Installation view - Cuore di tenembra - OGR Torino - Ph. Credits Andrea Rossetti

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In occasione della mostra collettiva Cuore di Tenebra. Castello di Rivoli@OGR.1. Può l’arte prevenire gli errori? fino al 19 Maggio 2019 nel Binario 2 delle OGR- Officine Grandi Riparazioni di Torino, abbiamo posto alcune domande alla curatrice Marcella Beccaria, Capo Curatrice e Curatrice delle Collezioni del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea. La mostra segna la seconda tappa della collaborazione tra Ogr e Castello di Rivoli, iniziata in occasione dell’inaugurazione delle Ogr, con la curatela e la produzione dell’installazione pubblica nella corte est di Procession of Reparationists (2017) di William Kentridge.

Mariacarla Molè: Il titolo della mostra evoca un contesto storico e letterario specifico, quello della causa abbracciata da Joseph Conrad contro la campagna coloniale intrapresa da Leopoldo II di Belgio in Congo nella seconda metà dell’Ottocento. Campagna travestita da crociata che avrebbe portato progresso e civiltà laddove regnava incontrastato uno stato di wilderness, e ne avrebbe squarciato le tenebre. Ora, in un contesto contemporaneo cosa dobbiamo aspettarci che evochi il riferimento a questa darkness, così definita da Conrad non senza una certa asprezza sarcastica, già nel titolo di Heart of Darkness?

Marcella Beccaria: Per il titolo ho preso in prestito la celebre opera di Conrad, che sappiamo è parte dell’immaginario collettivo anche grazie al film Apocalypse Now (2001) di Francis Ford Coppola. Cuore di Tenebra è un romanzo breve, ma complesso, e la sua bellezza è anche quella di aver suscitato interpretazioni tra loro discordi. Per la mostra, mi interessava un titolo che potesse evocare in senso ampio la consapevolezza che il cuore umano mantiene sempre e comunque un lato oscuro. La mostra si riferisce infatti a questa costante della condizione umana, allo stato di violenza diffusa, di guerre, e alle enormi disparità di genere e razza che continuano a caratterizzare il nostro presente, come se non riuscissimo a imparare mai abbastanza dal nostro passato. Vorrei anche aggiungere che la mostra nasce da una serie di riflessioni, portate avanti con gli artisti con cui ho avuto modo di lavorare in questi anni, rispetto a cosa succede in un mondo che, nonostante l’inarrestabile avanzamento tecnologico, rimane un luogo buio e irrazionale. Gli artisti hanno sempre grande consapevolezza e mi sembrava importante dare peso agli interrogativi che si pongono riguardo ai modi in cui l’essere artista e il fare arte possano avere un significato in un presente tanto drammatico.

MM: Questo ci porta al sottotitolo, Può l’arte prevenire gli errori? È una domanda ambiziosa e aspettiamo con gli occhi spalancati di capire come questo possa essere possibile. L’arte può raccontare e registrare i fallimenti del genere umano, e penso ad esempio ai reportage di Massimo Grimaldi in Sierra Leone, o al lavoro di Maria Teresa Thereza Alves che, a partire da una selezione di piante considerate autoctone della Sicilia, ne rivela delle origini sanguinarie fatte di violenze e conquiste. Ma può l’arte costruire un’altra condizione d’esistenza a partire da un cambio di paradigma? 

MB:  L’ambizione che sta dietro al sottotitolo è vastissima, forse utopica. Ma, come a scuola ci è stato detto che è utile studiare la Storia per poter imparare dagli errori del passato, l’arte, come forma di conoscenza, può ben rivendicare una simile ambizione. Sono fermamente convinta che gli artisti, pur agendo nel loro ambito specifico, riescano a sollevare consapevolezza su determinati argomenti, salvando talvolta frammenti di storia che rischiano di andare dimenticati.
I due esempi che citi sono significativi di quello che l’arte può fare e dimostrano due diversi modi di affrontare la questione. Massimo Grimaldi ha cercato di utilizzare il proprio lavoro per valicare il confine tra mondo dell’arte e realtà, e le sue opere hanno dimostrato di avere il potere, se non di cambiare, perlomeno di modificare la realtà. Negli ultimi anni ha partecipato a numerosi premi dedicati all’arte contemporanea e ha scelto di devolvere tutte le vincite alla causa di Emergency, tracciando un legame incisivo tra l’arte e le vicende contemporanee.

Quello di Maria Thereza Alvez è un approccio differente, la sua ricerca ruota intorno a storie più nascoste, che l’hanno portata a studiare come storicamente i viaggi di conquista e presa di possesso della terra, abbiano portato delle trasformazioni ancora oggi presenti nel mondo vegetale. Quelli che consideriamo elementi endemici di un determinato luogo sono talvolta, ci dice l’artista, frammenti di una storia lunghissima che, nello specifico dell’opera in mostra, ha avuto inizio con i viaggi di Cristoforo Colombo.
Poi ci sono in mostra altri artisti, ciascuno presente con la propria precisa poetica. Le opere provengono dalle collezioni del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e per la maggior parte sono scelte tra quelle che la Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea Crt ha comprato negli anni su indicazione del Museo.

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MM: Brasile, Cuba, Egitto, Israele, Italia, Libano, Messico, Polonia, Portogallo, Stati Uniti sono i paesi di origine degli artisti in mostra. Che geografia disegna questa scelta?


