Edoardo Caimi, Untitled, 2016
Edoardo Caimi, Silver trap, 2018
Edoardo Caimi, Untitled, 2018

Intervista di Alessandra Giacopini —

Nell’era del post-quarantena la linea che marca il confine tra territorio interno ed esterno è stata completamente eliminata, la natura ha perso la sua forma e la sua funzione e si è fusa e confusa con noi e con le nostre case, diventate estensione dei nostri corpi. Così le rovine sono diventate interne alla mente umana.
Nel maggio 2020 stavamo piano piano uscendo dal confinamento e, così come i corpi, anche i pensieri riprendevano lentamente a scorrere, a immaginare, a ricercare l’aperto e a condividere vulnerabilità e sensibilità. Allora è iniziata la mia interessata conversazione con Edoardo Caimi, artista milanese che verte la sua ricerca artistica su questi temi.
Caimi indaga il rapporto tra uomo, natura e tecnologia con riferimenti alle teorie survivaliste, in contesti post-apocalittici e di fallimento della società, e ci racconta, attraverso una produzione visuale e poetica, una storia che riguarda le rovine psicologiche e culturali della contemporaneità.

Tra le sue mostre più recenti vi sono A year Without Summer  presso la galleria The Address, Brescia e B.L.I.S.S. da T293, Roma.

Alessandra Giacopini: Rifletto spesso sul concetto di tempo. In questo periodo, però, mi sono focalizzata soprattutto sull’espressione di tempo come un “qualcosa che passa”, una forza da subire, ma non mi trovi d’accordo con questa definizione. Durante i mesi di quarantena, per esempio, è stato difficile concretizzare il suo passare e impossibile subirlo passivamente. Nonostante la costrizione fisica che ha obbligato alla distanza sociale, penso che molte persone abbiano invece acquisito una libertà importantissima, ossia la possibilità di decidere come impegnare il proprio tempo. Forse si può dire di aver raggiunto una reale forma di Libertà. Che paradosso assurdo, tu dirai! Si è rinchiusi ma alla fine liberi! Sarebbe interessante se questa libertà potesse diventare anche uno strumento atto a definire noi stessi.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi tu. Secondo te si può vivere il tempo in altro modo e non solo come “qualcosa che passa”? Come vivi tu il tempo? Il tuo tempo da artista coincide sempre con il tuo tempo come individuo?

Edoardo Caimi: Sono d’accordo con te riguardo la percezione del tempo e di come questa quarantena abbia aiutato a viverlo in maniera differente.
In passato consideravo il tempo come il nemico: lui passa inesorabile e tu devi essere bravo a non rimanere indietro. Questo è stato il mio pensiero per molti anni mentre adesso ho un rapporto più rilassato con questa dimensione. Il tempo lo rispetto e non lo considero più una minaccia da quando ho deciso chi voglio essere e come voglio vivere la mia vita. Oltretutto penso che la percezione del tempo cambi non solo da come lo impieghi ma anche da dove lo vivi. Penso che la città con i suoi ritmi tenda a inculcare negli individui un’idea di perdita di tempo, un’ansia che si alimenta con il concetto tempo = denaro.
Per questo appena posso cerco di stare in mezzo alla natura e di passare periodi in montagna. Lì il tempo è più gentile e mi permette di concentrarmi senza avere pressioni esterne.
Il tempo è il movimento delle stelle e dei pianeti e siamo noi a decidere se farci trascinare o muoverci liberamente all’interno di questo meccanismo.
Ecco perché il mio tempo come individuo coincide con il mio tempo da artista. È un argomento su cui si possono fare un sacco di ragionamenti. Il tempo esiste davvero?

AG: Mi piacerebbe essere in grado di rispondere a questa domanda. Probabilmente si stabilisce l’esistenza di un tempo proprio quando esso viene colmato di momenti e avventure o quando certi ricordi vengono impressi in un determinato istante; in un certo senso siamo noi gli inventori del nostro tempo.
Rimanendo su questo filone, vorrei analizzare come attraverso il tuo lavoro ti approcci alle teorie survivaliste, che implicano un forte isolamento rispetto al caos urbano, e ti portano a trascorrere molto tempo in una solitudine quasi meditativa. Nel suo libro-guida sul survivalismo
Wilderness Survival – A guide to the aesthetics of Survivalism, Anna Bak sostiene che la natura selvaggia, tanto ricercata dai sostenitori di questo fenomeno, “motivati dal desiderio di sfuggire alle ambiguità specifiche della vita nel presente”, si possa tradurre come uno spazio sia fisico che mentale. Tu condividi questa necessità, sia materiale che psicologica, di sfuggire la contemporaneità? Come nasce la tua esigenza di esplorare luoghi pastorali o isolati? E ancora, come si è formato il tuo interesse verso queste tematiche? In che modo poi riesci a trasferire queste esperienze solitarie e riflessive nelle tue opere?

