DANIELA ORTIZ – I figli non sono della Lupa – Foto di Margherita Panizon – Hidden Histories 2021

Guardare indietro verso quel passato che si riflette negli eventi attuali, guardare indietro verso quell’interpretazione della realtà attraverso lo spesso filtro di matrice coloniale, razzista, appartenente a una cultura di chiusura verso l’altro, verso il diverso. Guardare indietro e riflettere su queste radici profonde, provando a rileggere, reinterpretarle, sapendo riscrivere e raccontare una nuova storia della Storia in una chiave decoloniale, aperta, ridando voce ad una narrativa che non si esprime con un univoco punto di vista, ma può – e deve – lasciare spazio a più interpretazioni. Questo è il compito delicato e difficile che si pone come presupposto etico, culturale e artistico, alla base del progetto Hidden Histories 2021 a Roma, a cura di Sara Alberani e Valerio Del Baglivo (LOCALES), con la collaborazione di Marta Federici.

Esplorare lo spazio pubblico della Capitale per riappropriarsene sapendo guardare in faccia quell’eredità culturale sedimentata nei secoli, provando a destrutturarla e ricomporla, perché per poter decodificare la Storia bisogna approfondirne le matrici culturali e le ragioni, non nascondendosi dietro quella interpretazione dei fatti che la società, i media, la politica hanno voluto raccontare nel tempo. Lo fa perfettamente Daniela Ortiz – la cui pratica artistica è da anni basata su una ricerca legata alla marginalizzazione dei popoli migranti e i meccanismi europei di emarginazione e controllo della popolazione migrante – che invita il pubblico ad una passeggiata sul Colle Gianicolo, invitando a riflettere e aprire gli occhi su tematiche profonde come il concetto di identità, di razza e di genere a partire da una serie di spunti storici individuati in alcuni dei monumenti custoditi in quest’area della città. Sono punti di partenza apparentemente semplici e innocui, dall’aspetto poco attraente per chi li guarda ogni giorno senza conoscerne il contesto storico e destinati a rimanere invisibili. 

Spunti come il Mausoleo Garibaldino, sorto per volere di Mussolini come monumento dedicato ai caduti per l’Unità d’Italia, che riporta il simbolo di Romolo e Remo allattati dalla Lupa Capitolina. Celebrati come due bambini eroici, sopravvissuti senza la propria madre e salvati da una lupa, per i quali davvero raramente – per non dire quasi mai – si fa riferimento alla tragica morte della loro genitrice, Rea Silvia, sepolta viva poiché accusata di tradimento al momento del concepimento dei due gemelli, frutto invece di una violenza sessuale da parte del dio Marte. Eppure, è proprio inneggiando al modello dei due bambini forti e invincibili che Mussolini fonderà all’interno dell’associazione giovanile Opera nazionale Balilla i cosiddetti Figli della Lupa, divisione dedicata ai bambini dai sei agli otto anni di età. 

DANIELA ORTIZ – I figli non sono della Lupa – Foto di Margherita Panizon – Hidden Histories 2021

Continuando la salita del Colle, si attraversa una sfilata di volti notialla Storia della Patria, “rigorosamente uomini e rigorosamente bianchi” come sottolinea l’artista. Tra i tanti, il mezzobusto di Nino Bixio, fra i primi generali italiani a superare il Canale di Suez, offre uno spunto di rimando al faro a Capo Guardafui in Somalia che Mussolini gli fece dedicare in memoria delle sue gesta, che sarebbero poi state portate avanti nella campagna di colonizzazione fascista dell’Africa Orientale. È proprio di quegli anni l’istituzione del cosiddetto madamato – dapprima attivo solo in Eritrea e a seguire in tutte le altre colonie italiane – una sorta di finestra legale creata ad hoc dallo Stato per autorizzare relazioni sessuali fra cittadini italiani (per lo più soldati) e le donne native delle terre colonizzate, nella maggior parte dei casi ancora minorenni. Controverso fu il caso di Indro Montanelli, che contrasse il madamato con una bambina eritrea di soli dodici anni, giustificando il suo gesto affermando quanto fosse una consuetudine per le donne di quei Paesi accettare tali costumi, facendo passare agli atti un grottesco senso di normalità verso eventi tanto inaccettabili. Una manipolazione che Daniela Ortiz individua anche nella statua monumentale dedicata ad Anita Garibaldi, rigorosamente a cavallo, cui Mussolini fa aggiungere un bambino in fasce e che diviene simbolo dell’Opera nazionale maternità e infanzia (OMNI), fondata nel 1925 allo scopo di proteggere e tutelare madri e bambini in difficoltà.

Proprio questo diviene il punto di partenza per la performance che l’artista presenta nella forma di un teatro di burattini, dal titolo I figli non sono della Lupa. Quell’opera nazionale maternità e infanzia, oggi identificabile con i Servizi Sociali, davanti alle storie di difficoltà, miseria, fame e disperazione delle madri migranti, tutela i loro bambini strappandoli al proprio nucleo materno di origine, adducendo la scusa che lo Stato salverà quelle creature indifese dall’incuria delle proprie famiglie, affidandole alle cure di una famiglia italiana diventando “figlio dello Stato. Un figlio di Italia, un figlio della lupa, finché una dolce famiglia bianca – con un padre bianco eterosessuale e una madre bianca eterosessuale, entrambi sani e con un contratto di lavoro conforme alle […] esigenze – riempirà i loro cuori caritatevoli del dolore” di quel bambino.

Quella mamma, che alla fine della performance riesce a strappare dalle braccia della lupa il suo bambino, deve poter essere la storia di tante altre madri. 

Dov’è mio figlio, sono passati molti anni, gli alberi sono cresciuti, i miei capelli sono cresciuti, mio figlio è cresciuto, il mio dolore è cresciuto, così tanto! Il numero dei bambini separati dalle loro famiglie è cresciuto, lo Stato è cresciuto, così tanto! Il razzismo è cresciuto! Il patriarcato è cresciuto così tanto!

Che non li si lasci crescere ancora, pensando che sia tutto perduto. 

DANIELA ORTIZ – I figli non sono della Lupa – Foto di Margherita Panizon – Hidden Histories 2021