conceptual art,   ermanno migliorini,   a cura di davide dal sasso,   courtesy mimesi edizioni

conceptual art, ermanno migliorini, a cura di davide dal sasso, courtesy mimesi edizioni

Lo scorso Ottobre Mimesis Edizioni ha ripubblicato il volume Conceptual Art di Ermanno Migliorini (1924-1999), in una versione curata da Davide Dal Sasso (1983), dottorando in Filosofia presso l’Università degli Studi di Torino, membro di LabOnt (Laboratorio di Ontologia) e collaboratore del Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea.

Pubblicato per la prima volta nel 1972, il testo ha come nuclei tematici il conferimento di valore all’arte nella cultura contemporanea, il duplice riduzionismo, estetico e artistico, il paradigma concettualista, l’analisi e la valutazione attuate mediante nuove pratiche sperimentali che hanno contribuito a trasformare per sempre l’arte dagli anni Sessanta.

Abbiamo fatto alcune domande a Davide Dal Sasso.

ATP: Potresti introdurci brevemente la figura di Ermanno Migliorini? Come mai ha deciso di concentrare le sue ricerche proprio sull’arte concettuale?

Davide Dal Sasso: Provo a tracciare un profilo di Ermanno Migliorini concentrandomi sulla sua filosofia. A mio modo di vedere, la potremmo riassumere in tre direzioni: gli studi sul pensiero estetico del Settecento, l’esame del rapporto tra estetica e assiologia, e l’indagine delle arti contemporanee condotta alla luce del problema del valore. Durante gli anni Sessanta, Migliorini studia taluni dei pensatori settecenteschi che hanno contribuito agli sviluppi della disciplina estetica e, verso la fine di quel decennio, orienta le sue ricerche sul rapporto tra estetica e assiologia. Due libri di questo periodo, “Critica, oggetto e logica” e “Lode e Valore” – entrambi pubblicati nel 1968 -, attestano questa fase della sua riflessione filosofica e contribuiscono anche a gettare le basi teoriche per i suoi sviluppi nel decennio successivo. Negli anni Settanta, infatti, la filosofia di Migliorini si fa tutt’uno con l’esame delle arti contemporanee e la questione della valutazione diventa centrale nella sua ricerca filosofica sull’arte, come si evince dal suo libro “Lo scolabottiglie di Duchamp” pubblicato nel 1970. In questo libro Migliorini riconosce che le arti contemporanee concorrono allo stravolgimento del quadro assiologico e alla conseguente necessità della sua revisione a livello teorico. È sulla base di questa osservazione che – dopo aver preso in esame le trasformazioni dovute all’introduzione dei ready-made, alla pop art e al processo riduzionista della land art e del minimalismo – Migliorini si concentrerà sull’arte concettuale. Quest’ultima attesta il massimo grado della trasformazione dell’arte e rappresenta il culmine della frattura tra arte ed estetica. Sono queste talune tra le principali ragioni che motivano Migliorini a interessarsi all’arte concettuale.

ATP: Nel volume, Migliorini si riferisce al concettualismo come a “uno dei più intensi ripensamenti e una delle più vivaci esibizioni dei problemi valutativi dell’arte contemporanea”. A quali problemi faceva riferimento?

DDS: Individuata la frattura tra arte contemporanea ed estetica, con le sue ricerche Migliorini ha cercato di identificare la prima e di ricomprendere la seconda in rapporto alla teoria dei valori. È in quest’ottica che egli insiste sul problema della valutazione dell’arte: un’opera non è solamente un oggetto materiale risultante da una certa pratica artistica, bensì anche un “oggetto ideale della valutazione”. In altri termini, un’opera è tale non solo in virtù dei significati che incorpora materialmente, ma anche in rapporto al valore che le viene conferito. Quell’affermazione sul concettualismo è posta in apertura al suo libro, nell’avvertenza. A mio modo di vedere, si tratta di una segnalazione preziosa poiché anticipa uno degli esiti cui perviene con la sua indagine: il concettualismo porta in primo piano il problema della valutazione dell’arte. Migliorini – e questo lo precisa in apertura alla seconda edizione di “Conceptual Art”, nel 1979 – riconosce nel concettualismo un passaggio certamente decisivo per lo sviluppo dell’arte contemporanea, sebbene allo stesso tempo, lo descriva anche come un esito ultimativo e tragico che attesta il più alto grado di destrutturazione del sistema assiologico nonché una sfida lanciata direttamente all’estetica. I problemi sullo sfondo di quell’affermazione sono perciò numerosi. Tra questi vi è la possibilità di comprendere l’arte odierna e conferirle valore considerando quali fattori decisivi sia l’affermazione del concettualismo sia una struttura assiologica alla base della valutazione che è in costante trasformazione.