EC: Sono cresciuto in un luogo abbastanza isolato e circondato dalla natura. I boschi vicino a casa sono stati il mio playground fino a quando non mi sono trasferito con la mia famiglia in una città della pianura padana. Crescendo riscopro nell’esplorazione della campagna e di edifici abbandonati quella sensazione che fin da bambino mi stimolava a immaginare mondi fantastici. Credo quindi che sia un inclinazione intrinseca del mio carattere. L’isolamento in natura, la ricerca di fabbriche o cascine abbandonate, mi riporta a quella condizione spensierata di gioco che vivevo da bambino. Spesso le mie opere nascono in maniera embrionale durante queste esperienze. Sono un tentativo di tradurre in forma sensazioni e visioni. Anche quando mi servono materiali o nuovi elementi, a volte, mi piace recuperarli direttamente in queste ricerche e farmi ispirare da quello che trovo.
Stiamo vivendo l’epoca dell’antropocene in cui l’ambiente terrestre viene fortemente condizionato dagli effetti dell’azione umana e le conseguenze sono evidenti.
Sono affascinato dal survivalismo perché in esso ci vedo una filosofia anarco-romantica che si contrappone a questa società senza coscienza ambientale. Un altro aspetto per cui provo una certa attrazione è il fallimento generale della società e l’ipotetica apocalisse, sotto forma qualsiasi, che porta con se un nuovo inizio.

Edoardo Caimi, Melancholy object / home smell, 2019
Edoardo Caimi, Liver for leaving, 2019

AG: Mi affascina la tua idea di un survavilismo anarco-romantico e vorrei che me la spiegassi meglio. La poetica dei survivalisti implica necessariamente la presenza dell’uomo nell’ambiente, necessaria alla sostenibilità della natura; viene così a crearsi un’interdipendenza indispensabile alla sopravvivenza reciproca. La tua idea di romantico deriva forse da questo prendersi cura l’uno dell’altra? La domanda successiva, che sorge spontanea, è se la natura ha davvero bisogno di questa azione di salvaguardia dell’uomo. Mi sembra che l’emergenza che stiamo vivendo abbia segnato la sua supremazia sull’essere umano e sulla tecnologia. Forse siamo noi ad avere più bisogno di lei che non viceversa? Sono, questi, degli aspetti che indaghi nel tuo lavoro?

ED: La mia idea di romantico viene da una visione di libertà alla base dell’individuo, di speranza e giustizia ambientale, di ritorno al primitivo e a pratiche ancestrali. Sono questi elementi che mi interessano del survivalismo e che indago in questo momento nel mio lavoro, ponendoli sullo sfondo di uno scenario dispotico in cui la tecnologia o diventa vittima o diventa alleata della natura. Come dici giustamente tu, l’ambiente non ha bisogno della nostra salvaguardia perché, a lungo andare, probabilmente sarà l’essere umano a pagarne le conseguenze in futuro.

AG: Leggendo delle tue esplorazioni, che ti riportano a immaginari vissuti da bambino, e delle installazioni improvvisate poi trasferite in studio, mi è venuto in mente un libro di Gianni Rodari: Grammatica della fantasia (1973). In questo meraviglioso scritto viene sottolineato quanto la fantasia sia uno strumento così potente durante l’età infantile e quanto diventi poi un motore dei nostri processi creativi futuri, liberi di svilupparsi in maniera tentacolare, ondulare.
Allora mi viene da pensare che il fare arte non significhi semplicemente rappresentare le cose bensì lasciare che gli oggetti prendano vita, o si tramutino in un’eco, e mi pare che questo funzioni molto nel tuo lavoro. Nelle tue installazioni incontriamo spesso materiali e utensili che ritornano, come zaini, scarpe, sassi o altri elementi naturali, ma anche lamiere, gomme, reti, fango, catene, ossa. Qual è il tuo legame con questi oggetti, o queste
tracce di oggetti?

ED: Accostando residui artificiali e materiali naturali, indago con i lavori una percezione di vita intesa come transito e da questo, attraverso l’azione umana nel tempo e viceversa, la traduzione in un segno. Mi piace caricare le opere di significati intimi con l’utilizzo di elementi che hanno un valore proveniente dal mio trascorso. In generale è il mistero che cerco di avvicinare anche nella personale percezione dei miei lavori.

AG: Sono curiosa di sapere da quali oggetti è composto il tuo kit di sopravvivenza. Ti va di inviarmi una foto?

EC: Non ho un kit di sopravvivenza predefinito. Nel mio kit di sopravvivenza ci sono per lo più amuleti e portafortuna che ho raccolto nel corso del tempo:

© Edoardo Caimi, kit di sopravvivenza

Spray argento
Ramo amazzonico con tecnologia primitiva
Pipetta
Quarzo del Lago Nero
Sasso con licheni della Patagonia
Liana di Ayouashca
Pila
Mascherina
Utensile di pietra
Fischietto inca
Lacrima di montagna
Palo santo
Corda
Coltello
Pennarello / matita
Diario
Borraccia


AG:  Che cos’è la Lacrima di montagna?

EC: La lacrima di montagna è un pezzo di roccia a forma di lacrima che ho trovato passeggiando nei boschi. È così incredibilmente regolare negli spigoli che non sembra naturale. Nella foto si trova tra il fischietto inca e la borraccia.

