Colpisce leggere che il focus attorno cui ruota il concept di Santarcangelo Festival, quest’anno, sia la natura della paura. Soprattutto perché sia la Natura che la Paura hanno molte facce e dunque è difficile immaginare una programmazione che restituisca la varietà caleidoscopica del tema. Fortunatamente, un festival si può permettere di non essere per forza focalizzato e, a volte, tanto meno lo è tanto più risulta interessante. Esaurire il tema o argomentarlo in forma di tesi-antitesi-sintesi sarebbe noioso ancorché fuorviante, rispetto a quella magnifica libertà che il linguaggio performativo può instillare nello spettatore.
Così, mi sono imbattuta – per soli due giorni purtroppo – in progetti diversissimi, dalle qualità sceniche estetiche e concettuali complesse.

Tania ElKhoury © Tani Simberg

Tania ElKhoury © Tani Simberg

Tania El Khoury_AS FAR AS MY FINGERTIPS TAKE ME (10′)
Ideazione di Tania El Khoury, perfomer Basel Zaraa, musica di Basel Zaraa con Emily Churchill Zaraa, Pete Churchill

“Fino a dove mi porta la punta delle mie dita”. Il titolo della performance dell’artista britannica di origini libanesi Tania El Khoury, che a Santarcangelo ha proposto quest’anno un lavoro one-to-one performato dal musicista e artista palestinese Basel Zaraa, può essere formulato come un interrogativo esistenziale: dove mi porta la punta delle mie dita? Mi porta in un luogo dove le dita diventano impronte digitali che servono per marchiare e identificare l’essere umano. Ed è in effetti questo il primo gesto che il performer compie sullo spettatore inconsapevole, catapultato subito al di là del muro, empaticamente dentro la storia che sta per iniziare.
Lo spettatore partecipa fisicamente e letteralmente alla performance, indossando un camice e infilando un braccio nel buco di una parete bianca, guarda davanti a sè e porta delle cuffie alle orecchie per ascoltare una narrazione. La storia è narrata, cantata e disegnata sulla pelle con uno sfioramento lieve e lascia una traccia che alla fine potrebbe essere lavata via: è una storia personale perché racconta la vicenda di Basel Zaraa e del suo viaggio da rifugiato, dalla Palestina alla Siria all’Europa.
La performance, però, dichiara anche un’affermazione politica, che discute il concetto di confine tra essere attivo ed essere passivo, il concetto di separazione che divide spettatore e performer (o uomo e uomo), di costrizione e dell’essere in balìa di un altro essere umano, che è inaccessibile e che è vietato toccare dietro la parete ma di cui si sente la voce, il tocco e la presenza. Alla fine, un rap in lingua araba scritto dallo stesso Zaraa che accompagna il pensiero: “Crossing the border means leaving behind a 75% chance of death Not from random shelling, barrel bombs, or even whippings You enter, and just like everyone else, you nod your head with each rejection say what you like, but all this won’t cost you more than $1000…”
http://taniaelkhoury.com/as-far-as-my-fingertips-take-me/

Mallika Taneja © Tani Simberg

Mallika Taneja © Tani Simberg

Mallika Taneja © Tristan Petsola

Mallika Taneja © Tristan Petsola

Mallika Taneja_BE CAREFUL (THODA DHYAAN SE) (20′)
Ideazione e performance di Mallika Taneja

Entra in scena una ragazza indiana, giovane e magra, è nuda e attorno a lei stoffe coloratissime appese a strutture di ferro. La ragazza è immobile davanti al pubblico ma muove impercettibilmente gli occhi e inizia a pettinarsi e ad acconciarsi i capelli. Comincia a parlare solo dopo diversi minuti.
Usa i tessuti per ricoprire il proprio corpo, li sovrappone l’uno sull’altro infagottandosi, anche buffamente, per nascondere e negare la propria femminilità, rendendo evidente la questione di fondo di questa performance. Fare attenzione, prendersi le proprie responsabilità, proteggersi dagli sguardi e dai contatti (anche se cercati e voluti), annullare la voglia di essere riconosciute come essere umani desideranti e sensuali.
“Stai attenta” è la dichiarazione contenuta nel titolo della performance di Mallika Taneja. Una dichiarazione che tutte le società tendono ad affermare ma soprattutto legata all’esperienza esistenziale e culturale dell’artista, che vive a Nuova Delhi e che riconosce nell’India che vive una spinta protettiva, paternalistica e familistica insopportabile. Velo dopo velo, abito dopo abito, il corpo della performer e il suo universo d’appartenenza si copre, svelandosi intimamente e ironicamente.

