Daniele Costa, TRAPEZIA | Dell’essere niente-di-che

L’abitare insieme e il condividere uno spazio piccolo da sconosciuti tratteggia bene la situazione di lockdown che ciascuno di noi si è trovato a vivere nel 2020: dove stanno le barriere quando ci si trova in uno stesso spazio a sconfinare continuamente nell’altro, a imparare dall’altro, a scontrarsi con l’altro?
23 Gennaio 2022

Testo di Ilaria Dal Lago —

Quando due corpi, due pensieri si trovano a convivere nella stessa stanza per dieci giorni, si genera una sorta di fusione; c’è un ridimensionamento della propria identità, un continuo sconfinare nell’altro senza volerlo mai sovrastare.
Nell’opera video TRAPEZIAdell’artista Daniele Costa (Castelfranco Veneto, 1992) c’è posto per la fragilità, per l’inadeguatezza, ma anche per la totale sicurezza data dal performare. L’artista ha tratteggiato la figura di Trapezia Stroppia – La Trape, drag queen del Toilet Club di Milano e manifestazione altra di Aurelio, laureato in Comunicazione e Didattica dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Il video – vincitore dell’edizione 2021 del premio Lydia! promosso da Fondazione Il Lazzaretto e dedicato all’arte italiana emergente – è stato presentato l’11 gennaio al PAC di Milano con uno screening e una performance live de La Trape.
Daniele ha vissuto insieme a La Trape nella sua stanza per dieci giorni, la stessa stanza da cui, trovandosi confinata durante il primo lockdown, trasmetteva video di stand-up comedy e performance drag per intrattenere – e intrattenersi – in quei giorni di vuoto e assenza. Per una drag queen abituata a esibirsi di fronte a centinaia di persone, trovarsi chiusa in una stanza significa essere senza un palcoscenico, il luogo in cui sentirsi libera di esprimersi, senza la possibilità di vivere un’altra vita. Proprio con una riflessione sul vivere una vita che non sia la propria inizia il video di Costa, che si muove tra le parole e i gesti de La Trape attraversando concetti come l’identità, il corpo, la fragilità. Mentre Aurelio si trucca, indossa i vestiti, canta e performa diventando La Trape, si annullano dei confini e si aprono delle possibilità più ampie; nel video, Aurelio parla di “essere liquido”, di “essere un corpo libero” e la sua performance assume un valore simbolico e politico. 

L’abitare insieme e il condividere uno spazio piccolo da sconosciuti tratteggia bene la situazione di lockdown che ciascuno di noi si è trovato a vivere nel 2020: dove stanno le barriere quando ci si trova in uno stesso spazio a sconfinare continuamente nell’altro, a imparare dall’altro, a scontrarsi con l’altro?

Ecco che il tema della mescolanza di identità si fa subito palese, e lo sguardo di Daniele Costa su La Trape diventa al tempo stesso un racconto del suo modo di guardare, del modo in cui è riuscito a entrare in contatto con lei e con Aurelio. I toni di luce utilizzati nel video – prima un rosso vivido, poi un fucsia acceso, e poi ancora le luci bianche dei faretti e delle soft-box – danno l’idea di un “dietro le quinte”, come se il palcoscenico vuoto in cui La Trape non può performare stesse aspettando di essere riempito. Costa tratteggia la relazione costruita con La Trape mostrando a chi guarda parti di accenni di performance, momenti di riflessioni intime – che danno prova dello scambio emotivo che c’è stato tra i due durante i dieci giorni di convivenza – primi piani che mostrano il lungo lavoro di trucco dietro l’immagine di una drag queen. 

Nel video, a un certo punto, La Trape parla della forte necessità di essere niente-di-che, e di come questo possa effettivamente deresponsabilizzare positivamente le persone dalla necessità di essere sempre iper performanti, presenti ovunque, con la pretesa di essere speciali. “C’è molto spazio per la fragilità nel niente-di-che” è la frase che probabilmente racchiude tutto il video: è nell’essere niente-di-che che La Trape trova la sua libertà, in questo modo di approcciarsi al mondo senza pressioni e limitazioni. Lo fa mentre performa e, come racconta nel video, sul palco trema, e si domanda se quel tremare verrà percepito dal pubblico o se passerà inosservato, se la sua fragilità verrà vista o rimarrà nascosta. 

Alla fine della proiezione La Trape passa tra le sedie su cui il pubblico è seduto; truccata alla perfezione, con un’acconciatura sui toni del rosa che si eleva verso l’alto, cammina con un calice di vino in mano, un mantello lungo e scuro e inizia a performare trasformando il PAC nel suo palcoscenico, prima con un lip-sync sulle note di Drugs Saved My Life di Michelle Gurevich e poi, dopo essersi tolta il mantello per svelare un meraviglioso costume nero pieno di strappi, sulla canzone Joyride di Eartheater X Tony Seltzer.
Le mani de La Trape tremano e tutti noi partecipiamo a quel tremare che la rende così vulnerabile e luminosa, da sembrare incredibilmente niente-di-che

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