ATP: Dal punto di vista della storia della critica, in che posizione si colloca “Conceptual Art”? Quale ricezione ha avuto e in che modo, all’epoca, ha contribuito al discorso critico sull’Arte Concettuale?

DDS: Prima di tutto vorrei precisare che “Conceptual Art” non è un libro di critica d’arte, bensì un saggio di estetica filosofica incentrato su uno specifico ambito di produzione artistica. Migliorini prende in esame l’arte concettuale negli stessi anni in cui questa sta diventando un fenomeno artistico considerevole. Per questo, credo che la sua possa essere considerata come un’impresa intellettuale audace. Sia perché si incarica di affrontare le sfide del concettualismo nel momento in cui stanno iniziando a emergere sia perché dietro al suo lavoro non vi è la volontà di elaborare un testo storico o critico, bensì filosofico. Consideriamo brevemente il periodo in cui esce il libro. La pubblicazione di “Conceptual Art” è di tre anni precedente a quella di un altro libro italiano che esplora gli sviluppi dell’arte in rapporto al concettualismo: “La linea analitica dell’arte moderna” scritto da Filiberto Menna nel 1975. Mentre, rispetto alla produzione teorica internazionale, il libro di Migliorini esce nello stesso anno di quello scritto da Ursula Meyer, che è un’antologia critica contenente anche diversi testi di artisti concettuali, e anticipa di un anno la brillante antologia “Idea Art” curata dal critico Gregory Battcock. All’epoca, qualche anno dopo la sua uscita, tra coloro che lo apprezzano e ne riconoscono il valore teorico vi è l’estetologo e critico Gillo Dorfles. Nel 1978, in occasione della terza edizione del suo libro “Ultime tendenze dell’arte d’oggi”, Dorfles riconosce che “Conceptual Art” è “una delle trattazioni più esaurienti di questa tendenza”. Senza dubbio, Dorfles ha ragione. Tuttavia, sono dell’idea che il valore di questa trattazione – o, se si preferisce, della poetica dell’arte concettuale elaborata da Migliorini – possiamo riconoscerlo con maggiore nettezza proprio oggi. Se, infatti, lo considerassimo in rapporto all’attuale dibattito internazionale in estetica – nel quale primeggiano due richieste: prendere in esame e discutere più attentamente le singole forme d’arte e concentrare le analisi filosofiche prima di tutto sulle opere – ci accorgeremmo che “Conceptual Art” ha anticipato notevolmente i tempi. È una indagine incentrata sull’arte concettuale che riesce a offrirne una prima e coerente sintesi in chiave filosofica, attraverso l’identificazione delle sue specificità e l’esame di diverse opere che le esemplificano. Non dimentichiamo, inoltre, che tali fruttuosi esiti sono anche dovuti alla indiscutibile competenza di Migliorini sulle arti contemporanee.

ATP: Questo è un libro scritto nel 1971. Cosa ha guadagnato e cosa ha perso in questi decenni? Perché è ancora importante leggerlo oggi?

