Roman Ondàk – Observations 1995 2011

Roman Ondàk – Observations 1995 2011

Kader Attia

Omer Fast, Continuity, 2012

Omer Fast, Continuity, 2012

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Non tergiversa Robert Storr nel suo articolo su Documenta13 pubblicato nel domenicale del Corriere della sera, La Lettura di oggi (domenica 2 settembre). Nel suo lungo articolo ‘Così Documenta perde la strada’ (sottotitolo: ‘Allestimento esile e autoreferenziale, nonostante alcune idee memorabili’), il critico introduce la manifestazione con qualche cenno storico. Continua sottolineando  quanto il direttore di ogni edizione abbia un budget da capogiro, ben 5 anni per setacciare il mondo per trovare le opere più rappresentative, e quanto ‘Documenta sia il migliore dei mondi immaginabili per i curatori ambiziosi. E’ inoltre il contesto istituzionale in cui i curatori hanno le maggiori possibilità di allestire una mostra memorabile o storicamente importante.

Secondo Storr, Carolyn Christov-Bakargiev, non  ha compiuto bene il suo compito. Anzi, tra le righe sembra sostenere, quanto non lo abbia compiuto affatto. Le opere di 330 artisti sparse tra un parco immenso, 2 stazioni ferroviarie, un museo tradizionale e due ampi padiglioni, sono un’accozzaglia “indiscriminata, informe, spesso deludente e male inserita, tenuta debolmente assieme da fili concettuali esili, contorti e poco comprensibili.”

Il succo è: “E’ una dimostrazione del fatto che l’ossessione accademica per la pratica curatoriale ha portato alla cattiva pratica e al manierismo, e che l’uso disinvolto di precetti teorici potenzialmente acuti, ma spesso contraddittori, genera una tediosa e pretenziosa confusione mentale.”  Storr addita nel cuore della stessa Documenta – nel Fridericianum – queste debolezze. Innanzitutto la ‘vuotezza’ – anche concettuale – delle prime sale del grande edificio dove la Bakargiev  (in modo quasi palese) rivela il suo contraddittorio approccio alla direzione della kermesse: “tra la brezza ‘di’ Gander, sulla parete della sala al centro c’è un testo di Bakargiev, che sostiene di aver assunto a sua guida le teoria critica per poi, al tempo stesso, abdicare disinvoltamente dalla responsabilità di un suo uso rigoroso. (Poche settimane fa Danilo Eccher sempre sul Corriere “Più l’impianto teorico risulta farinoso, più necessita di sostegni, puntelli intellettuali capaci di conferire solidità ad un patrimonio originale troppo esile. Così si assiste al commovente soccorso di saperi scientifici, matematici, sociologici, storici, naturalistici, ai quali non si chiede di esprimere una loro specifica conoscenza, come già accade in altri contesti più convincenti, ma piuttosto di accettare un’ambigua complicità nell’utilizzo strumentale delle loro conoscenze.” Il riferimento a Documenta sembra quasi scontato)

Anche il secondo intervento della Bakargiev, la wunderkammer al Fridericianum, sembra a Storr una raccolta sconclusionata e incoerente, dove si accosta testimonianze dall’Iraq, foto di Lee Miller Penrose che fa il bagno nella vasca di Hitler, antiche figurine battriane, opere di arte Povera e dipinti di Morandi: “un miscuglio di opere collegate da un inafferrabile concetto che fa risaltare in modo imbarazzante le migliori e più significative di esse.” Senza contare poi, scrivere il critico, la ‘mossa’ autopromozionale e sempre egocentrica della direttrice di far dichiarare l’atmosfera terrestre patrimonio dell’umanità…

Verso la fine dell’articolo, Storr fa nomi e cognomi. Vi sono bravi artisti a cui è stato dato poco spazio – Tejal Shah – mentre ad altri ne è stato dato troppo – Yan Lei  e Thomas Bayrle (come dargli torto, era evidente lo spreco di spazio dato a quest’ultimo alla Documenta-Halle).

Tra le opere considerevoli quelle di Omer Fast, Manon de Boer,  Joan Jonas, Llyn Foulkes, Kader Attia, Susan Hiller, Roman Ondàk e Nalini Malani. (Condivido tutti, a parte Malani che, a mio parere, eccede nell’aspetto scenografico a discapito di quello contenutistico)

La chiosa

“Una grande mostra non è però il risultato di poche scelte memorabili…”

La mostra di Bakargiev non regge il confronto con le migliori edizioni – Bode e Szeemann – né con quelle inferiori – Jan Hoet e Catherine David – e, “come la precedente edizione di Roger Buergel, poggia in gran parte sui modelli consolidati del turismo culturale e sui reciproci apprezzamenti degli addetti ai lavori.