Massimodeluca, Mestre 2016 – Exhibition view

Inaugura domani, alla galleria Massimodeluca, Darsena residency #2: la mostra conclusiva della residenza d’artista, nata da un’idea di Marina Bastianello, seguita a livello progettuale da Paolo Brambilla e Stefano Cozzi, mentre la cura della mostra è di Valentina Lacinio e Claudio Piscopio. Maturata nella sua seconda edizione, la residenza si è svolta tra giugno e luglio, e ha avuto come protagonisti quattro giovani artisti che sono stati selezionati tra più di 250 candidature. La tedesca Regina Magdalena Sebald (1984), gli italiani Agostino Bergamaschi e Marco Strappato, l’americana Isabel Legate hanno convissuto nello spazio espositivo, trasformandolo così in un luogo di relazione, contaminazione e produzione.
Per approfondire l’importanza di questo progetto ed entrare nel merito delle varie ricerche degli artisti, abbiamo posto alcune domande a Valentina Lacinio, Claudio Piscopio e a Marina Bastianello.

ATP: Il 29 settembre inaugura la mostra di fine residenza ospitata alla galleria Massimodeluca a Mestre. Gli artisti hanno trascorso e condiviso gli spazi espositivi e lunghe giornate estive. Nell’ottica che la creazione artistica è un fatto molto soggettivo, non ritenete che spesso, residenze collettive possano snaturare la ricerca di un artista? O, per l’inverso, che siano sempre positive e fruttuose?

Valentina Lacino: Come spesso accade ogni caso è a sé. Prima di tutto è fondamentale predisporre uno spazio di lavoro funzionale e accogliente. Il fattore due invece è molto capriccioso: la convivenza e il rapporto che si instaura tra gli artisti è una variabile del tutto incontrollabile. A volte si creano delle affinità preziose, spesso avvengono scontri, incomprensioni e vere e proprie battaglie. E’ del tutto inevitabile, in una situazione condivisa atteggiamenti positivi e malumori si fondono, non può che accadere altrimenti. Questo è uno dei motivi per cui credo che le residenze siano realmente formative ma che per esse si debba in qualche modo “sentirsi pronti”. Confrontarsi con altri artisti significa soprattutto mettere in discussione il proprio lavoro, nel migliore dei casi annientarlo del tutto, scardinarlo, capovolgerlo a testa in giù per poterne cogliere ogni sfaccettatura e ogni debolezza; è un’operazione lenta e dolorosa ma è anche la forma migliore di crescita.
Claudio Piscopio: Pensare ad un unico spazio artistico in cui lavorare, vivere e produrre, è prima di tutto una messa in discussione; come in ogni contesto lavorativo non credo che un continuo confronto snaturi la ricerca di un artista. Basti anche vedere la Biennale in corso a Venezia, dove l’architettura del presente è co-abitata e condivisa; è una tendenza quella di minimalizzare gli spazi per creare luoghi ibridi in cui il tempo-lavoro del singolo, diventa spazio-quotidiano collettivo. Credo che nella formazione di un artista, un giovane artista soprattutto, arrivi un momento in cui il dibattito è doveroso, come una tappa obbligatoria per tutelare ciò di cui si è convinti e migliorare ciò che si è pronti a modificare.

ATP: Nel caso specifico di Darsena residency #2, come avete visto evolversi la ricerca degli artisti?

V.L.: Ci siamo ritrovati con una rosa di artisti molto varia. Per alcuni di loro più adulti e stilisticamente molto definiti ho creduto inizialmente che sarebbe stato difficile creare realmente uno scambio, sia con gli altri artisti che con noi curatori. Idealmente ero già parzialmente rassegnata al fatto che avrebbero utilizzato quel luogo come una bottega o poco più e che avrebbero prodotto opere prevedibili. Sono rimasta invece piacevolmente stupita dalla naturale predisposizione di tutti e 4 gli artisti a mettersi in gioco. Siamo stati anche molto fortunati, si sono create delle buone armonie e un reciproco interesse per la ricerca altrui.
C.P.: Nella loro differente pratica, gli artisti hanno combinato la loro ricerca al contesto in cui hanno lavorato. Hanno prodotto opere in un lasso di tempo breve e definito ed ammetto che siamo rimasti sorpresi dalla loro capacità di velocizzare il processo di creazione e contemporaneamente estendere il punto di vista della loro ricerca.

Darsena residency #2 - Galleria Massimodeluca,   Metsre 2016 - Exhibition view

Darsena residency #2 – Galleria Massimodeluca, Mestre 2016 – Exhibition view

ATP: Nel pensare la mostra conclusiva – anche in merito al percorso allestitivo – che criteri avete seguito?

Marina Bastianello.: Il progetto di allestimento è stato pensato in modo da poter valorizzare e mettere in evidenza le modalità con cui gli artisti hanno interagito con lo spazio, interpretandolo e vivendolo. La galleria per la durata della residenza è stata infatti luogo di confronto, condivisione di spazi comuni, contaminazioni. Non è però mancata, inevitabilmente, anche la ricerca di uno spazio che a volte si potesse rivelare più intimo, esigenza che è stata espressa anche nella realizzazione delle opere. L’idea di mostra conclusiva intende quindi porre l’accento su questi aspetti caratterizzanti e restituire la complessità di questa esperienza, dove contrasti e affinità convivono, sia nella scelta dei materiali che nella presentazione delle opere finali legate tra loro da un impercettibile filo conduttore.

