Cosimo Filippini, Rampante, 2020 Museo d’arte di Mendrisio, Casa Pessina, Ligornetto A cura di Barbara Paltenghi-Malacrida Testo di Danaé Panchaud
Cosimo Filippini, Rampante, 2020 Museo d’arte di Mendrisio, Casa Pessina, Ligornetto A cura di Barbara Paltenghi-Malacrida Testo di Danaé Panchaud

Testo di Samuele Menin —

Da bambino, quando avevo lo sguardo perso nel vuoto, mio padre soleva ripetermi: “Samuele Gli asini non volano”. Ora, dopo aver visto Rampante, la personale di Cosimo Filippini, a Casa Pessina di Ligornetto, sede distaccata del Museo d’Arte di Mendrisio, sarei felice di poter replicare: “Babbo, ma gli alberi, sì”. 
Sulle pareti della sala scorrono, infatti, alcuni scatti della serie Botanica, i cui i protagonisti sono abeti, aceri, betulle e faggi non saldamente radicati alla terra come solitamente li vediamo, ma inaspettatamente sospesi in cielo. L’artista in questo ciclo di lavori ha rivolto il proprio sguardo all’attimo in cui le piante, in alcune località della Svizzera, dopo essere abbattute, vengono rimosse e spostate con un elicottero dal luogo che le ha viste crescere, nel loro “ultimo viaggio” dando vita, per chi le sa guardare, a delle immagini da sogno.
Gli arbusti legati a queste corde diventano “altro”: performer circensi colti nel culmine della loro azione, fogliame come chiome al vento, rami e tronco come braccia e gambe in posa. Ricordano per assonanza visiva le protagoniste femminili delle famose serie fotografiche bondage di Nobuyoshi Araki, ma se le fotografie del giapponese rimangono racchiuse nella loro bidimensionalità, quelle di Filippini tendono a una tridimensionalità che ne fa sculture. Per lui la tecnica fotografica non pare essere il fine, ma semplicemente il mezzo attraverso cui indagare una realtà fatta di volumi e superfici e come tale produttrice seriale di sculture che bisogna essere bravi a cogliere nella loro fugacità.
Una ricerca che l’artista decide di esplicitare ancor meglio con l’esposizione studiata ad hoc di due delle fotografie, Botanica #6 e Botanica #16, che proprio come gli alberi ritratti vengono fisicamente  sospese nella sala con un sistema di cavi d’acciaio e pesi distaccandosi dalle pareti e dando un nuovo ritmo alla partitura allestitiva della mostra. 
Un allestimento giocato sul perfetto equilibrio tra le opere e il bianco delle pareti, tra i pieni e i vuoti, tra gli alberi ritratti e gli alberi reali che si intravedono dalla finestra che corre lungo l’intera lunghezza di una delle due pareti principali.  

Cosimo Filippini, Rampante, 2020 Museo d’arte di Mendrisio, Casa Pessina, Ligornetto A cura di Barbara Paltenghi-Malacrida Testo di Danaé Panchaud
Cosimo Filippini, Rampante, 2020 Museo d’arte di Mendrisio, Casa Pessina, Ligornetto A cura di Barbara Paltenghi-Malacrida Testo di Danaé Panchaud

Una disposizione equilibrata per opere compositivamente perfette nella centralità del soggetto.
Filippini, qui come nelle sue serie fotografiche precedenti, persegue una serialità non dissimile a quella che ha condotto il pittore impressionista Claude Monet a dipingere per circa duecentocinquanta volte delle ninfee, con il medesimo approccio e attenzione al mutare della luce, dei colori e conseguentemente dell’atmosfera. Filippini, come il famoso francese, ci conduce a scoprire la bellezza dei minimi cambiamenti dettati dal trascorrere del tempo, un elemento naturale del mondo che può regalare bellezza. 
Avvicinandosi poi ai singoli scatti si colgono quei dettagli che rendono ogni singola opera unica: un ramo che si stacca, le foglie che volano via per il vento, una nuvola di passaggio o delle macchie di colori spray sul tronco, elementi che Filippini in alcuni casi ha deciso di isolare in altre due serie esposte: Rilievo (corteccia) e Tracciante. Qui la superficie rugosa e materica della corteccia degli alberi diviene protagonista, e se le fotografie precedenti hanno il sapore delle pitture romantiche di Caspar David Friedrich, queste hanno la forza delle opere informali di Jean Dubuffet. 
Nel percorso espositivo vi è anche spazio per un piccolo scatto autonomo Rampante (sedia): una sedia sospesa a un tronco a un’altezza vertiginosa con le gambe nel vuoto, apparentemente inutilizzabile, ce ne si chiede il perché… che forse l’artista nel suo peregrinare abbia trovato il bosco abitato dal suo quasi omonimo Cosimo Piovasco di Rondò e protagonista del famoso romanzo di Italo Calvino, Il Barone Rampante chiaramente omaggiato nel titolo della mostra?
Comunque un gesto nonsense anonimo che ha ispirato Cosimo Filippini a realizzare le opere successive. Un punto di vista atipico per un artista che fa un uso atipico della macchina fotografica, molto più simile a quello del lapis di un disegnatore, del pennello di un pittore o dello scalpello di uno scultore.

Cosimo Filippini, Rampante, 2020 Museo d’arte di Mendrisio, Casa Pessina, Ligornetto A cura di Barbara Paltenghi-Malacrida Testo di Danaé Panchaud
Cosimo Filippini, Rampante, 2020 Museo d’arte di Mendrisio, Casa Pessina, Ligornetto A cura di Barbara Paltenghi-Malacrida Testo di Danaé Panchaud
Cosimo Filippini, Rampante, 2020 Museo d’arte di Mendrisio, Casa Pessina, Ligornetto A cura di Barbara Paltenghi-Malacrida Testo di Danaé Panchaud