AG: Questa composizione fotografica rispecchia molto il tuo lavoro: gli elementi sono tutti ricorrenti nella tua poetica, così come la presenza di attrezzi naturali intrecciati a quelli umani; questi oggetti potrebbero essere frammenti di future opere e allo stesso tempo sono dei ritrovamenti, dei reperti. Tempo passato e futuro si mescolano perfettamente, natura e cultura anche.
La bomboletta spray, per esempio, è stata uno strumento fondamentale per lo sviluppo embrionale del tuo stile, il quale va ben oltre il post-graffitismo e fugge una possibile categorizzazione. Differenziandosi dai segni tipici dei writer, ossia le
tag, il tuo tratto è da sempre molto più concettuale ed essenziale, spesso formato da semplici linee e schizzi. Contornando dei vuoti e delle assenze di materia, riesci a creare immagini nuove ed enigmatiche. Sono molto interessata a queste tue sperimentazioni segniche e le reputo molto delicate e poetiche; sono delle nuove interpretazioni visive di segni pre-esistenti non destinati a noi ma anche delle trasformazioni di vuoti in pieni.
Come definiresti questo tuo fare arte? E cosa rappresentano per te la linea e il contorno?

ED: Un aspetto fondamentale che ha caratterizzato la pratica del fare graffiti in provincia, è la ricerca del giusto spot, tramite l’esplorazione di cascine e fabbriche abbandonate nella campagna. Il territorio ha sempre influenzato indirettamente i miei disegni fino a legarsi profondamente con l’idea progettuale. Evolvendo lo stile dei graffiti il contesto in cui dipingevo ha preso sempre più importanza diventando fondamentale nella composizione dell’immagine e nello sviluppo di un’atmosfera. Quello che faccio ha quindi un forte legame con la terra, la campagna, il folklore, la presenza umana e i suoi scarti e punta ad evidenziare questi aspetti.
Inizialmente il contorno rappresentava un gioco, derivante da un estrema semplificazione del disegno. L’outline (il contorno della forma) è l’ultimo gesto che “chiude” il graffito. Applicando questo principio a ingombri e volumi preesistenti l’idea era quella di trasformare essi stessi nei miei graffiti. La linea successivamente ha acquisito un significato più legato al gesto: un simbolo di esistenza e di passaggio nella sua forma più primitiva.

Edoardo Caimi, Signal to get lost ||, 2019
Edoardo Caimi, Barricata 3, 2019

AG: Anche la fotografia ha un ruolo importante nel tuo processo creativo?

EC: Certo, la fotografia ha un ruolo molto importante nel risultato perché le installazioni, come i graffiti, vengono ragionati in base a quello che gli sta attorno. L’opera e il contesto in cui essa vive diventano un’unica immagine, un’atmosfera che viene sintetizzata nella fotografia.

AG: Su cosa stai lavorando in questo periodo?

EC: Sto sperimentando nel mio studio con vari materiali, tra cui l’argilla grezza, e portando avanti simultaneamente tutte le idee accumulate da questo periodo. La quarantena, per esempio, mi ha dato la possibilità di riprendere a fare musica, un elemento che in futuro mi piacerebbe integrare nei miei lavori.

AG: Non sapevo facessi musica, raccontami! Tra l’altro è interessante come la musica venga descritta come una tra le arti temporali, proprio come lo sono poesia e letteratura. Inoltre la musica ha un suo ciclo di vita, con una sua nascita e una fine ben precise, a differenza dell’opera d’arte, la cui durata è indefinita. Nessuno sa quanto duri veramente un’opera d’arte.
Hai già qualche idea in mente su come vorresti integrarla nelle tue opere?

EC: Suonavo la chitarra in un gruppo post-hardcore fino a pochi anni fa. Per tanti anni suonare è stato al centro della mia vita e ancora oggi mi sento influenzato da quel periodo. Quando il gruppo si è sciolto ho iniziato a comporre da solo in casa nel tempo libero; mi sono reso conto che fare musica è una necessità fondamentale della mia vita, è un mondo nel quale mi sento sicuro e a mio agio. Quando riesco a trasformare le idee e le atmosfere che ho in testa in suoni e melodie la sensazione è molto soddisfacente. Non sono ancora sicuro di come voglio integrare questa dimensione alle mie opere, probabilmente attraverso l’uso di audiovisivi oppure con azioni performative. 

AG: Poco tempo fa mi sono appuntata questa frase di Deleuze che mi torna sempre in mente: “Il problema non è permettere alle persone di esprimersi, lo fanno fin troppo; piuttosto è necessario procurare loro interstizi di solitudine e silenzio affinché possano finalmente dire qualcosa di vero.” Questo piccolo elogio ai solitari e ai più silenziosi descrive la vulnerabilità come condizione per avvicinarsi alla verità. Oggi credo che ci sia sempre più bisogno che gli artisti tornino a presentarsi fragili e vulnerabili per tornare a una autenticità originaria dell’arte.
Mi piacerebbe allora finire questa conversazione lasciandoti un piccolo interstizio che potrai decidere tu se, e come, riempire:

© Edoardo Caimi