ATP: Nella presentazione della mostra, si mette l’accento su degli spazi “finora mai utilizzati”. Perché questa scelta inedita?

M.B.: La residenza ha dato modo agli artisrti di rapportarsi allo spazio della galleria in modo inedito, riscoprendo e cambiandone destinazioni d’uso.
Una delle tematiche proposte dagli organizzatori durante la residenza era incentrata proprio sul tema dell’appropriazione, concetto che a mio parere ben calza con tutte le proposte degli artisti. Ciò è visibile nelle scelte allestitive, dove si è deciso di invadere e ripensare alcuni spazi come espositivi, restituendo l’esperienza del vissuto durante la residenza: l’ufficio, ad esempio, che pur mantenendo le sue connotazioni di luogo di lavoro, diventa display, così come il soppalco, zona notte durante la residenza e ora non accessibile dal pubblico, dove sono state installate delle opere fruibili dal basso, come a voler preservare il senso d’intimità proprio di quel luogo. Le singole opere inoltre veicolano sottilmente le esperienze con cui gli artisti hanno interagito con lo spazio, appropriandosene: la scultura di vetro di Agostino Bergamaschi riporta le misure prese con il proprio corpo di elementi effimeri ma costanti come i raggi di luce proiettati sui muri perimetrali; Isabel Legate installa una tenda di seta, il suo ritratto, a celare appunto un luogo funzionale ed intimo per la durata della residenza; Marco Strappato restituisce in modo scultoreo gli elementi caratterizzanti del luogo che lui ha prediletto, l’ufficio; Regina Magdalena Sebald trasforma una delle stanze creando un limite invalicabile.
Gli artisti hanno lasciato traccia di un proprio vissuto, donando una nuova connotazione agli spazi che oggi ritornano ad essere funzionali e fruibili dal pubblico.

ATP:  In cosa consistono i racconti legati alle parole-chiave: Appropriazione, Futuro e Resistenza?

V.L.: I tre temi sono stati un’idea di Paolo Brambilla e Stefano Cozzi, i due artisti coordinatori di questo progetto. Avere tre topics da sviscerare ci ha aiutato molto, ha permesso di rompere subito il ghiaccio, inoltre ha dato modo soprattutto a me e Claudio di farci conoscere, di intavolare immediatamente il nostro approccio curatoriale, le nostre attitudini, le nostre personalità che differiscono molto. Credo sia stata una procedura vincente. Non immaginatevi delle lezioni frontali, sono state più delle lecture partecipate, con materiale multidisciplinare. Ognuno di noi ha sfiorato dalla propria prospettiva i tre temi che come in un domino hanno aperto progressive altre finestre di contenuti, spesso e volentieri anche molto distanti dal punto di partenza.
C.P.: Le tre sessioni tematiche le abbiamo sempre pensate come un momento di raccolta per potenziarle in input da mettere a disposizione agli artisti; allo stesso tempo, intavolare i discorsi legati ai singoli topic è stato un modo per presentare il nostro approccio curatoriale. L’aspetto interessante è che ciascuno di noi ha contribuito offrendo un punto di vista diverso dall’altro. E ciò credo sia stato il punto di forza: abbiamo mostrato come un tema genericamente vasto come quello dell’appropriazione, della resistenza o del futuro, possa essere interpretato e letto in molteplici modi.

ATP: In merito alle opere prodotte, ci sono delle tematiche ricorrenti che accomunano i quattro artisti?

V.L.: Credo che ognuno di loro abbia tenuto conto a diversi livelli delle discussioni affrontate insieme. Se ci fosse chiesto potremmo inscatolare tutti e 4 in compartimenti stagni tematici, ma non è questo il campo per questa forzatura. Come dicevo prima i temi sono piuttosto (e volutamente) generali; l’idea era di solleticare la curiosità degli artisti, e credo che in parte ci siamo riusciti. Quindi sì, inevitabilmente ricorrono dei temi, le opere strizzano l’occhio al tempo passato insieme e alle discussioni affrontate, ma senza grandi rigidità. Questa mostra è il prodotto molto spontaneo di un qui e ora che si sta già velocemente esaurendo. C.P.: Potremmo dire che i lavori prodotti non sono contenutisticamente simili neppure se ci affidiamo alla lettura delle sessioni tematiche, poiché sono stati declinati a seconda della ricerca del singolo artista. In alcuni casi c’è una forte vicinanza ai materiali utilizzati (come il vetro naturalmente – dato che ci troviamo nell’hinterland veneziano).
La mostra, nella sua interezza, si compone così di quattro opere che hanno in comune la rapidità con cui sono state concepite, gli input tematici e il continuo confronto che ha accompagnato i quattro artisti durante un mese e mezzo di totale condivisione.

Darsena residency #2 - Galleria Massimodeluca,   Metsre 2016 - Exhibition view

Darsena residency #2 – Galleria Massimodeluca, Mestre 2016 – Exhibition view

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