Anna Rispoli © Tani Simberg

Anna Rispoli © Tani Simberg

Anna Rispoli © Tani Simberg

Anna Rispoli © Tani Simberg

Anna Rispoli, Lotte Lindner & Till Steinbrenner_YOUR WORD IN MY MOUTH – BRUSSELS TAKE (circa 90′)
Ideazione di Anna Rispoli, Lotte Lindner & Till Steinbrenner, regia Anna Rispoli

La performance in forma di conversazione di Anna Rispoli, Lotte Lindner & Till Steinbrenner nasce da un progetto di raccolta di interviste, che sono state registrate a Bruxelles tra il novembre 2017 e l’aprile 2018. Gli spettatori coinvolti – siamo allo Stadio di Santarcangelo in questa sessione ma l’azione si svolge in diversi luoghi della città a orari differenti – devono prendere parte alla performance per attivarla. Il lavoro performativo inizia se, una volta seduti in cerchio, gli spettatori decidono – copione alla mano – di incarnare uno dei protagonisti de “La tua parola nella mia bocca”: Jean-François, Ella, Philippe, Princesse, Ivo, Tahel, Ines e suo fratello sono persone reali, che realmente hanno affermato e discusso ciò che gli spettatori interpretano nella finzione. Una finzione che tuttavia porta il pubblico a immergersi nel ritmo, nell’intonazione, nel tono di voce, nella gestualità della persona interpretata. E il tema discusso è quello più personale e universale di tutti, l’amore. Un tema che scalda e divide gli animi ma che connette nel dialogo le differenze di genere, etnia, età e ceto sociale. La regista del progetto Anna Rispoli, parte del collettivo Zimmerfrei e artista che vive attualmente a Bruxelles interessata alle pratiche artistiche partecipative e relazionali, crea un progetto coinvolgente e vivo nella sua apparente semplicità drammaturgica e scenica, collaborando per la seconda volta con Lotte Lindner e Till Steinbrenner dopo The invention of the elevator (2011).

Nicola Gunn PPGB 8 © Sarah Walker

Nicola Gunn PPGB 8 © Sarah Walker

Nicola Gunn PPGB 4 © Zan Wimberley

Nicola Gunn PPGB 4 © Zan Wimberley

Nicola Gunn_PIECE FOR PERSON AND GHETTO BLASTER (70′)
Ideazione, drammaturgia, regia e performance di Nicola Gunn, coreografia Jo Lloyd, musiche e sound design Kelly Ryall

Folgorante, illuminante e ironica è la prova di Nicola Gunn, artista australiana che cura l’ideazione, la drammaturgia, la regia e la resa performativa di “Piece for Person and Ghetto Blaster”: una performance brillante, acutissima, che si colloca tra danza contemporanea, teatro, racconto giallo, saggio argomentativo-filosofico e musical – in un qualche modo.
La storia che racconta è solo apparentemente semplice: un uomo lancia da un canale di Ghent, in Belgio, dei sassi contro un’anatra mentre una donna – straniera in terra straniera – passa di lì, vedendo la scena. Perché l’uomo si trova in quel luogo? Qual è la sua storia? Perché compie quel gesto? Cosa deve fare la donna che passa di lì? Dove sta andando? Qual è il punto di vista dell’anatra che subisce l’aggressione?
Gli scenari che si aprono sul palcoscenico sono, immediatamente, moltissimi. Gli indizi portano tutti a una soluzione non univoca del dilemma morale per eccellenza: come reagire alla violenza? Si può relativizzare? Si può non agire?
Nicola Gunn attraversa, nel lavoro, tonalità emotive sfaccettate e studia la tensione etica che precede e accompagna la scelta – la rabbia, la resa, l’incertezza, l’indifferenza, la violenza…; e indaga il dubbio che ogni presa di responsabilità porta sempre con sè.
Costruendo una narrazione avvincente, ritmica, sghemba e surreale, come la coreografia che mette in scena, coinvolge tutti in una vera e propria disamina filosofica. Lascia le porte aperte all’interpretazione, scambia le gerarchie tra i personaggi, depista lo spettatore e scardina il ruolo del “cattivo” della storia. Mostra, alla fine dei conti, una storia banale, possibile, quotidiana, potente e universale.
https://vimeo.com/146959463
L’ultima cartolina da Santarcangelo è un “PANORAMA” che Motus presenta già a dicembre 2017, a New York, debuttando poi a inizio 2018 in Italia: lo spettatore che conosce il bellissimo MDLSX, ritrova in scena tutto il peso e la forza del lavoro, gli stilemi ormai collaudati di Motus e il loro potere seduttivo anche se, in questo caso, le biografie raccontate, cantate, danzate, mimate, sono mescolate le une con le altre e intersecate (finzionalmente o meno), restituendo a 360 gradi un’avventura umana poliedrica che ha fatto la storia del teatro: Ellen Stewart, La MaMa e i suoi attori, il teatro off newyorkese e la visione a tutto tondo di una famiglia artistica esplosa, esagerata, che fa girare la testa.