DDS: Rimangono la chiarezza e il rigore espositivo con cui Migliorini indaga e presenta i caratteri essenziali dell’arte concettuale. Credo che siano due i principali punti di forza conservati dal libro: introduce il lettore, anche quello inesperto, all’arte concettuale e lo invita a rivedere le sue convinzioni non solo su di essa ma anche sull’arte in generale. Inoltre, è un libro che offre preziose riflessioni che permettono di chiarire in che modo l’affermazione del concettualismo ha contribuito a trasformare l’arte odierna. Per queste ragioni lo consiglierei a chi volesse iniziare a chiarirsi le idee su questi temi. Tuttavia, insieme a queste prime ragioni, credo ve ne sia anche un’altra per leggerlo oggi: il libro restituisce un buon inquadramento di quella che possiamo chiamare la “fase idealista” dell’arte concettuale. Vale a dire quella caratterizzata dalle aporie del concettualismo. Ossia, da una parte l’estrema adesione degli artisti a una filosofia idealista che, in qualche modo, avrebbe dovuto sostituirsi completamente all’arte; dall’altra, la pretesa di distaccare definitivamente l’opera dall’oggetto materiale al fine di conseguire la pretesa dematerializzazione dell’arte. Ecco, questi sono due aspetti che Migliorini individua correttamente con la sua indagine – non dimentichiamo che siamo agli inizi degli anni 70! – e che riconosce anche come segni di una impasse a cui è inevitabilmente giunta l’arte concettuale. Tuttavia, va detto, solo nella sua prima fase. Come sappiamo, la filosofia non si è sostituita all’arte e la pretesa dematerializzazione di quest’ultima non è stata realmente portata a compimento. Credo, infatti, che quei tratti individuati da Migliorini debbano oggi essere esaminati con la dovuta attenzione, specie se vogliamo chiarirci le idee circa l’attuale condizione dell’arte. In altre parole, gli esiti conseguiti da Migliorini nel suo libro possono essere considerati come un primo passo in direzione di uno studio, ancora da farsi, incentrato sulla portata del concettualismo in rapporto all’evoluzione dell’arte odierna. Uno studio che avrebbe il compito di approfondire anche la seconda fase dell’arte concettuale, che credo sia caratterizzata dalla “rimaterializzazione” – come peraltro attesta la produzione artistica degli ultimi trent’anni. Questo vuol dire anche riconoscere che il concettualismo sta ancora contribuendo all’evoluzione dell’arte. Migliorini ne era consapevole. Alla fine di “Conceptual Art” egli chiariva che il suo obiettivo era stato di delineare il paradigma concettualista e, sulla base di questo, lasciava comunque aperta la possibilità di esplorare i suoi sviluppi futuri mantenendo come primo riferimento la problematica assiologica, e accennando anche a una probabile conversione del concettualismo. Credo che questa sia oggi una prospettiva teorica da non sottovalutare anche ai fini dei potenziali sviluppi delle ricerche nell’ambito dell’estetica filosofica contemporanea.

ATP: Da qualche anno collabori con LabOnt. Potresti descrivere, per chi non lo conoscesse, di che cosa si tratta e fare un quadro delle attività che svolgete? E, in che modo il lavoro che porti avanti con questo centro di ricerca ha informato il tuo inquadramento della filosofia di Migliorini?

DDS: LabOnt, per esteso Laboratorio di Ontologia, è un centro di ricerca filosofica diretto dal Professor Maurizio Ferraris, fondato nel 1999 presso l’Università degli Studi di Torino. L’ambito generale delle ricerche svolte dal centro è l’ontologia. I membri di LabOnt sono dottorandi, ricercatori e professori che svolgono attività di ricerca in diversi settori della filosofia contemporanea tra i quali la filosofia del linguaggio, la metafisica, la filosofia della biologia, la filosofia teoretica, la filosofia del cinema, l’estetica. Le attività del centro sono numerose e prevedono la realizzazione di pubblicazioni, la divulgazione e l’organizzazione di convegni, seminari ed eventi di carattere scientifico. Ne ricordo qualcuno. Nel 2007 è stata conferita la Laurea Honoris Causa al filosofo americano Arthur C. Danto, in quell’occasione è stata anche inaugurata la sezione LabOnt Art coordinata dalla Professoressa Tiziana Andina. Nel 2010 è stato istituito il Premio Paolo Bozzi per l’ontologia che mira a conferire un riconoscimento alle personalità che svolgono ricerche nell’ambito dell’ontologia. Dal 2013 sono stati attivati i seminari di ricerca coordinati da Vera Tripodi e Leonardo Caffo che mirano ad approfondire temi concernenti all’ontologia sociale e al dibattito sul nuovo realismo. Attualmente, LabOnt ha anche una sezione romana diretta dal Professor Mario De Caro, con sede presso l’Università degli Studi Roma Tre. Quest’anno, invece, si inaugura la nuova sede londinese di LabOnt UK, destinata a promuovere la ricerca filosofica italiana nel mondo e a dare impulso alla collaborazione con filosofi di diverse nazionalità. Il centro sarà diretto dal Professor Iain Hamilton Grant del Dipartimento di Filosofia della University of West England (Bristol), figura di spicco del realismo speculativo. Dal punto di vista della formazione, LabOnt dà numerose opportunità ai giovani ricercatori: il continuo aggiornamento sugli sviluppi più recenti delle ricerche, il confronto con altri filosofi ed esperti dei diversi settori della filosofia e di discipline pertinenti alle proprie aree di indagine, la presentazione delle ricerche in corso attraverso seminari e interventi pubblici. Tale incremento di risorse teoriche e metodologiche contribuisce agli sviluppi delle mie ricerche che rientrano nell’ambito dell’estetica filosofica ed è stato senza dubbio rilevante anche ai fini dell’inquadramento dell’estetica di Ermanno Migliorini.

Intervista di Matteo Mottin

mimesisedizioni.it

labont.it