• Eva Frapiccini, Dreams' Time Capsule project, Torino, 2011
  • Eva Frapiccini, Dreams' Time Capsule project, Maraya Art Center, Sharjah, United Arab Emirates, 2016
  • Eva Frapiccini, Dreams' Time Capsule project, Maraya Art Center, Sharjah, United Arab Emirates, 2016 Al Majaz
  • Eva Frapiccini, Dreams' Time Capsule project, Maraya Art Center, Sharjah, United Arab Emirates, 2016 Al Majaz
  • Eva Frapiccini, Dreams' Time Capsule project, kim_ Contemporary Art Center, Riga, Latvia, 2013
  • Eva Frapiccini, Dreams' Time Capsule project, Jorge Taleo University Library, Bogotà, Colombia, 2013
  • Eva Frapiccini, Dreams' Time Capsule project, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli, 2014
  • Eva Frapiccini, Dreams' Time Capsule project, Al Riwaq Contemporary Art Space, Manama, Bahrain 2014
  • Monastero del Carmine_ph. Mario Albergati
  • Eva Frapiccini, Velluto (Velvet), stampa ai pigmenti su carta cotone Hanhemuhle, 2015.
  • Eva Frapiccini, stills dal video Magnifici Misteri (Magnificent Mysteries), 2013
  • Eva Frapiccini, Golden Jail. Discovering Subjection, 2012-2014
  • Eva Frapiccini, Golden Jail. Discovering Subjection, 2012-2014

Il secolare complesso del Carmine di Bergamo, ospita dal 9 al 18 settembre la undicesima edizione di Contemporary Locus. Ospite di questa edizione è Eva Frapiccini, artista divisa tra l’Italia e la Gran Bretagna, la cui ricerca “è puntata sul linguaggio e sulle sue modalità di espressione – spesso alterate, invisibili o sottotraccia – mediante l’uso di metodologie e strumenti diversi: analisi, registrazioni, proiezioni, installazioni video e sonore, film, fotografie, rappresentazioni narrative, performance.”

Per l’appuntamento bergamasco, Frapiccini presenta due progetti ongoing, studiati appositamente per il suggestivo spazio del Monastero del Carmine: Dreams’ Time Capsule, un progetto partecipativo pensato per realizzare un archivio audio di sogni (l’artista ne ha raccolti bel 1780 in diversi Paesi, dall’Europa all’America Latina, dal Medio Oriente all’Africa), conseguiti con la partecipazione diretta dei visitatori. Il secondo progetto, composto di sette “sculture fotografiche” della serie Golden Jail. Discovering Subjection (Prigione Dorata | Scoprendo la Sudditanza) è allestito nella sala capitolare del Monastero.

In occasione di questa mostra a cura di Paola Tognon, ATPdiary ha posto alcune domande all’artista.

ATP: Nel tuo lavoro spesso collabori con team specializzati in diversi settori disciplinari. In particolare, nel tuo lavoro Dreams’ Time Capsule, la collaborazione si è fatta decisamente preponderante per l’esito dell’opera. In molti anni di lavori, quali fondamentali scoperte hai compiuto nell’attraversare differenti ambiti disciplinari?

Eva Frapiccini: Ogni professionista mi ha insegnato qualcosa, soprattutto la dedizione all’idea. Mi piace lavorare con compositori, designers, montatori video, falegnami, fabbri, psicologi, antropologi, storici… e di solito sono anche belle persone, che lasciano a casa il loro narcisismo per la riuscita dell’opera. Nel tempo ho capito che i dialoghi assurdi, anche non in italiano, davano forma a formidabili intuizioni, nati da comuni immaginari filmici o letterari. Ho spiegato al compositore e amico Nikos Kandarakis le musiche che volevo per il video “Magnifici Misteri” con l’immagine di un DNA sfilacciato, dove il ritmo di tre storie diventava sempre più frequente. E ci siamo subito capiti, da lì ha tirato fuori una musica meravigliosa, buona alla prima composizione. A volte capita di trovare questa sintonia. Collaborando con il designer Michele Tavano per la produzione della struttura della Dreams’ Time Capsule, ho capito quanto importanti fossero per me i movimenti del corpo del visitatore mentre entra nella Capsule. Ho chiesto a Michele una soluzione nel design che della struttura che portasse il visitatore è portato a infilarsi nel taglio-porta, prima con un piede, poi una spalla e infine il resto del corpo perchè il corpo rende il visitatore consapevole di entrare in una dimensione differente.