MB: Sono i paesi di origine, ma nella maggior parte dei casi non corrispondono ai paesi in cui gli artisti effettivamente vivono e lavorano. La geografia dell’arte contemporanea sappiamo è assolutamente mobile e nomade, così come è per una parte del mondo attuale nel quale il movimento delle persone è sempre più intenso.

MM: Se alla fine ottocento il dualismo natura-cultura aveva un ruolo centrale e permetteva anche di legittimare il colonialismo, ora assistiamo al collasso di questo binomio, e penso alle cosmogonie post-naturali di Neves Marques o anche alla performance di Allora e & Calzadilla, in cui l’essere umano si fonde col pianoforte dando vita a una creatura ibrida, corpo e macchina insieme. In seguito a questo collasso che ruolo può avere l’essere umano in un futuro possibile?

MB: La mostra presenta opere che vanno molto indietro nel tempo con riferimenti agli albori della civiltà con il lavoro di Roberto Cuoghi che si ispira alla caduta di Ninive, per arrivare al futuro con artisti come Neves Marques, o meglio a una sorta di post-presente che potrebbe realizzarsi a breve. Neves Marques racconta un mondo in cui gli androidi sono una presenza quotidiana, parte integrante della vita di ogni giorno. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, che promette di migliorare qualità e aspettative di vita. Quello che è interessante nel suo lavoro è il modo in cui esso mette in luce la persistenza, in questo futuro prossimo, di vecchi stereotipi, e lo fa strizzando l’occhio alla fantascienza e adottando un punto di vista femminista.

MM: Quando Marlow arriva nel presunto cuore delle tenebre lo trova avvolto in una nebbia lattiginosa. Dobbiamo aspettarci, in questa discesa verso ciò che è più oscuro, di restare abbacinati da qualcosa di non completamente intellegibile, sospeso tra conscio e inconscio, tra verità e menzogna?


MB: La mostra vuole porre domande, non necessariamente offrire risposte certe. Nel corso dell’installazione mi sono posta il problema di poter costruire nello spazio delle Ogr un percorso che avesse qualcosa di atmosferico, lavorando sulla resa di un certo ritmo espositivo e su un’idea di illuminazione, in modo da disporre al meglio le opere in dialogo con gli spazi delle Ogr che sono fortemente connotati e anche definiti da una precisa collocazione nel tessuto storico della città, a due passi dal Carcere Le Nuove, una prigione costruita a struttura panottica.

Installation view - Cuore di tenembra - OGR Torino - Ph. Credits Andrea Rossetti

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MM: Emotivamente la mostra può svegliare diverse sensazioni, si provano orrore e ribrezzo davanti alle Trapanaciones stridenti e intollerabili di Teresa Margolles, pericolo costante davanti al tappeto di cavi scoperti realizzato da Mona Hatoum, terrore davanti alle preghiere rivolte a divinità sorde nel lavoro di Roberto Cuoghi, e ancora una ilarità nerissima davanti alla metafora impietosa di Maurizio Cattelan. Pare che non si possa scappare da se stessi, bisogna affrontare la parte più torbida del proprio io. Come in un rito di purificazione. È così? O forse ho esagerato tratteggiando un quadro troppo drammatico? 


MB. Come ho detto la mostra vuole suscitare interrogativi ed emozioni, quindi ognuno è libero di reagire come preferisce. Diciamo che è indubbio che le opere in mostra hanno una grande forza, e che riescono a toccare diverse corde, dalle più razionali alle più irrazionali. Mi auguro che il progetto ponga le condizioni per suscitare in chi lo visita un coinvolgimento emotivo. Da parte loro, gli artisti si propongono con la loro grande sensibilità e questo ci tengo a dirlo, sempre con un approfondito lavoro di ricerca attraverso fonti e archivi per scandagliare al meglio i temi alla base delle loro opere. La mostra raccoglie opere profonde e sapienti, opere che possono insegnarci molto anche rispetto ai modi in cui la Storia può essere scritta e tramandata.

MM: Le questioni poste in mostra riguardano insieme il passato e il presente, e le ricerche che avviano a tratti si configurano come una rilettura del passato, nel tentativo di trovare punti di vista inediti (Wael Shawky), o di aggiungervi capitoli (Allora & Calzadilla) o di rivedere i meccanismi di produzione di conoscenza (Goshka Macuga) o ancora di fare delle congetture su qualcosa che non sapremo mai com’è stato realmente (Roberto Cuoghi). La storia, sembra essere un elemento imprescindibile. È da lì che bisogna partire?
 

M. B. Il riferimento al passato nei lavori in mostra è molto preciso e ha sempre una sua ragion d’essere. Shawky ad esempio fa riferimento alle crociate e attraverso queste affronta quello che continua a essere lo scontro tra Oriente e Occidente, tra determinate concezioni e narrazioni, spesso piuttosto connotate. Roberto Cuoghi ci racconta la storia della distruzione di una delle più grandi civiltà della storia umana, quella degli Assiri, ambientata negli ultimi giorni di Ninive, nell’attuale Iraq, una storia antichissima che ha un legame forte col presente perché, solo tra il 2016-2017 le antiche mura della città, che erano rimaste seppellite per secoli, sono state distrutte con le ruspe dall’Isis.
Sono riferimenti storici che pur guardando lontano nel tempo riescono a parlare del presente drammatico con cui siamo chiamati a confrontarci quotidianamente.

Installation view - Cuore di tenembra - OGR Torino - Ph. Credits Andrea Rossetti

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