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Testo di Dalia Maini

Il 27 Aprile 2018 apriva a Berlino negli spazi della galleria EXILE (ora trasferitasi a Vienna) Self-Reflection mostra personale dell’artista Paul Sochacki. Nella sala centrale una massiccia pila di giornali formava un blocco compatto e materico. Una scultura costituita da carta e parole in contrasto con il tratto pittorico di Paul. Le pubblicazioni erano il primo issue di Arts of The Working Class, lanciato per la prima volta in tale occasione e frutto della felice unione d’intenti tra Paul, a cui si deve il concepimento del progetto e l’esperienza delle critiche e curatrici María Inés Plaza Lazo e Alina Kolar.

Arts of The Working Class, giunto da allora al suo quarto numero, è un progetto ed una mission che sfuma i confini tra poverty wealth and art. Ambigua di proposito la sua posizione all’interno del panorama artistico, poiché contenitore di linguaggi e voci del mondo dell’arte, ma che escono dalla solita cornice istituzionale e istituzionalizzante a favore di un confronto diretto e quindi più audace con un pubblico generico. Non lo definirei un magazine d’arte contemporanea, nonostante sia impreziosito dalle illustrazioni di Paul e da numerosi contributi testuali e visivi di artisti e teorici di rilievo internazionale. Il suo formato poco pretenzioso e la carta uso mano, che quasi lascia le dita sporche d’inchiostro, trasudano un’energia che traguarda la nozione stessa d’arte per intersecarsi con quella di lotta del manifesto politico, in cui lo spazio socio economico de la polis gioca un ruolo fondante. Infatti, la prima volta in cui l’ho sfogliato, così racchiuso tra le pareti soleggiate di EXILE, perdeva un po’ la sua ambizione.

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«Si può vendere per la strada, e chi lo vende riceve la metà del prezzo, 2.50 euro». mi ha spiegato Maria, curatrice, editor della rivista e guida organizzativa. Non casualmente il primo numero il cui titolo era “A City is a Stateless Mind” prendeva in analisi la città come luogo d’invenzione e rigenerazione sociale, qui la strada è dove poter riprendere controllo della propria vita.
In questo senso AoWC è un magazine di strada, ma solo osservando la vita nelle metropolitane berlinesi ho potuto sul serio comprenderne il sistema di vendita. I rifugi per senzatetto distribuiscono, a chi non è parte della società, perché senza “arte né parte”, gli strassenmagazin, riviste i cui contenuti danno voce alla realtà di chi è per la strada o nei vagoni della u-bahn tutti i giorni in cerca di eine kleine spende, uno spicciolo. Il senzatetto così guadagna dalla vendita di un prodotto, si reinserisce nel circuito sociale, quasi nobilitando il gesto di chiedere le elemosina, l’unico lavoro del mendicante senza lavoro e quindi senza posto nella società.

Per tanto AoWC è una rivista d’arte che tutti possono vendere e dai cui tutti possono guadagnare. Parte dello statement da volto ai “tutti”: Arts of the Working Class’s terms are based upon the working class, meaning everyone, and it reports everything that belongs to everyone. Paul chiarisce un punto molto importante, egli infatti è consapevole dei privilegi di chi fa parte del sistema dell’arte, poiché ha potuto autodeterminarsi e scegliere di accrescere il campo culturale grazie alle lotte precedenti della classe operaia. Gli artisti e gli addetti al settore sono detentori di privilegi rispetto coloro che non hanno alcuna scelta su come lavorare e gestire la propria vita, anzi proprio la classe culturale ora si impossessa delle fabbriche che prima appartenevano a chi ha combattuto per i diritti di classe, facendole atelier e studi, lamentandosi poi se la gentrificazione li sottrae trasformandoli in uffici. La vera e continua struggle, non è quindi del mondo dell’arte, ma al di fuori di esso. Gli eredi della lotta sono una classe riempita da uomini che non hanno alcun tipo di diritto e che devono combattere quotidianamente per migliorare la loro condizione, ad esempio i gruppi di nuovi migranti, rifugiati, ex coloni.

London  © Pauł Sochacki

London © Pauł Sochacki

Berlin  © Pauł Sochacki

Berlin © Pauł Sochacki

In tal senso AoWC rappresenta le voci di chi ha determinato senza vincoli il proprio lavoro, e come atto di responsabilità restituisce qualcosa a chi non ha avuto questa possibilità. Quindi trasforma le lamentele dei privilegiati, evidenziando il divario tra chi ha potuto scegliere e chi no, creando una connessione interdisciplinare, un’analisi delle problematicità con raggio più ampio, una rete di solidarietà e infine una soluzione. Infatti «AoWC vuole indicare le lotte, le rivendicazioni e le aspirazioni delle classi lavoratrici del passato, proporre e ricreare un equilibrio morale nel lavoro del presente».

Il doppio privilegio, costituito dalla scelta e dal lavoro retribuito, richiama la necessità di iniziare una riflessione su un’alternativa al sistema economico vigente, basata sullo scambio diretto e sul contatto umano. A tal proposito la relazione umana avviene grazie a un’altra caratteristica di AoWC: il suo contenuto multilingue. Se è necessario offrire la possibilità a chiunque di comprendere quanto scritto è ancora più urgente nel panorama contemporaneo restituire la complessità di un’umanità che riflette una moltitudine di colori, suoni, tradizioni, che passano anche attraverso il segno e il suono linguistico. Tuttavia spesso mi sono chiesta perché qualcuno dovrebbe comprare una rivista in cui più della metà delle parole non sono universalmente intellegibili, ma poi il meccanismo di ingaggio relazionale è scattato semplice e genuino quando qualcuno mi ha tradotto un testo che non potevo capire e vice versa, così è iniziato il lento processo di approfondimento delle diversità, basato sul contatto.

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Ed è questo il portato rivoluzionario, la costruzione altra, ma ben radicata nel presente, di un capitale economico inseparabile da quello emotivo, che duelli con l’isolamento dell’individuo all’interno del sistema capitalistico, giunto all’apice e quindi alla sua rovina. L’arte intesa qui come campo di rappresentazione di poteri e privilegi, è anche il luogo in cui si sfida la bellezza della loro efficacia. Infatti nonostante la sua natura istituzionalizzata, ora come non mai, l’arte deve combattere per essere il veicolo prezioso per un certo tipo di esperimenti altrimenti difficili da avviare.

Sicuramente ci vorrà del tempo prima che AoWC assuma la sua forma definitiva, anche perché l’ambizione dei suoi fondatori è quella di diffonderlo globalmente, facendolo diventare un magazine internazionale, un ponte tra le nazioni della sensibilità e delle culture (e quindi delle arti) e non dei confini statali. I quatto numeri della rivista, A City is a Stateless Mind, May the Bridges I Burn Light the Way, Restless Togheterness, Leave Your Obsessions under the XXXmas Tree, si possono incontrare per le strade di Berlino, Vienna, Londra, presto in America e si spera anche in Italia.

Johannesburg  © Pauł Sochacki

Johannesburg © Pauł Sochacki

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