Infine, parlando con specialisti in psicologia, antropologia, o neurologia tra i tre continenti che ha visitato il progetto, mi sono resa conto di quanto l’arte abbia il privilegio della libertà da strutture, e di come sia un ponte tra discipline e formazioni diverse, per la sua capacità di rendere tangibile un’idea.

ATP: Da sempre hai utilizzato il mezzo fotografico portandolo spesso ben al di là sia della sua ‘indole’ sia documentativa che, banalmente, pittorica. In questi anni di progressiva esperienza professionale, che relazione hai con la “fotografia”?

EF: Mi ha sempre interessato l’aspetto performativo della fotografia, piu’ che la sua forma estetica, per dirla alla Barthes l’“è stato”, il suo doppio ruolo di documento e rappresentazione di un attimo finito, e ormai passato. La fotografia continua a sorprendermi perchè mi approccio in modo anarchico e avulso dalla ripetizione seriale, dalle forme classiche espositive. Credo che il potere concettuale della fotografia sia spesso sottovalutato, come ha dimostrato anche la recente mostra di Thomas Demand alla Fondazione Prada. C’è molto da dire sul rapporto tra lo spazio e l’osservatore. Lavoro sempre di piu’ nella ricerca della fotografia nella sua fisicità in linea opposta alle immagini che si possono fruire sul computer. Rendere tangibile un’immagine, come è avvenuto per la struttura-archivio Lamine (Foils), un’installazione in ferro che racchiude 8 fotografie incorniciate a disposizione del visitatore che può estrarle e consultarle come in un archivio fotografico.

Eva Frapiccini, stills dal video Magnifici Misteri (Magnificent Mysteries), 2013

Eva Frapiccini, stills dal video Magnifici Misteri (Magnificent Mysteries), 2013

ATP: “La sua ricerca è caratterizzata dall’osservazione attenta e sensibile dell’attualità e della memoria singolare e collettiva che l’artista allontana e decanta con l’obiettivo di trattenerne solo tracce iconiche e poetiche.” Sintetizzare o individuare tracce o sedimenti iconici della società contemporanea è decisamente un compito arduo. Mi racconti come individui o selezioni l’iconografia che caratterizza il tuo lavoro?

EF: La maggior parte degli artisti sviluppa una precisa iconografia riconoscibile producendo in serie manufatti, e volenti o nolenti rendono iconografico il loro lavoro nella forma esteriore. Io trovo noioso ripetermi, sia nel tema che nella forma, quindi quello che faccio si riconosce piu’ per l’ estetica (in senso filosofico di visione del mondo) che per la forma. Utilizzo mezzi differenti per stimolare differenti percezioni dello spazio, o vissuto, anche perchè non ho l’interesse a vendermi o piacere a tutti, mi interessa quello che gli altri evitano o hanno sotterrato. Il resto penso sia condizionato dalle persone che frequento, le storie o città che mi capita di ascoltare e vivere. Il mio lavoro inizia quando voglio

ATP: In occasione dell’ undicesima edizione di Contemporary Locus, presenterai due progetti ongoing. Uno dei due è composto da sette “sculture fotografiche” della serie Golden Jail. Discovering Subjection (Prigione Dorata | Scoprendo la Sudditanza). Mi racconti la genesi di questo progetto? Cosa intendi per “Scultura fotografica”?

EF: E’ interessante il termine scultura fotografica, non ricordo di averlo usato, ma suppongo che se essendo la serie Golden Jail composta da opere in carta tridimensionali possa andare. Si tratta di una serie di immagini arrotolate, alcune sovrapposte a sottolineare il camouflage di alcuni poteri politici, altre arrotolare per lasciare un vuoto assordante, quello operato dalla censura. Questi due processi rappresentano la presa di posizione del potere nei confronti del movimento chiamato “Primavera Araba”in Egitto, dove sono stata durante le prime elezioni politiche del 2012, e in Bahrain, dove sono stata nel 2014.

