Dan Rees, Matroneo Plasticine Paintings, 2012 plastilina, legno, rete metallica dimensioni ambientali – Courtesy galleria T293, Roma/Napoli

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Il progetto Ogni cosa a suo tempo è giunto alla sua V° edizione con la mostra delle opere di Dan Rees e Francesco Arena. Entrambe le proposte degli artisti si sono confrontate con lo spazio non facile degli antichi matronei della Basilica di Santa Maria Maggiore, Bergamo. Rees e Arena, scelti dai due curatori del progetto Stefano Raimondi e Mauro Zanchi, hanno rivelato anche in questa occasione quelli che sono i punti di forza – o di debolezza, dipenda da dove si punta il dito – della loro poetica.

Dan Rees ha scelto come spazio d’intervento le bifore e trifore cieche di uno dei due matronei a disposizione per il progetto. L’artista gallese decide dunque di ‘aprire’ uno spazio chiuso, attraverso ampi pannelli ricoperti di plastilina colorata. Inevitabile pensare alle vetrate istoriate di lontana memoria. Se allora la superfice vertosa era strumento quasi didattico per insegnare ai fedeli le storie di santi e martiri, ora, la stessa superfice trattata da un artista contemporaneo si trasforma in un’opaca e caotica materia informe che – Action painting insegna – rivela per molti verso la magmaticità della società contemporanea. Rees chiama il ciclo realizzato appositamente per la Basilica di Santa Maria Maggio, ‘Matroneo Plasticine Paintings’: una serie realizzata con ben 400 kg di plastilina, materiale che dal 1950 diverte i bambini perché duttile, morbida e, soprattutto, non si secca mai. La parte ludica, o meglio ironica, di quella che è da sempre la sua poetica, emerge anche in questa serie di opere. Trovo questa interpretazione suggestiva e ne apprezzo l’aspetto decorativo: stride infatti la pesantezza e serietà del marmo secolare con la leggera e vivace tonalità dei pannelli in plastilina.   Puntando il naso da molto vicino, noto ditate, stiramenti, grumi di pasta colorata e, non vista, affondo il dito nella plastilina lasciando un’innocua impronta del mio dito.

Francesco Arena, coerente con il suo modo di affrontare le tante storie che si concentrano nei luoghi, rilegge alcuni elementi del denso spazio espositivo. Tre le opere esposte: ‘Non’, una lastra di marmo spezzata a meta che riporta, tagliata, la scritta sottostante la lapide di Gaetano Donizetti (monumento funebre su progetto di Vincenzo Vela, presente nella Basilica), hic jacet (qui giace); due lastre di marmo – una nera e una bianca, riproducono fedelmente la pavimentazione a scacchi della Basilica  – che riportano speculari un aforisma di Sant’Agostino “Io stesso sono divenuto domanda”. Terza opera, forse la più poetica a mio avviso, un piedistallo d’argilla costruito in modo tale da permettere a Francesco, salitoci sopra, di guardare negli occhi il Sant’Alessandro rappresentato nel grande telero conservato nel matroneo. Capace di trovare sempre nuovi meccanismi formali appropriati, in questa occasione Arena perde un po’ di quell’intensità che invece noto in molte altre sue opere. E’ come se, per prestando fede al suo modus operandi, Francesco perdesse a volte di concentrazione…Ma questo capita a quasi tutti gli artisti che conosco…  La via intrapresa dall’artista – sviscerare e speculare su uno dei materiali più ambigui, scivolosi e contraddittori che ci siano, La Storia – è sicuramente tra le più difficili da interpretare, rappresentare e sostenere. A volte ci riesce magistralmente.

Francesco Arena, Senza titolo, 2012, argilla, cm 50x100x30 – Courtesy galleria Monitor, Roma

Francesco Arena, Non, 2012, marmo, cm 60x120x4 – Courtesy galleria Monitor, Roma

Francesco Arena, Senza titolo, 2012, pietra, cm 48x96x3 – Courtesy galleria Monitor, Roma