Ho avuto modo di visitare questi due Paesi durante due residenze artistiche dove ho esposto i miei lavori, presso la Townhouse Gallery al Cairo, come vincitrice della borsa Reso’ – Fondazione Crt, e poi per il festival di Arte Pubblica, Alwan 338. Foundation, a cura della svizzero-americana Alexandra Stock. Quando non lavoravo per le mostre, giravo per raccogliere il materiale perchè non riuscivo ancora a farmi un’idea soprattutto al Cairo dove ho vissuto i giorni delle prime elezioni politiche dopo 30 anni di dittatura Mubarak.

Nel 2015, ho iniziato a rielaborare attraverso questa serie la visione sulla reazione alla rivoluzione Araba, la disattesa voglia di cambiamento dei giovani egiziani, i segni della censura sui muri coperti di vernice nera, e i cartelli di propaganda con il volto del primo ministro e del sovrano del Bahrein, dove le manifestazioni del 2011 sono state repressa brutalmente, la piazza dove si sono svolte demolita e trasformata in rotatoria per il traffico. Ancora oggi Amnesty denuncia torture e dissidenti scomparsi. Golden Jail dirige l’attenzione verso la capacità del potere politico di contrastare il cambio di classe e la trasformazione sociale: il camouflage e la censura, avviene in dittatura come in democrazia.

ATP: La tua ricerca attuale è molto legata al mondo onirico. Da dove nasce questo interesse e quali sono i riverberi di questa tua ricerca sulle tematiche cogenti della società contemporanea?

EF: Mi interessa il mondo onirico in un panorama più ampio, sia come modo di rielaborazione del ricordo di un’ esperienza, in questo caso non-cosciente, anche se il racconto a volte mitiga questo aspetto, che come contenitore di immaginari, per questo ho scelto di confrontare sogni di vari luoghi del mondo. Mi affascina il pensiero di un archivio audio che mette vicine voci dallEgitto alla Svezia, dalla Colombia alla balcanica Lettonia, dall’Inghilterra all’ Arabia Saudita. In queste voci sono impressi atteggiamenti, di fronte al mistero del sogno, immaginari, e

ATP: Quali sono le analogie tra il tuo lavoro e l’impianto concettuale di Contemporary Locus? Mi riferisco in particolare al fatto che il progetto seguito da Paola Tognon indaga l’arte contemporanea “per dar voce a luoghi segreti e dismessi che la storia ha dimenticato.”

EF: Paola Tognon mi ha invitato a pensare per Contemporary Locus XI il riallestimento di due lavori al Chiostro del Carmine, una performance dilatata nel tempo, la capsula dei sogni che abita solo temporaneamente gli spazi, ma ne è anche condizionata fortemente. Dalle luci all’ allestimento abbiamo lavorato per esaltare lo spazio del chiostro e coinvolgere i visitatori nel mood del progetto. Mentre in una stanza con volte a botte è allestita la serie Golden Jail, anche qui in una versione allestitiva nuova, che dialoga con i pavimenti antichi del monastero e il suo aspetto frugale. Sono intrigata dal contrasto che si è creato tra architettura storica e design futuribile, tra storia di luoghi lontani e storia del nostro medioevo, e sono sicura che il pubblico sarà incuriosito quanto me dalla possibilità di mettersi in gioco in un luogo dalle storie non narrate, nel confidare un proprio sogno segreto.

Eva Frapiccini, Selecting, stampa ai pigmenti su carta cotone Hanhemuhle, 2015

Eva Frapiccini, Selecting, stampa ai pigmenti su carta cotone Hanhemuhle, 2015

Eva Frapiccini, Lamine (Foils), 2015, intallazione in ferro, 8 stampe fotografiche c-print su carta Hanhemuhle con cornice. View dalla mostra personale Selective Memory | Selective Amnesia, Galleria Alberto Peola, Torino, 2015

Eva Frapiccini, Lamine (Foils), 2015, intallazione in ferro, 8 stampe fotografiche c-print su carta Hanhemuhle con cornice. View dalla mostra personale Selective Memory | Selective Amnesia, Galleria Alberto Peola, Torino, 2015

Eva Frapiccini,  Dreams' Time Capsule project, Maraya Art Center, Sharjah, United Arab Emirates, 2016

Eva Frapiccini, Dreams’ Time Capsule project, Maraya Art Center, Sharjah, United Arab Emirates, 2016